Una ragazza con la valigia

Anna F., la Maddalena, Roma, Lisbona, Maputo (Mozambico), Mendoza (Argentina), Forlì

Ho conosciuto Anna diversi anni fa, durante i suoi vari passaggi a Roma dal Mozambico diretta in Portogallo con la sua gioiosa tribù: un compagno portoghese, i tre bambini bilingue, il papà marinaio, la mamma dal sorriso dolce. Anche Anna ha il sorriso franco ma combattivo, di chi sa riconoscere il valore della vita e lo sa narrare: in versi, in prosa, in scena.

Nonostante le migliaia di chilometri di distanza ci siamo comunque sempre sentite connesse, legate anche dalla mia amicizia con sua sorella, la poetessa e scrittrice Grazia Fresu.

La vita di Anna si è diramata su tre continenti: Europa, Africa, America Latina, oltre al Continente con la C maiuscola, come era considerata la penisola per i nostri isolani nei tempi in cui non c’erano ancora i low cost.

Della Sardegna conserva il suo amore per il mare, i ricordi di ragazza, le origini profondamente ancorate nella passione per la narrazione orale, per le storie e le mitologie sui sentimenti profondi, sulla coralità dei popoli e sulla solidarietà delle comunità. Così si racconta nel suo libro di racconti “Storie di un tempo breve, anzi brevissimo” Macabor, 2020:

Ho cominciato presto ad essere una “ragazza con la valigia”. La prima volta avevo sedici anni e lasciavo la Sardegna, o meglio La Maddalena -la mia isola nell’isola- per il Continente. Non era un viaggio di piacere, roba da turisti. Questa volta si trattava di trasferirsi, cercare una nuova casa, una nuova scuola, nuovi amici, nuovo tutto. L’unica cosa che avrei voluto portarmi dietro era il mare. Ogni volta, sempre, la mancanza del mare, di quel mare, l’avrei sentita come una ferita. Non c’era spazio però per la nostalgia perché davanti c’era tutto da scoprire, una nuova vita da inventare. È stato così all’inizio di ogni “migrazione”, la curiosità aveva la meglio su ogni separazione. Il distacco, l’assenza, la nostalgia… queste sono sempre arrivate dopo.

Anna si definisce una cittadina del mondo ma la sua dimensione isolana la continua ad accompagnare ancora oggi mentre divide la sua vita tra Mendoza e Forlì. L’isola racchiude la metafora del limite ed il varco da oltrepassare, del Mediterraneo -strada acquatica di passaggi millenari -che chiude ma nello stesso tempo apre al viaggio, agli incontri. Racconta la sua relazione con il mare e l’isola, dell’intreccio di rapporti familiari, soprattutto femminili, legati alla narrazione, all’oralità, al tramandare intrecci e storie. In una recente intervista a cura di Emma Fenu sulla rivista iSole aMare sul tema della fluidità, identità e diversità, Anna racconta:

Sono nata in riva al mare, la casa della mia infanzia era sul piccolo porto. L’acqua, quell’acqua, è la materia che mi compone, mai ferma, trasparente e a volte oscura, multiforme. Il mare tutt’intorno non chiudeva, proteggeva ma era anche invito ad attraversarlo, a scoprire cosa c’era dall’altra parte. Ho trascorso la mia infanzia in una casa di donne: mia nonna Michela, mia madre Maria, mia sorella Grazia. La presenza di mio padre, dettata dall’attesa. Attesa che non pesava, scandita dai gesti quotidiani, dal lavoro e dall’accudimento, riempita dai racconti sardi di nonna – le storie delle janas, dei giganti e di Treignhinu- e delle storie dei grandi libri – la “Divina commedia”, le tragedie shakespeariane, “I Miserabili”… – dei film -“Via col vento”, “Accadde una notte”, “L’olandese volante”, “Il brigante di Tacca di lupo…” – del teatro –Pirandello, O’Neil, Tennesee Williams e Giacosa, Anton Giulio Bragaglia, Sarah Ferrati e Renzo Ricci, le sorelle Gramatica…- che mamma riportava dalle sue tante letture e dalle visite a mio padre sul continente quando la sua nave faceva scalo. Storie e lingue che si mischiavano: il logudorese dei racconti, delle filastrocche, dei duru duru saltando sulle ginocchia di mio padre, della lingua familiare dei miei, dell’isulanu di mia madre con le amiche e delle chiacchiere dei pescatori riparando le reti davanti alla mia casa, dell’italiano di Dante e dei racconti “colti” di mamma, il gusto dell’ascolto, della narrazione, del verso. E c’erano le romanze che nonna cantava mentre puliva le verdure e le storie delle opere che mamma ci raccontava sempre con grande empatia e partecipazione e straordinaria capacità narrativa. E quando babbo tornava dai suoi viaggi c’erano i racconti di terre lontane, di tempeste, della solitudine e della fatica della gente di mare.

