Uno zaino, due identità

 Celina F., Buenos Aires, Roma, colline teramane

Ci sono relazioni che, una volta finite, lasciano amarezza e rancore verso chi ci ha accompagnato per un tratto della vita, coinvolgendo anche i parenti acquisiti. Per fortuna, nonostante la fine del mio matrimonio, ho sempre continuato a frequentare le persone che un tempo erano la mia famiglia. Ricordo con affetto tutti coloro con cui ho condiviso cene, pranzi e racconti, tanti. Ricordo Pura, la splendida nonna chiamata dai miei figli Jaja, che con il suo italiano spagnoleggiante incantava i venditori del mercato di ponte Milvio, e Silvia che ha vissuto sulla propria pelle i misfatti della repressione. Proprio in occasione del suo recente funerale, ho incontrato, tra i tanti che l’hanno amata in vita e che piangevano la sua scomparsa, sua cugina Celina e ho pensato che potesse essere lei a raccontare come si possa ricominciare, sempre.

Celina parla a nome delle donne della sua famiglia, di sua madre Loly, di Pura, di Silvia, di Mariana, ma anche di Maia, di Paula, di Teresa che ha chiamato sua figlia Isabel come sua madre e sua nonna, e di Giulia che la sera mostra alla sua bambina le stelle, invitandola a cercare tra di esse la luce di suo nonno Silvio.

Pura era arrivata a Roma, ormai ultrasettantenne ed era riuscita a crearsi una fitta rete di amiche. Non l’ho mai sentita lamentarsi, si rivolgeva a tutti con il sorriso. Quando usciva per fare la spesa, chiedeva un etto di jamon e i negozianti ammiravano la sua compostezza: aveva sempre il rossetto e una collana di perle al collo. Rimpiango il fatto di non avere registrato le storie dei tempi in cui si recava a Tucuman per incontrare fugacemente il suo futuro marito, di quando lo accompagnava nei suoi giri di conferenze in Europa o preparava frettolosamente i bagagli per rifugiarsi in Uruguay perché temeva l’irruzione dei militari in casa. Intuivo il dolore nell’avere lasciato la sua terra, la pena per il marito crivellato di pallottole ad Ezeiza, la biblioteca della sua bella casa incendiata, ma lei parlava di cose leggere: mi raccomandava di non pensare mai a cambiare le tende del mio salotto se al posto di quella spesa potevo fare un viaggio e mi insegnava a cucinare il pastel de papas.

Ripenso a Silvia, scappata in nave con una bambina di poco più di un anno, che aveva assistito inerme alla morte del padre e del marito Luis e che, una volta giunta in Italia, aveva scelto di non essere un personaggio pubblico ma di dedicarsi ad un’esistenza semplice e serena di artigiana. Dal suo negozio vicino Campo de’ Fiori dispensava consigli su collane e orecchini. Celina rappresenta queste donne e tutte quelle che sono dovute andare via da un luogo ma si sono ricostruite senza battere ciglio in un Paese che è diventato per loro una nuova patria:

Sono nata e vissuta per i miei primi diciassette anni a Buenos Aires, dove ho studiato fino al penultimo anno di liceo. La mia era una famiglia impegnata in politica, uno dei fratelli di mio nonno, lo zio Arturo, è stato presidente della Repubblica dal 1958 al 1962, quando è stato destituito da un golpe militare. Era una famiglia di intellettuali impegnata nella difesa dei diritti umani. Silvio era avvocato e professore universitario; durante gli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, aveva difeso i prigionieri politici del Partito rivoluzionario dei lavoratori e non solo. Proprio per il suo impegno era stato assassinato dallo squadrone della morte della Triple A. Ne abbiamo passate tante e quando abbiamo cominciato a sentire limminente pericolo, molti di noi hanno deciso di andare via per un podi tempo dallArgentina. Era il 1974 e a quel tempo cera un governo democratico, ma era in atto una grande crisi politica e cominciavano le azioni di gruppi paramilitari che agivano con limpunità del governo. 

In Argentina avevo avuto uninfanzia serena e vivevo da adolescente i primi amori, le amicizie forti, ma in me era sempre presente il timore che lappartenenza alla famiglia Frondizi potesse penalizzarci. Ero orgogliosa dellesposizione di tanti familiari sul piano politico ma allo stesso tempo a volte mi sentivo vulnerabile. Quando mi riunivo con i miei cugini Julio e Silvia, anche i momenti più felici non erano mai del tutto spensierati. I vecchi della famiglia trascorrevano le vacanze estive in provincia di Córdoba, precisamente a Unquillo, una località in collina. È stato lì che si sono conosciuti lo zio Silvio e la zia Pura, lei era una delle figlie del proprietario della casa di campagna che li ospitava. Poi la tradizione si è tramandata alle successive generazioni ed è così che tutti passavamo le nostre vacanze a las sierras”. Ancora mi sembra di sentire il profumo del pane casereccio appena sfornato e della marmellata di fichi. Tutti erano bravissimi cavallerizzi e da piccola imparai ad amare i cavalli. Mi ricordo le vacanze con i cugini, le passeggiate a cavallo; appena adolescente le uscite la sera con gli amici, i primi balli e i primi amori. Il mio ricordo è pieno di questi profumi…Rammento però anche langoscia della partenza e le tensioni in famiglia. Eravamo convinti di restare in Italia per pochi anni ma, quando la situazione è peggiorata con il golpe del 1976, abbiamo deciso di restare a Roma. Ho terminato lultimo anno di  maturità al liceo spagnolo Cervantes per poi iscrivermi alla Sapienza dove ho studiato Giurisprudenza.

