Una MESA per le donne

Giuliana M., UK, USA, Uganda, Perù

Perù

Giuliana è una giovane donna con uno zaino già pieno di esperienze che l’hanno aperta al mondo, all’incontro con altre culture, alla relazione umana. Grazie anche al suo biculturalismo, ha trovato relativamente facile partire per portare avanti un progetto per la salute delle donne in Paesi lontani; racconta:

Sono nata a Cambridge, in Inghilterra ma sono cresciuta negli Stati Uniti, prima a…., in North Caroline poi a Ann Arbor, nel Michigan dove vivo. I miei genitori hanno scelto di lasciare l’Italia; in seguito mi hanno anche parlato della loro scelta di rimanere all’estero. Più volte avrebbero voluto tornare in Italia infatti ma poi pensavano che, se fossero restati, avrebbero dato una migliore opportunità di formazione e benessere a me e mio fratello. Non so quanto questo sia totalmente vero, ma è facile subire il mito del poter inseguire e realizzare i propri sogni in USA.

Abbiamo comunque sempre viaggiato per tornare in Italia a trovare i miei nonni, a Roma e a Milano e, d’estate, nella Puglia che amiamo molto e dove ci ritroviamo con i miei cugini e tutta la famiglia. L’Italia è bellissima: ci sono davvero tanti posti meravigliosi. In questi spostamenti non so mai qual è l’andata e quale il ritorno, ma intanto sono cresciuta con la possibilità di vivere in diverse culture e questo mi ha aiutato molto nel mio percorso. Mi confronto spesso con mio fratello e riconosciamo la ricchezza dell’essere bilingue, di aver appreso stili di vita diverse, capito che le mentalità cambiano a seconda del luogo dove ci troviamo e le persone che frequentiamo Questo ci ha forgiato come persone aperte al mondo ma anche legate alla nostra comunità di italo-americani ed alla nostra famiglia al di là dell’oceano che ritroviamo con piacere.

Giuliana si schernisce temendo di farcire il suo italiano di errori ma continua raccontando che nella sua vita ha scelto sempre percorsi che la aiutassero a conoscere l’altro, ad entrare in contatto con persone di origini diverse come la scelta di frequentare il liceo internazionale. Lì ha stretto amicizia con compagni di origini varie; era una scuola molto progressista con un programma internazionale ed eventi speciali come i giorni dedicati alla diversità ed alla giustizia.

Dopo la maturità, negli USA, si frequenta l’Università per quattro anni per ottenere un Bachelor Degree che è un modo anche per uniformare le formazioni e gli standard diversi che hanno gli studenti provenienti dai vari Stati. C’è molta flessibilità quindi dopo questa laurea si può continuare anche in un altro settore. Io però ho scelto di laurearmi in Public Health per poi studiare Medicina anche se penso di fare come molti giovani americani ovvero impiegare uno o due anni per fare esperienze di lavoro o volontariato o per viaggiare prima di scegliere definitivamente la carriera che si porterà avanti nella vita.

Da più di tre anni, fin dal primo mese di frequenza all’Università, Giuliana segue il Project MESA che ha come obiettivo di facilitare e rendere accessibili e igienicamente sicure le visite ginecologiche per la prevenzione del cancro alla cervice uterina in posti remoti del mondo. Dal 2010 infatti un gruppo di studentesse e studenti di ingegneria iniziarono a progettare/realizzare un tavolo ginecologico trasportabile che, piegato, diventa una sorta di zaino quadrato da portare nei luoghi dove, in assenza di ospedali, si limitano le pratiche e le cure necessarie se non addirittura sono assenti totalmente. Il gruppo iniziale è diventato presto multidisciplinare con studentesse/ti di Public Health, Business, Engineering, (Igiene, Economia, Ingegneria); attualmente Giuliana ed una sua compagna di ingegneria sono coordinatrici e responsabili di una squadra di venticinque, di cui la maggior parte sono studentesse, e stanno analizzando i dati raccolti durante la nostra missione in Perù con il gruppo che lavora localmente,come spiega Giuliana:

Il progetto si è concretizzato con un primo viaggio di ricognizione in Nicaragua per capire i bisogni reali in ambito sanitario di una popolazione geograficamente dispersa ed una rete sanitaria mancante. Come diceva un nostro professore:“ai grandi problemi del mondo ci sono soluzioni politiche oppure economiche oppure si può migliorare una situazione specifica con un’innovazione, piccola invenzione/oggetto per uno specifico settore e questo noi possiamo farlo”. Così è nata l’idea della MESA, chiamata così dai lettini portati e sperimentati in Nicaragua e poi in altri Paesi Latini. Era stata individuata un’area su cui potevamo intervenire applicando le nostre specifiche competenze; i medici locali avevano sottolineato il problema dei numerosi casi di cancro cervicale il cui screening e diagnosi tempestiva permette di ridurre moltissimo la malattia e la morte di moltissime pazienti. Molti ospedali sono lontani e gli ambulatori mobili non avevano un lettino dove praticare il pap test.