Fluida l’acqua, fluida la lingua, fluido l’immaginario, fluido e lieve il tempo, senza fretta di andare, di partire. Fluida* è la parola che meglio descrive la mia identità.

Liceale curiosa trasferitasi a Roma, conclude gli studi laureandosi in Lettere e Filosofia e segue corsi di teatro tra cui il Teatro Studio partecipando poi alla creazione di Spaziozero. Le parole, scritte e recitate, diventano il suo mondo: è regista, autrice, attrice di teatro, traduttrice. Anna ci tiene particolarmente al suo ruolo di traduttrice ed attrice perché, spiega in un’intervista, “è importante per me comunicare non solo ciò che io sono e sento ma anche fare da ponte fra autori, poeti, spesso poco conosciuti da noi – come certi scrittori africani o afrodiscendenti o nativi – e lettori, spettatori del nostro mondo con la voglia di conoscere, aprirsi a altri mondi. E anche ‘attrice’ per il desiderio di mettermi nei panni dell’altro o semplicemente di raccontare storie anche con il corpo e la voce. In tutto ciò che faccio c’è il bisogno di essere ‘ponte’, di gettare semi al vento, di riconoscermi, riscoprirmi nell’altro e nell’altrove. C’è il bisogno di capire e di cambiare”.

Fin da giovanissima conduce laboratori teatrali nelle scuole di ogni ordine e grado mentre si sposta, impara le lingue, si trasferisce, viaggia. Inseguendo la Storia, parte prima in Portogallo dopo la liberazione dalla dittatura dove lavora come mediatrice culturale nella cooperativa agricola Torrebela, poi in Mozambico appena liberato dalla colonizzazione:

Avevo ventotto anni e una figlia, quando sono partita per il Portogallo dei garofani, quel Portogallo che il mio compagno poteva finalmente ritrovare dopo anni d’esilio. Lì ho passato quasi due anni vivendo e lavorando con le contadine e i contadini senza terra che mi hanno riportato a quei canti per sola voce della mia infanzia, i canti di mia nonna e di mia madre.

Poi dal Portogallo al Mozambico, all’indomani dell’indipendenza, quando tutto sembrava possibile, anche costruire un mondo nuovo. Anche con il cinema, il teatro… il mio lavoro-passione di sempre. Lì ho vissuto per undici anni, lì ho messo al mondo altri due figli, lì ho cominciato a raccontare la storia di un paese, soprattutto delle donne meravigliose che vi ho incontrato.

E un giorno di nuovo a Roma, altri affetti da curare, da accompagnare alla fine del loro cammino.

In Mozambico Anna insegna e dirige la Scuola Nazionale di Teatro, pubblicando due libri “Pesquisas para um teatro popular em Moçambique” e “Jogos e brincadeiras” con il regista e giornalista Mendes de Oliveira. Da questa collaborazione nasce anche il “Dipartimento di Cinema per l’infanzia e la gioventù” che Anna crea e dirige realizzando diversi film che ottengono riconoscimenti internazionali (Festival del Cinema per l’Infanzia e la Gioventù di Giffoni Val Piana; Festival do Cinema de Animação, Tavares, Portogallo); nel frattempo nascono Juana e Jaime. Anna torna poi ancora in Mozambico nel 1996 per una collaborazione RAI; mancava dal Paese dalla fine degli anni Ottanta quando era tornata a Roma. In Italia aveva dovuto ricominciare un’altra vita per sé ed i figli, ma non si era arresa, avanzando con la famiglia al fianco: la sorella e gli anziani genitori che accompagna nei loro ultimi anni:

