Una giornalista multiculturale

Monica M. , Madrid, Pamplona, Lisbona, Roma, Parigi, America Latina….

Cosa vuol dire essere giornalista per te? – chiedo a Monica che rivedo a Madrid durante un incontro significativo e caloroso. E’ passato qualche anno dal nostro ultimo abbraccio a Parigi quando ci siamo salutate in vista del suo trasferimento, poi c’è stato il mio, poi la pandemia…

Il giornalismo fa parte della mia vita ma non solo perché è un lavoro che mi piace. C’è molto di più dietro a questa professione per me: un impegno civico, politico; c’è la voglia di analizzare la realtà in modo critico e condividerla con i lettori – mi risponde con il suo sorriso franco e naturale, ed aggiunge:

Con Miguel ed altri colleghi abbiamo creato il nostro giornale indipendente precisamente perché vogliamo offrire un punto di vista diverso, non omologato come l’informazione che c’è in giro: tutti ragionano e parlano nello stesso modo, nessuno si fa delle domande e questo è molto pericoloso. Per la mancanza di approfondimenti e analisi, per esempio, siamo arrivati a non chiederci più neanche perché siamo finiti di nuovo con una guerra in Europa. L’informazione è poco critica, c’è troppa uniformità soprattutto su temi scottanti come quello del problema climatico, dell’emigrazione; dobbiamo trovare modi alternativi di pensare per capire i nuovi contesti geopolitici.

Madrilena di nascita, Monica è cresciuta ed ha studiato a Pamplona; è tornata a Madrid per la scuola di giornalismo ed ha conosciuto il compagno di vita e di lavoro, Miguel. Dopo il Master in giornalismo ha cominciato a lavorare presso Actualidad Economica, una rivista di economia dell’Opus dei, di orientamento pro-famiglia: ma da dove – racconta– mi hanno messo in condizione di andarmene alla nascita della mia seconda figlia. Avevo infatti chiesto l’orario continuato per poter essere a casa con le bambine il pomeriggio ma me lo rifiutarono. Allora le politiche cosiddette di conciliazione non c’erano e l’orario spezzato era rigidamente applicato mentre ora almeno se ne discute e l’orario continuato si applica più diffusamente. Così ho dovuto lasciare il lavoro e iniziare la mia carriera da free lance.

Poi sono arrivati i trasferimenti. Nel frattempo infatti a Miguel avevano offerto di diventare corrispondente per El País a Lisbona così la famiglia decise di partire. Le due bambine, Adriana e Elisa, avevano rispettivamente 11 ed 8 anni e dovettero imparare il portoghese ed inserirsi nella scuola spagnola mentre a Madrid frequentavano la scuola italiana: Iscriverle alla scuola italiana fu una nostra scelta per dare loro una migliore opportunità di formazione; pensiamo infatti che la scuola italiana dia una formazione solida. Inoltre a Madrid le scuole pubbliche hanno pochi finanziamenti mentre sono valorizzate le scuole parificate, soprattutto religiose: è scandaloso perché è proprio l’istruzione pubblica che dovrebbero avere più sostegni ma nella capitale la situazione è questa.

Innamorati da sempre di Roma e dell’Italia, Monica e Miguel condividono l’amore per la lingua e la cultura italiana; Monica aveva vissuto un anno a Roma per fare praticantato come corrispondente prima dell’Università e Miguel aveva addirittura avuto una fidanzata italiana:

La partenza per il Portogallo fu una grande sfida per le bambine: cambiare scuola e lingua di apprendimento, imparare il portoghese, lasciare gli amici e i nonni. Io cercavo collaborazioni giornalistiche per lavorare ma quando si va a vivere in un paese straniero e la famiglia è lontana, ci si deve occupare ancora di più dei figli per facilitarne l’integrazione; io ho concentrato le mie energie per tenere solida la famiglia. Per le nostre figlie i vari spostamenti sono stati duri perché non riuscivano a capire il perché dover lasciare tutto dietro di loro; adesso che sono giovani donne, comprendono le nostre scelte.