Oltre all’Università, il gruppo cerca e riceve altri fondi e finanziamenti per continuare a portare avanti il progetto: hanno appena ricevuto diecimila dollari da un ente di ricerca che permetterà di produrre altri tavoli nei prossimi mesi ed allargare il bacino d’utenza. Dal prototipo iniziale si sono realizzati almeno altri dieci modelli applicando le modifiche richieste e verificate sul campo per migliorare la MESA, come racconta Giuliana:

La mia missione in Perù aveva soprattutto questo come obiettivo: raccogliere dati attraverso interviste, questionari sia per gli operatori e medici che la usavano sia per le pazienti per risolvere eventuali problemi tecnici. Anche se siamo in collegamento regolarmente con le equipe locali, e ogni due o tre mesi ci colleghiamo on line per confrontarci, raccogliere dati ed osservazioni e restare in contatto anche a distanza, la missione sul posto dà la possibilità di fare veramente attenzione ai dettagli, avere un feedback immediato e soprattutto incontrare personalmente tante pazienti che raccontano le loro storie. Purtroppo con il Covid ci è stato impossibile recarci sul posto per due anni, ma ora abbiamo potuto riprendere le missioni ed allargare la collaborazione ad altri Paesi. Oltre al Nicaragua infatti abbiamo portato la MESA in Perù grazie ad un’organizzazione con cui lavoriamo in Nicaragua e che ci ha invitato ed aiutato ad organizzare il viaggio. Avremmo voluto ritornare anche in Nicaragua quest’anno, ma l’instabile situazione politica ci ha fermato. Siamo quindi partiti per l’ambulatorio di Zaña, nella regione Lambayeque, a Nord del Paese per poi prendere la MESA e portarla in zone meno accessibili e lontano per testarla. Ad esempio in alcuni posti ci hanno detto che lo hanno trovato utile anche per esaminare pazienti uomini con problemi di prostata, altri medici ed operatori ci hanno detto che lo trasportano più spesso in automobile che sulle spalle come uno zaino mentre inizialmente era importante che fosse leggero ma solido per il trasporto a piedi. Inoltre ci hanno chiesto di modificarlo per poterlo usare nei parti; dalle pazienti abbiamo capito che si doveva modificare la sbarra di metallo che risultava troppo dura per i piedi mentre la spugna applicata li faceva scivolare. Ogni dettaglio è importante come ad esempio la qualità del velcro che usiamo per assemblare i due cuscini sopra la struttura di metallo.

Giuliana entra nei dettagli tecnici che sono interessanti e mostrano l’attenzione per la qualità e per il processo di ideazione e costruzione che rende questo indispensabile accessorio sempre più utile. Mi racconta che l’equilibrio tra leggerezza e stabilità è importante; la paziente deve sentirsi sicura, non avere paura di cadere ed il medico deve avere uno strumento facilmente utilizzabile che agevoli l’esame nel comfort della donna e che si possa igienizzare efficacemente. La MESA è infatti corredata da un libretto di istruzioni ma il suo montaggio è intuibile e si realizza rapidamente; viene testata per due anni anche se lo si usa più a lungo.

Ci sono molti aspetti che consideriamo e domandiamo: se è facile salire sul lettino, se si monta in fretta, se la superficie dove opera il medico è sufficiente. Abbiamo raccolto le risposte e consegnato dieci tablet alle tre organizzazione diverse che usano la MESA perché continuino ad inviarci le risposte. Il viaggio mi ha aiutato a capire come viene davvero usato e perché è importante. In molti villaggi le visite si fanno nell’unico spazio comune polivalente e questo tavolo fa la differenza. Alcune donne ci hanno detto che l’ultima visita l’avevano fatta dieci anni prima perché l’ambulatorio era lontano o non c’era un posto attrezzato per fare l’esame. Con la MESA si riesce ad avere la posizione corretta della paziente in una condizione di igiene mentre a volte l’alternativa era su un letto, per terra o non fare affatto l’esame. Dall’interazione con le pazienti si raccolgono anche tanti altri dati interessanti e soprattutto si realizza un incontro umano unico. Abbiamo avutocon coppie a cui abbiamo posto molte domande non solo sullo screening del cancro alla cervice ma anche sulla sfera sessuale e riproduttiva. Molti hanno raccontato diverse esperienze e condiviso opinioni; una donna molto influente nella comunità soprattutto, un’infermiera, ci ha parlato del problema delle gravidanze precoci e delle malattie sessuali trasmissibili. Molti erano stati marcati profondamente dalla difficoltà di gestione della pandemia: senza un ospedale vicino, al sopraggiungere delle difficoltà respiratorie ci si è trovato di fronte il problema della mobilità; da quel villaggio ci vogliono sei ore di automobile (per chi ce l’ha!) per raggiungere un ospedale attrezzato.