Quando sono tornata in Mozambico dovevo realizzare una serie di servizi televisivi; mi sono anche occupata di un laboratorio teatrale con i “meninos da rua”, bambini-soldato e vittime della guerra. Intanto il mio lavoro in Mozambico era stato riconosciuto con un premio al Festival del Cinema per lo Sviluppo a Genazzano nel 1991. Quell’anno ho anche curato, con Joyce Lussu, un’antologia di poesie del poeta mozambicano José Craveirinha, che ho tradotto in italiano (Voglio essere tamburo, Centro Internazionale della Grafica, Venezia).

Dopo la morte dei miei genitori, insieme a mia figlia maggiore Maja e la sua adorabile bambina Asia, sono partita per Mendoza, in Argentina, ai piedi delle Ande dove viveva mia sorella. Ho insegnato lingua e cultura italiana alla Società Dante Alighieri e nell’Università di Mendoza. Tra congressi, spettacoli e pubblicazioni gli anni oltreoceano sono passati intensamente tra attività, nostalgie e soddisfazioni. Scrivendo, sempre. Scrivere o fare uno spettacolo, è cambiare ogni giorno. Dar vita, ogni volta, a un nuovo sogno, intraprendere un altro viaggio. Un po’ come innamorarsi (questo, però, è un po’ più difficile).

Artista e scrittrice poliedrica con un sguardo sempre al femminile, Anna ha messo in scena uno spettacolo dedicato alle figure femminili nell’opera di Dante Alighieri: “Donne che avete intelletto d’amore” e un altro sui dolori del mondo attraverso gli occhi delle donne “Pasión laica”. In Brasile, nel 2016, ha scritto e interpretato “La nostra prima volta”, spettacolo sul voto alle donne.

Poetessa dalla penna fluida e intensa è autrice di diverse raccolte che hanno anche ricevuto premi internazionali: “Ponti di corda” (Temperino rosso ed.), Fluida”, (Macabor ed.) ed ha curato l’antologia poetica “Molti nomi ha l’esilio“ (Kanaga ed.). Diversi suoi racconti e poesie sono presenti in antologie ed è molto attiva su riviste on line e blog, come El-ghibi e La macchina sognante, Tantestorie e Cultura al Femminile. Cura la pagina facebook di Scritti d’Africa di cui è stata presidente fino al 2016; attualmente lo è dell’associazione culturale Il Cerchio dell’Incontro.

Alla domanda: c’è un luogo dove ti senti a casa? Anna ha risposto così, nell’intervista “L’esploratre del mondo, Anna Fresu, cittadina globale: donna sensibile, intraprendente, irrequieta”rilasciata recentemente e pubblicata su “TIP Tottus in pari. Emigrati e residenti: la voce delle due Sardegne”:

La casa non è un luogo, sono gli affetti: mia sorella, i miei figli, le mie nipotine, le mie amiche e i miei amici. Ma anche un luogo dentro me stessa in cui mi raccolgo, sospendo il giudizio, ritrovo la forza per continuare e, a volte, ricominciare. Sono i libri, è la letteratura, la poesia, che non mi abbandonano mai.

Sulla Sardegna, come luogo dell’anima, racconta: Mi riconosco nell’isola, origine e ritorno, luogo dell’anima e di memorie care; scoperta dei sensi, del piacere: vento che scompiglia i capelli, profumi intensi delle nostre piante, estasi dei colori, trasparenza e fluidità del mare – quiete e tempesta – in cui mi ritrovo e identifico, confini che proteggono e invitano al viaggio, alla scoperta di orizzonti da varcare.

Riguardo al senso di irrequietezza anche alla base del suo nomadismo fisico ed intellettuale afferma: L’irrequietezza, per me, è apertura all’altro, all’altrove; è mettermi alla prova, riconoscere i miei limiti, superarli ma anche assumerli cercando di trasformarli in punto di forza.

