Vivere al bivio

Débee C., São Paulo, Ariccia (RM)

Nel coro “Aquarela do Brasil” di Roma Débee si distingueva: bella, bruna, giovane e stravagante. Indossava abiti particolari, fasce per capelli originali, orecchini unici. La sua voce dolce contrastava con il trucco aggressivo che sfoggiava: una marcata linea di eye-liner come quella usata in quegli anni da Amy Winehouse. Ci sorridevamo sempre con simpatia quando ci incontravamo al coro, lei arrivava puntuale ma alla fine delle prove andava via di corsa con un ragazzo che la aspettava davanti all’ingresso del centro culturale del Brasile, a piazza Navona. Li ammiravo allontanarsi per mano, giovani e spensierati. Per anni ci siamo tenute in contatto: l’ho vista nelle foto, sorridente nel suo abito da sposa, poi raggiante dopo la nascita dei suoi due bambini. Nei lunghi mesi della pandemia ho saputo che era rimasta bloccata in Brasile dai suoi genitori, felice per il calore della sua famiglia d’origine ma desolata per il distacco dal marito rimasto a Roma. Poi, qualcosa si è incrinato in lei: ho percepito da lontano la tristezza, il dolore, la solitudine, lo sconforto. In una soleggiata mattina, mi ha telefonato dal centro di Roma per raccontare il suo percorso:

Sono nata a São Paulo, in Brasile, in un’enorme famiglia che, quando si riuniva, riempiva una sala da ballo: erano tanti gli zii, i cugini e gli affini, ed io sono cresciuta in questo senso di grande comunità. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza felici, ero allegra e colorata, tutta feste e sorrisi. Quando è giunta l’ora di scegliere un percorso all’università, volevo studiare arti plastiche o danza, ma mia madre, ingegnere e donna molto razionale, mi ha convinto che era meglio fare qualcosa di più spendibile nel mercato del lavoro, come ad esempio architettura, che mi avrebbe lasciato più chance concrete di futuro:- Laureati, poi potrai fare quello che vuoi! – Io l’ho ascoltata. Ho frequentato allora la FAU-USP (Faculdade de Arquitetura e Urbanismo da Universidade de São Paulo), un ateneo magico molto legato al fermento culturale. Ho scelto un percorso artistico, partecipando nel campus a tutte le iniziative: coro, capoeira, teatro dell’assurdo e delle arti circensi; ho imparato persino a camminare sui trampoli e a sputare fuoco. Quando è arrivata la fase degli interscambi universitari, ho voluto concretizzare l’antico sogno di venire in Italia. La famiglia di origine del mio papà è libanese, mio nonno materno è discendente di italiani di seconda generazione, mia nonna materna di portoghesi e indigeni, perciò sono un miscuglio di etnie. Fin da piccola ho frequentato la Dante Alighieri, una prestigiosa scuola italiana di São Paulo, respirando la cultura d’origine del babbo e sognando di poter conoscere un giorno il Colosseo. Il piano iniziale era  quello di recarmi a studiare presso la Sapienza di Roma, ma mi sono persa nella burocrazia “italo-brasiliana” e alla fine ho deciso di scegliere Bologna come destinazione, punto di partenza da dove potevo agevolmente viaggiare per tutta l’Europa. Volevo girare con lo zaino in spalla, da ‘mochileira’. Mi sono iscritta al Dams (Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo); dedicandomi con impegno alla psicologia dell’arte, all’etnomusicologia ed alla storia della danza e del mimo, oltre che ad effettuare innumerevoli viaggi in treno o con voli ‘low cost’. Suonavo con un gruppo di percussionisti brasiliani, i Marakatimba, ballavo la pizzica con gli amici pugliesi, imparavo lo spagnolo con i coinquilini e ingrassavo di parecchi chili perché lavoravo nelle pizzerie e nei ristoranti bolognesi. Da quella fase della mia vita ho ricavato un’impareggiabile esperienza culturale e umana.

Alla fine di quel corso di studi, si è dedicata all’animazione nei villaggi turistici. Partita per tre mesi in Sardegna, racconta che in quegli anni: –cadevo come un paracadute nelle cose, vivevo tutto con  entusiasmo e sorprendendomi continuamente. 