Mi colpisce la coincidenza che Celina abbia scelto la stessa facoltà di suo padre e di suo zio.

Durante i miei studi universitari ho cominciato a pensare a come impegnarmi socialmente nel Paese che mi aveva accolto. Ho iniziato a frequentare gli ambienti politici e femministi nella mia facoltà e, con alcune colleghe delluniversità, abbiamo aperto uno sportello dedicato alla consulenza legale alla Casa della Donne che allora si trovava in via del Governo Vecchio. Da allora la scelta è stata precisa: volevo esercitare la mia professione occupandomi della difesa dei diritti delle persone, in particolare delle donne e dei migranti. Tra l89 e i primi anni 90 la crisi economica argentina spinse tanti, alcuni di origine italiana, a lasciare il Paese. Insieme alla mia amica Marimé Arias che nel 76 aveva perso suo marito avvocato, assassinato dalla giunta militare, ho iniziato a collaborare con lassociazione Italia Argentina. Facevo orientamento e consulenza legale e scrivevo per il giornale dellassociazione Andata y ritornosu problematiche relative allottenimento della cittadinanza, la residenza, i permessi di soggiorno.

In seguito Celina partecipò alla nascita e allo sviluppo di  altre associazioni, dapprima ‘Libere Insieme’, poi ’’Candelaria’, con sede in via della Lungara nella Casa internazionale delle donne, collaborando a lungo con le migranti. Ad un certo punto della sua esistenza i casi (e gli amori) della vita l’hanno condotta in Abruzzo, ma ha mantenuto l’attività professionale a Roma, alternandosi con altri avvocati in uno sportello per richiedenti asilo e rifugiati e facendo la pendolare presso il centro antiviolenza ‘Ananke’, a Pescara, dove ha collaborato per oltre dieci anni. Da molti anni tiene anche corsi di diritto dell’immigrazione per una Ong italiana, il VIS (Volontariato internazionale per lo sviluppo):

Unesperienza importante nel mio percorso è la partecipazione a un progetto intitolato Leaving violence-Living safe che la rete DIRE (che raggruppa oltre ottanta centri antiviolenza in Italia) in partnership con UNHCR ha implementato nel 2017. Lobiettivo  era quello di avvicinare i centri antiviolenza alle donne richiedenti asilo e rifugiate, la maggior parte delle quali vive episodi di violenze multiple nei Paesi di origine, durante il viaggio e spesso anche una volta arrivate a destinazione. Era davvero prioritario dare loro uno spazio diverso da quello istituzionale dove potessero essere sostenute. Altro obiettivo fondamentale era il riuscire a formare mediatrici culturali e operatrici dei centri antiviolenza che sapessero affrontare le diversità: il vissuto che portano le migranti infatti a volte è diverso da quello di una donna che vive qui. I mediatori normalmente lavorano presso ospedali, tribunali o questure ma non hanno una specifica preparazione, occorre formarli  all’accoglienza ed allascolto senza pregiudizi né stereotipi. Ho avuto il privilegio di ascoltare e condividere molte storie; una tra tutte è quella di una ragazza albanese, portata in Italia dal fidanzato. Appena arrivata le sono stati sottratti i documenti ed è stata messa in strada a fare la prostituta. In seguito è riuscita a scappare sottraendosi allo sfruttamento del suo corpo, si è rifatta una vita, si è sposata e ha avuto un figlio. Lho assistita legalmente e mi ha colpito la sua capacità di resistenza, di ricostruire e andare avanti lasciandosi dietro una storia di violenza terribile. La sua ritrovata libertà è stata anche la mia vittoria.

Non amo che si dica: una donna vittima di violenza, preferisco una donna che attraversa un momento di difficoltà dovuto alla violenza da parte di un uomo. Nella vita bisogna avere la capacità e la forza di non sentirsi mai vittima ma di vivere unesistenza migliore senza risentimento né rancore. Anche ciò che è successo a me e alle donne della mia famiglia non mi ha provocato un istinto di vendetta. Allinizio, quando tornavo in Argentina, ritenevo che tutti fossero stati un pocomplici dei misfatti della dittatura. In seguito mi sono riappacificata con loro e con il mio Paese pensando che, tra la gente comune che era rimasta, alcuni non avevano reagito perché non avevano visto le atrocità, altri non volevano ammetterle, altri non avevano trovato il coraggio di opporsi.

 Celina ha deciso di agire, all’interno della sua professione, occupandosi di chi ha il suo stesso vissuto di migrante:

Torno spesso in Argentina e la trovo sempre diversa nel corso degli anni. La mia partenza e il mio esilio inizialmente li ho vissuti come una mutilazione; ero giovane, lontana dai miei amici, dai miei modelli di comportamento: è stato difficile affrontare una cultura diversa, una nuova lingua, un diverso modo di relazionarsi. Con il passare del tempo ho capito invece che è stato importante cambiare Paese, continente, il mutamento mi ha arricchito. Ritengo ora che non c’è unidentità che non sia in movimento; è duro lasciare il posto dove si è nati e cresciuti ma portiamo sempre nel nostro zaino il vissuto che contiene la nostra identità. Ho passato più tempo in Italia che in Argentina, ma sento forte limpronta avuta nella mia infanzia e adolescenza. Nella mia terra recupero un linguaggio primordiale e sento che le appartengo, ma quando sono in Italia sento ormai di possedere due identità.

R.

Author: ragaraffa

Blogger per passione e per impegno, ama conoscere e diffondere le voci delle donne che cambiano.  

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