Nella raccolta di racconti Sguardi altrove (Vertigo, 2013), Anna scrive cosa è questo Altrove per lei:

L’altrove è tutto ciò che non conosciamo e che cerchiamodi capire, è ciò a cui tendiamo, ciò che ci aspetta all’angolo dela strada; è il paese che non conosciamo, I volti che non conosciamo, ma che per un attimo attraversano le nostre vite; è, a volte, ciò che temiamo e cerchiamo di scongiurare; è ciò che dorme nel profondo e, solo a tratti, riesce ad emergere.

L’altrove è l’altro, chiunque egli sia, o, semplicemente, noi stessi

Non ho bisogno di chiedere ad Anna cosa mette nel suo zaino durante i suoi viaggi e trasferimenti, perché lo ha già ben narrato in storie di un tempo breve “Storie di un tempo breve (anzi brevissimo)”, (Macabor ed. 2020) quando descrive il suo bagaglio che in fondo è la sua stessa casa:

La mia casa valigia

La mia casa è racchiusa in una valigia, la porto sempre con me

ovunque vada. Ha pareti che cambiano, che si dilatano, si restringono. La mia casa ha lo stesso nome in molte lingue. Ma non in tutte. Il nome è lo stesso in tutti i luoghi che ho abitato. E questo è

un conforto.

La mia casa a volte è piena, a volte vuota. Piena delle memorie e dei giorni,

vuota del tempo che resta e di tutte le assenze.

La mia casa ho spazzato di tutti i rimpianti e a volte anche delle speranze.

La mia casa è sola o vicina alle altre. Così strette che si fanno compagnia.

A volte è troppo grande, a volte troppo piccola. La mia casa mi riflette, mi assomiglia.

Porta tracce di voci e di corpi. Ha sempre porte e finestre mai chiuse, pronte all’attesa, all’incontro. Ha pareti di libri e di storie, una bocca per raccontarle.

Ha lacrime appese al soffitto come gocce di cristallo. Brillano e non si muovono.

Ha risa che battono contro i vetri delle finestre. Risa e lacrime non solo mie.

La mia casa ha il gusto del mare di onde di sale.

I sette colori delle montagne, di pietra e rocce, di cime mai scalate.

Ha il sapore del mirto e della papaya, di vino buono e acajù.

Sa di pioggia e di vento, di raggi di sole.

Certe volte non ha voglia di viaggiare e vorrebbe restarsene lì ben piantata sulla terra.

Ma non faccio fatica a convincerla e piano piano, prima mestamente, riprende il suo posto in valigia.

E forse ci pensa su, perché dopo un po’ la sento ridere e la guardo dormire sognando nuovi confini.

Nei suoi occhi pacati e sorridenti leggo questo desiderio ambivalente di trovare rifugio magari vicino al mare nella sua terra d’origine, e, nello stesso tempo, di voler partire, esplorare, viaggiare per scoprire, cambiare. Tanto la sua àncora è contenuta nella sua valigia-casa: una penna, un quaderno o un computer dove scrivere le tante storie che sgorgano dalla sua ricca immaginazione nutrita di ricordi, esperienze, incontri.

*“Fluida”

Fluida/ come l’acqua/che circondava/ le mie origini/ liquido amniotico/ mare madre.

Fluide le mie radici/ le mie lingue/ fra Logudoro e Arcipelago/ suoni e parole/ di ogni Sud del mondo/ storie di sabbia pietra/ mare barche montagne/ e di terre lontane.

Fluide sono le case/ piazze strade, luoghi/ deserti che ho attraversato.

Fluido il mio pensiero/ il mio cercare/ fluido il mio sguardo/ sull’altro e sull’altrove.

Fluida e fluttuante/ la mia voglia di andare/ fluido e ondivago/ il mio modo di amare.

Fluido il mio essere/fra vegetale e animale/ dolorosamente/ coscientemente/ umano.

Fluido il mio tempo/ senza prima e dopo/ eterno circolo/ che inseguo, invano?/ e tenacemente rinnovo.

Fluida io,/ sempre diversa e uguale/ alla matrice/ che mi ha generata.

(silloge Fluida, Macabor editore, Francavilla Marittima, 2021)

Pubblicato da Patrizia D'Antonio

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