In un mondo così diverso, Débee si aprì con il cuore e la mente. Nel villaggio turistico le avevano chiesto di occuparsi del ‘contatto’. Non sapeva bene cosa significasse; le avevano detto che doveva semplicemente parlare con la gente. Era contenta di avere assicurati vitto e alloggio e l’occasione di conversare con tutta l’Italia vista la rotazione degli ospiti: una settimana napoletani, una bergamaschi, poi romani. Lei non doveva fare altro che accogliere le persone, poteva così perfezionare il suo italiano che a quel tempo era un po’ scolastico. Loro volevano sapere di lei, lei raccontava e li ascoltava. Ha imparato a riconoscere gli accenti di tutte le parti d’Italia, e presto, oltre al ‘contatto’, finiva per fare un po’ tutto, insegnava capoeira, ballava danza del ventre e, quando mancava qualcuno dei suoi colleghi, li sostituiva nelle svariate mansioni:

Vivevo ogni giorno come se fosse l’ultimo. Quelle attività mi rendevano felice e non mi facevo troppe domande per il futuro. Ho ripetuto l’esperienza dei villaggi in inverno, non avevo mai visto la neve né sciato mai in vita mia, era tutto meraviglioso, riuscivo allo stesso tempo ad approfondire i rapporti con le persone, ad organizzare gli spettacoli e ad assistere gli ospiti. Dopo l’esperienza europea sono tornata in Brasile più matura e lì ho cominciato davvero i miei studi di architettura. Durante la preparazione della tesi finale, ho avuto l’occasione di seguire un tirocinio a Roma presso un importante studio di architettura, situato accanto all’ambasciata del Brasile dove cantavo con il “Coro Aquarela do Brasil”. Nello studio c’erano stagisti stranieri e italiani; abbiamo formato un gruppo gigantesco per le ‘birrette a passeggio’, ed è stato lì che ho conosciuto il mio futuro marito.

-Débee, laureati e torna! – mi hanno rassicurato gli architetti dello studio alla vigilia della  mia partenza per San Paolo, ma, quando stavo per tornare a casa, ho sostenuto e superato un esame per un dottorato di ricerca a Genova. Tornata in Brasile per preparare la documentazione, ero titubante: non avevo ancora un lavoro vero, né stipendio né una carriera adeguata. Inoltre temevo di dover gravare sui miei, pertanto stavo per rinunciare ma mio padre mi ha rassicurato: – Non posso finanziarti per tutta la vita ma almeno per i tre anni di dottorato avrai tutto il mio sostegno-.

 L’università italiana è differente da quella brasiliana dove non ci sono esami orali, perciò  ho avuto molte difficoltà nel gestire il percorso di studio. Ho cambiato il tema assegnato per uno che mi stava a cuore: la città di São Paulo. Una professoressa ricercatrice della Sapienza (tornavo al sogno dell’inizio!) mi ha fornito il supporto di cui avevo bisogno nella mia ricerca. Il lavoro riguardava le strategie spaziali utilizzate nello sviluppo urbano recente di São Paulo, per rispondere alla crescente paura e retorica sulla violenza con un progetto urbanistico mirato. Studiavo le mappe della criminalità, visitavo le favelas, incontravo altri architetti che affrontavano tematiche simili e ho concluso felicemente il dottorato.