Dopo due anni e mezzo di vita portoghese il giornale decise di spostare Miguel a Roma. Era il febbraio del 2008 quindi a metà anno scolastico; abbiamo allora iscritto le bambine alla piccola scuola pubblica spagnola a Trastevere. Si trova a via di Porta San Pancrazio, una strada in salita e quando i ragazzini giocavano con la palla questa scivolava per cinquecento metri giù in discesa; per fare ricreazione avevano un piccolo terrazzo. Tutto era piccolo in quell’edificio, ma erano contente, avevano nuovi amici anche se Elisa all’inizio si lamentava: “Ma io non ricordo più l’italiano; ora parlo il portoghese!” In quegli anni Roma era molto accogliente; abbiamo conosciuto tanti amici italiani e un bel gruppo di spagnoli. Avevamo realizzato il nostro sogno di vivere per un po’ a Roma, precisamente tre anni e mezzo; Miguel aveva sempre detto che un giorno sarebbe voluto andare a fare il corrispondente nella capitale.

A Roma Monica lavorava come free lance per El País ma questa collaborazione terminò quando le dissero che la direzione aveva deciso di non pagare i compensi che le spettavano in quanto era la moglie di un corrispondente dello stesso giornale: Era una scusa poiché anche a Madrid ero free lance nella sezione Economia del Paìs ma qualcuno voleva colpire Miguel colpendo me. Inoltre lui cominciava ad essere una figura scomoda: dal giornale avevano chiesto ai giornalisti di autocensurarsi quando parlavano della crisi in Spagna; era stato coniato il termine ‘austericidio’ ma non si voleva che si criticassero le pesanti misure governative come i licenziamenti commentando ed informando sulla gestione economica e politica del crack.

Ho iniziato allora a collaborare per la televisione; facevo delle dirette di argomenti vari, dalla cultura all’economia. Non avevo mai avuto esperienza nel giornalismo televisivo, ho sempre preferito la scrittura così ho dovuto imparare un nuovo linguaggio. Tra i servizi che ho realizzato ricordo alcuni molto significativi come quando ho seguito lo smantellamento dei campi nomadi; c’erano famiglie che abitavano da anni nel campo, senza servizi, in condizioni pessime. Per questa gente però il campo era casa loro; furono tutti cacciati senza condizioni. Ho toccato con mano la xenofobia ed il razzismo verso i nomadi che ancora credo sia in una certa misura presente nella società italiana. Poi ci fu il caso di Eluana; io ero lì con la diretta della sessione in Parlamento (o in Senato non ricordo) mentre la ragazza si spegneva dopo anni di stato vegetativo, un paio di giorni prima che le avevano “staccato la spina”. In Italia era molto forte il dibattito sull’eutanasia (ancora oggi mi sembra) ed io ero colpita dal dolore del padre; sentirlo parlare era commovente, da tanti anni si batteva per terminare le sofferenze della figlia e di chi le stava vicino. Era terribile: tutti si arrogavano il diritto di decidere su un dolore privato così immenso come la decisione di spegnere la macchina che teneva la giovane in uno stato di sopravvivenza puramente meccanica.

Si aprì poi un nuovo capitolo nella vita di Monica e della sua famiglia: arrivò la nuova decisione del giornale: Miguel si doveva trasferire a Parigi:

Eravamo dispiaciuti di partire ma nello stesso tempo attratti da quel fermento culturale che offre la Ville Lumière. All’inizio è stata dura: a Parigi è più complicato stringere amicizie per le ragazze, che a Roma si sentivano ormai come a casa, è stato uno spostamento difficile. Adriana doveva cominciare l’università e non riusciva a decidere la facoltà; Elisa si è iscritta al liceo italiano. Anche io piangevo perché amavo la bellezza di Roma; infatti il mio ultimo giorno l’ho trascorso in giro per fotografare i miei posti preferiti, i vicoli, le piccole piazze, Piazzale Garibaldi, Castel Sant’Angelo. Giravo dietro al Pantheon, in quel posto così evocativo e magico, e pensavo a Paolo Sorrentino in La Grande Bellezza. Non è facile vivere a Roma ma è una città che regala momenti indimenticabili. In Italia abbiamo approfittato anche per viaggiare tantissimo: Milano, Venezia, Torino, ma anche la Sicilia, l’Abruzzo, (era l’anno del terremoto dell’Aquila).

In Francia era inoltre difficile lavorare per Monica che doveva imparare una nuova lingua. Il primo anno lavorò come consulente con una ditta per Loréal per organizzare conferenze stampa, interviste; poi, viste le difficoltà, decise di cogliere l’occasione e fare la ‘turista residente’: Parigi è bellissima anche se i parigini sono generalmente piuttosto freddi e ‘railleurs’. La vita culturale però è più interessante e ricca di Roma: mostre, eventi, librerie, un’offerta quotidiana di opportunità incredibili.

Dalla Francia infine siamo tornati a casa nostra, a Madrid, dopo dieci anni di vita all’estero. Abbiamo trovato il Paese distrutto con la crisi del 2008 le cui conseguenze si sentivano più che a Roma e Parigi. Tanti nostri amici avevano perso il lavoro: architetti, avvocati; tanti negozi avevano dovuto chiudere e c’era una fortissima disoccupazione. Al giornale è arrivato un nuovo direttore nel 2013 che ha deciso di applicare la ERE (Expediente de Regulaciòn de Empleo) con il conseguente licenziamento centotrenta giornalisti. Miguel ha allora deciso che era giunto il momento di spendersi per un progetto indipendente, Con l’indennizzo che aveva negoziato abbiamo pensato di creare il nostro giornale. Non avevamo comunque molte altre scelte: trovare due posti di lavoro a cinquant’anni in quel contesto era impossibile. Ci siamo lanciati in questa nuova avventura e, con altri colleghi e con pochissimi soldi, abbiamo creato ConTexto (www.ctxt.es). Sembrava una pazzia ed invece miracolosamente, dopo sette anni, siamo ancora qui! Abbiamo i nostri lettori abbonati, la rivista è riconosciuta per essere un settimanale di prestigio che fa analisi e approfondimento di qualità.

Monica e Miguel hanno scommesso con lungimiranza sull’informazione ‘in remoto’ cavalcando l’onda della crisi specifica dell’editoria di informazione e quella generale economica del Paese (e globale). Una scommessa che si è rivelata vincente; molte riviste avevano dovuto chiudere per non essersi adeguate alla nuova trasmissibilità virtuale dell’informazione. C’erano dei quotidiani on line già ma non settimanali- aggiunge Monica- Noi siamo partiti in sette/otto persone ed ora siamo un po’ più numerosi e abbiamo collaborazioni di prestigio: filosofi, professori universitari ma anche giovani. Facciamo lavorare neo-giornalisti che in un certo senso formiamo; ne abbiamo trovati di molto bravi e rappresentano il futuro della nostra informazione. Sappiamo che la stampa è marginale soprattutto in Spagna dove la televisione continua ad avere un grande peso e dove si ripetono gli stessi argomenti nelle trasmissioni pseudo politiche o nei presunti dibattiti perciò la rivista si caratterizza per contenuti e forma originale.

Sono curiosa di sapere come sono distribuiti i compiti tra lei e Miguel e Monica mi risponde che si occupa della redazione quotidiana dei testi mentre Miguel si dedica più alla ricerca dei finanziamenti, alle relazioni con i clienti ed alla progettualità: perché se fa due anni lo stesso tipo di lavoro poi si annoia– sorride compiaciuta e aggiunge: Inoltre abbiamo un locale pubblico dove facciamo piccole mostre, esposizioni, concerti, presentazione libri, eventi e pubblichiamo due collezioni di libri.