Prima del mio addio all’Italia, sono stata sorpresa dalla richiesta di matrimonio del mio fidanzato così si è aperta una nuova fase della mia esistenza. Ci siamo sposati e abbiamo scelto di vivere ad Ariccia perché eravamo attratti dalla bellezza antica del centro storico. All’avventura del matrimonio si è unita quella della ristrutturazione della casa che, a pochi giorni prima della cerimonia, non era ancora pronta (ancora oggi, dopo nove anni, la casa non è finita!). Eravamo disperati e ancora oggi mi intenerisco nel guardare, nelle foto dello scambio delle fedi in chiesa, le nostre mani segnate dai lavori. In quel periodo ero felice anche se non avevo un lavoro. Per  superare le difficoltà economiche, ho dovuto accettare un incarico lontana da casa, in Calabria, presso uno studio di ingegneria che progetta impianti fotovoltaici. Lavoravamo su grandi territori in attesa di sviluppo e serviva una persona che si interfacciasse con l’Enea brasiliana perciò dovevo partire in missione. Adoravo andare nel nord-est brasiliano in posti sconfinati dove la mia presenza era indispensabile. Partivo con dei colleghi in avventure che duravano ogni volta quindici giorni. Lungo le strade mangiavamo mango e papaya presi direttamente dagli alberi, e i proprietari dei terreni, oggetto di sopralluogo, ci accoglievano dentro le loro case offrendoci le  pietanze tipiche del posto. Talvolta sostavo a Rio de Janeiro per incontrare i miei. Quando si è presentata l’occasione di seguire un cantiere in Brasile per un lungo periodo, ho sentito che stavo per coronare il mio sogno lavorativo, ma, proprio in quel momento, ho scoperto di essere in attesa del mio primo bimbo. Non potendo portare avanti la gravidanza in un cantiere sconfinato in mezzo al nulla, sono dovuta rientrare ad Ariccia. Purtroppo, proprio mentre ero  tornata ad essere disoccupata, anche Massimo, mio marito, ha perso il lavoro: stavamo per avere un figlio e non avevamo neanche un euro in tasca. Il giorno in cui è nato Mattia Vincenzo la nostra vita si è illuminata: in quel complicato contesto nostro figlio era l’unica nostra certezza. Come ci ha detto qualcuno, i figli portano fortuna e mio marito è stato chiamato proprio dopo la nascita per un colloquio di lavoro dove è impiegato tuttora: questo ci ha permesso di rimanere a galla. Mentre programmavo di rientrare nel mondo lavorativo, preoccupata per la mia carriera e per la nostra situazione economica, sono rimasta incinta di nuovo. Ero molto felice, avevo sempre avuto il sogno di una famiglia grande. È nato Pietro Stefano, la nostra piccola roccia. Nonostante l’immensa allegria che ci donavano ogni giorno i nostri gioielli, non è stato semplice gestirli. La famiglia di Massimo vive a Pomezia, non avevamo un supporto quotidiano, eravamo troppo isolati. Io e mio marito eravamo orgogliosi di riuscire a cavarcela da soli, ma io ho sofferto molto nel non avere la famiglia e gli amici vicini.

Débee si ferma, sospira, poi racconta che un po’ alla volta ha cominciato a sentirsi poco appagata. Malgrado tutti i suoi sforzi, si sentiva sbagliata, costantemente criticata nel suo modo di essere madre, giudicata dalle persone che aveva attorno per ogni cosa che dicesse o facesse. Lei pretendeva troppo da se stessa e ce la metteva tutta, ma le critiche la rendevano vulnerabile. Le pesavano sempre di più le differenze culturali,  piangeva tanto e voleva tornare in Brasile. Qualche volta la mamma veniva a trovarla in Italia, lei si recava spesso a San Paolo: quando stavano insieme trovava delle isole felici insieme alla famiglia, alle cugine e alle amiche, ma, quando era lontana, tornavano la solitudine e la costante sensazione di non essere accettata. Dapprima estrosa e variopinta, iniziò pian piano a perdere colore, diventando sempre più grigia. Débee segue lo “Espiritismo Kardecista”, una dottrina religiosa di natura filosofica e scientifica, il cui credo principale ruota attorno alla costante evoluzione spirituale dell’essere umano attraverso le reincarnazioni. Chiese in quel periodo un supporto ai genitori, entrambi seguaci di tale religione, che la aiutarono, attraverso le loro conoscenze e letture, a riflettere su ciò che stava vivendo. Sfruttando il periodo della maternità, impossibile da conciliare con un impegno di lavoro continuativo, decise di riprendere il percorso per il riconoscimento della sua professione. Si iscrisse a Roma Tre per ottenere i crediti formativi richiesti scegliendo le discipline che le piacevano, l’esperienza del restauro in cantiere, le strutture antiche, le costruzioni in legno, tutto ciò che mancava al suo percorso professionale:

Tornare a studiare e dedicarmi a qualcosa che era solo mio mi ha fatto rinascere. Ho incontrato per caso un’amica brasiliana e abbiamo scoperto di seguire lo stesso percorso all’università. Oltre che a parlare la stessa lingua e a poter confrontare le  nostre esperienze, la sua compagnia mi ha fatto sentire meno sola. Conseguito il riconoscimento della mia laurea, sono partita con i bimbi in Brasile con l’intento di fermarmi venti giorni per ricaricare le energie e al mio ritorno in Italia ricominciare a lavorare. Mentre ero lì, è scoppiata la pandemia e siamo rimasti bloccati per quasi tre mesi. Massimo era solo in Italia, ero preoccupata per quella situazione, ma il fatto di stare con i miei mi ha rigenerato. Vedere i miei bimbi godersi i nonni e mio fratello, anche lui in lockdown insieme a noi, poter conversare, ridere, litigare è stato bellissimo! Mio marito, che intanto aveva  smosso mari e monti, è riuscito a farci imbarcare su un aereo consolare per farci tornare a Roma. Il ritorno a casa è stato faticoso, ho ritrovato un’impostazione di vita che non mi si addiceva  più. Ho cercato di reagire dedicandomi a cucire mascherine di stoffa da vendere, confezionavo anche alcune borse e sono andata avanti finché, verso la fine della pandemia, sono stata chiamata da un amico ingegnere per partecipare a dei progetti che avrei potuto seguire da casa: questa era l’occasione di riavvicinarmi alla mia professione. Mi sentivo triste però nel ripensare ai  momenti gioiosi del passato e ho cominciato ad accumulare tanti risentimenti. La memoria della mia storia mi impediva di essere felice perché mi sentivo in gabbia, paragonavo l’attuale grigiume al mondo policromatico  di prima e mi sentivo in colpa per il fatto di non essere felice. Amavo mio marito e i miei figli ma ero arrabbiata col mondo circostante al quale sentivo di non appartenere più. 

Poco dopo ho scoperto di essere affetta da una tipologia molto aggressiva di tumore al seno,  avrei dovuto sottopormi a una cura tempestiva e fortissima prima dell’intervento. Era tutto così strano, assurdo e spaventoso ma, paradossalmente, ho visto quel momento come una sorta di liberazione: -Finalmente vado via!– ho pensato. Ero terrorizzata, ma pensavo che morire avrebbe potuto essere una soluzione alle sofferenze che non riuscivo a scacciare.  Invece poi l’istinto di sopravvivenza e l’amore per la mia famiglia mi hanno fatto reagire, ho preso in mano quello che la vita mi stava offrendo e ho ritrovato me stessa guardando in faccia la morte. Quando ho perso i capelli i miei genitori, a sorpresa, si sono rasati. Erano impossibilitati a venire in Italia per il blocco del traffico aereo dovuto alla pandemia, ma la disperazione ci ha portati ad essere forti, distanti fisicamente ma molto uniti con il cuore, tenendo accesa la fede e la fiducia. Massimo si sentiva molto solo: anche lui sentiva il peso enorme della mia condizione e gli sono grata per avermi supportato. I bambini mi hanno vista fragile e sofferente ma siamo riusciti, noi quattro, ad affrontare la verità.

 Durante il periodo travagliato da neo-mamma mi ero sentita sbiadita e dimenticata da tutti, quando invece ho reso pubblica la mia malattia, ho ricevuto una grande quantità di amore: ho affrontato così in modo propositivo tutte le difficoltà del percorso terapeutico. Dopo aver superato la tempesta, sto riprendendo piano piano il ritmo normale di vita. Collaboro in parte con studi di ingegneria o seguo con mio marito qualche cantiere. Sono tornata anche alle mie “arti”: canto nel “Coro in Maschera di Ariccia”, prendo parte come “infioratrice” alla tradizionale Infiorata di Genzano e partecipo in biblioteca con i miei bimbi  alle attività artistiche e culturali. Vivo ancora le mie battaglie interne, cerco di fare i conti con la nuova Débee che non ha più la stessa energia di prima, ma vado avanti con fiducia. Cerco di sfruttare le occasioni che mi si presentano, immensamente grata di essere circondata da tante persone speciali. Ho finalmente capito che stavo cercando il mio posto nel luogo sbagliato, non mi sento più giudicata e, attraverso i legami di amicizie nuove e vecchie, ho ripreso a sognare e a sentirmi libera di usare la mia tavolozza di colori per dipingere le prossime pagine della mia storia.

Débee ed io ci salutiamo, è arrivata al suo studio, le auguro per il futuro di non dover scegliere tra architettura e ingegneria, Italia e Brasile, famiglia e lavoro, ma che tutto si fonda in un fluire di benessere e che lei torni a sentirsi scagliata nella vita con il paracadute dei suoi primi anni felici.

R.

Pubblicato da ragaraffa

Blogger per passione e per impegno, ama conoscere e diffondere le voci delle donne che cambiano.

Una opinione su "Vivere al bivio"

  1. Sou a mãe… essa é uma história verdadeira recheada de emoção, amor e coragem. Estou aqui Debee, lendo com as lágrimas rolando. Cada parágrafo uma nova sensação e um desabrochar de vida. Você é sensibilidade, amor puro e luz brilhante, minha filha. Teamo Teamo Teamo.

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