Mentre continua a raccontare, penso che, come tante donneconlozaino, Monica ha dovuto conciliare partenze e ritorni, famiglia e lavoro, integrazione e lingue, divisa fra i bisogni degli altri e le sue esigenze di realizzazione personale e professionale. Le chiedo se con i tanti sacrifici e difficoltà (compensati dai tanti momenti belli) pensa di essere riuscita a trasmettere serenità e valori condivisi alle ragazze: Le mie figlie sono più femministe di noi! – risponde ridendo- Senza fare tanti discorsi moralisti ma semplicemente con il nostro esempio di coerenza e onestà sono cresciute con idee di libertà e rispetto per tutti. Anche se a volte la pensiamo diversamente, condividiamo valori fondamentali riguardo ai diritti sociali. Sono talmente contro il machismo che si sono trovate a discutere con i loro amici a Roma quando, durante il governo Zapatero, in Spagna, si promulgò la legge che approvava i matrimoni gay. Noi eravamo tutti fieri dell’avanzamento sociale e culturale del nostro Paese mentre in Italia si discuteva (ed ancora oggi) in modo più conservatore. Sono cresciute con i valori della tolleranza e dell’indipendenza di pensiero e di scelta; forse non è un caso che lavorino entrambe chi nel giornalismo chi nella politica.

In questo infuocato pomeriggio di luglio, continuiamo a charlar nel suo studio che si affaccia sul bellissimo terrazzo, gustando las roquetas, pasticcini tipici di Alcalà de Henares, città natale di Miguel de Cervantes, dove mi ero recata ad un meeting internazionale. Inevitabilmente il discorso ruota intorno al senso del viaggio e Monica spiega cosa significa viaggiare per lei:

Viaggiare nel senso pieno del termine significa inserirsi e vivere come i locali, assorbire la cultura, gli orari, il modo di vita, la lingua: tutto questo è un vero arricchimento. I miei spostamenti di vita sono stati però sempre in Europa mentre avrei voluto vivere in America Latina o in altri continenti dove la diversità è più forte per arricchirmi ancora di più di questo incontro con altre culture. Spagna, Francia, Italia sono Paesi ancora molto simili nelle loro specificità. Una maggiore differenza la percepisco quando vado in Messico dove vive la mia famiglia ad esempio. Pensare che condividere la lingua con molti Paesi dell’America Latina significhi potersi comprendere più facilmente è falso. Ci sono grandi differenze nel modo di pensare e di vivere; sono Paesi complessi da capire, basti pensare alla ricchezza e alla diversità delle tante popolazioni indigene. Ho viaggiato in Messico, a Cuba, in Argentina, in Colombia, a Portorico e poi negli Stati Uniti e sempre ho trovato complesso e vario il continente americano. Poi mi sono recata in Giappone per lavoro e davvero ho percepito la sensazione di entrare in un mondo completamente diverso dal nostro: ho pensato quanto sarebbe difficile ma interessante nello stesso tempo vivere in Estremo Oriente.

Insomma per me viaggiare anche per turismo significa tentare di immergersi nella cultura del Paese per capirla. Nel mio ultimo viaggio, per esempio, in Colombia, ho cercato di parlare con la gente per capire come poteva cambiare il Paese con il nuovo presidente. Certo che nel mio viaggiare lo sguardo giornalistico è inevitabile, cercare l’incontro con le persone, informarmi, confrontarmi con le varie opinioni, indagare e riportare quello che imparo e che vedo è nella mia pelle…

P.

Author: Patrizia D'Antonio

Blogger, writer, teacher, traveller...what more? I love to meet and share with people. In my spare time I like reading, swimmming, cycling, listening and playing music . I was born in Rome but I live in Paris  

Rispondi