Affrontiamo con Giuliana il tema delle politiche sanitarie e delle conseguenze sul corpo e sulle vite di molte donne, compresi gli Stati Uniti con la recente abolizione del diritto all’interruzione di gravidanza. Concordiamo sul fatto che i contraccettivi e un’educazione sessuale nelle scuole potrebbero aiutare molte donne nel mondo; d’altra parte se il sesso appartiene anche alla sfera socio-culturale-religiosa, la spesa per la prevenzione sanitaria appartiene a quella politico-economica e, si sa, i politici sono per la maggior parte uomini. Seguire questo progetto ha rinforzato in Giuliana la convinzione che la prevenzione nell’ambito sanitario è fondamentale e, se pensa di candidarsi per un tirocinio annuale alla FAO o al World Health Organization, sente che la sua strada sarà quella di diventare un medico che abbia presente il contesto in cui lavora, i fattori ambientali che giocano sulla salute dei pazienti per il mantenimento del benessere e non solo l’intervento nel momento necessario della cura di una malattia. Le piacerebbe diventare medico di famiglia o, ancor più, pediatra. Le interessa anche la ricerca nell’ambito della salute pubblica proseguendo gli studi dopo la sua laurea in Public Health. Le chiedo meglio che senso abbia questa specialità detta Public Health (Salute Pubblica) e spiega che, se il sistema sanitario americano è eccellente nell’ambito della cura (per chi può comunque averci accesso visto che i trattamenti e gli interventi si pagano), la prevenzione non è nelle priorità della politica sanitaria:

Negli USA si praticano operazioni di eccellenza ma ci sono zone dove l’acqua da bere è contaminata o bambininon mangiano in modo sano ma questo non sembra essere una priorità del governo americano. Ho letto un articolo sul New York Times che riportava uno studio nel quale si evidenziava che quando una nazione si sviluppa economicamente viene posta più attenzione (ed investimenti) nella medicina curativa che in quella preventiva. Nella ricerca si mettevano a confronto correlazioni tra il PIL, gli investimenti e le aspettative di vita tra USA e Costarica dove questa è più alta basando il suo sistema sanitario più sulla prevenzione.

Nel mio corso di studi ho studiato i vari aspetti che influenzano la salute pubblica, l’epidemiologia, la tossicologia, la medicina ambientale nel senso dei fattori che hanno effetti sulle malattie nelle comunità; mi interessa questa correlazione tra la Medicina e il sistema economico-sociale-politico-culturale e ambientale di cui fa parte.

Giuliana ha correlato intanto i diversi suoi piani esistenziali: l’amore per il viaggio, le competenze multiculturali, l’interesse per la salute ed il benessere e i suoi studi. Interesse sviluppato già dal liceo quando è partita per l’Uganda per preparare una tesina e fare del volontariato in una scuola e in un centro di salute. Si è interessata all’osservazione ed alla raccolta dei dati per evidenziare le eventuali correlazioni tra le nascite a rischio, le morti per parto ed i fattori ambientali (accesso all’acqua, l’urbanizzazione e centri sanitari, ecc). Ha capito allora che la prospettiva della ricerca su campo internazionale nel campo della salute le interessava; per questo sta percorrendo la strada della medicina passando per gli studi sulla salute pubblica, confessa sorridendo che le piacerebbe anche andare a fare la pediatra in Italia: in fondo con la sua doppia nazionalità può studiare e lavorare anche in Europa.

Parliamo ancora di intercultura e di viaggi e Giuliana sottolinea ancora quanto il suo biculturalismo l’abbia predisposta allo scambio ed al viaggio inteso come incontro:

Sono cresciuta immersa tra due culture; da bambina già mi ponevo domande durante i miei viaggi oltreoceano quando notavo le differenze tra l’Italia (e tra il Sud e il Nord all’interno della stessa penisola) e gli Stati Uniti: “perché una popolazione è diversa da un’altra? Cosa cambia perché le persone si comportino, mangino e vivano in modi diversi?” Ho imparato da subito che le culture variano tantissimo, anche se nel caso di USA e Italia si tratta pur sempre di due Paesi occidentali . Intanto avevo assimilato la flessibilità, la disponibilità e la prontezza a capire ed accettare le diversità. Sembra che stia dicendo delle ovvietà ma se penso che conosco ragazzi che non sono mai usciti dal Michigan si può capire perché non sia affatto scontato negli USA il saper vivere in altro Paese. All’Università, prima di partire per il progetto, si seguivano corsi di “communication engagement, cultural exchange” per poter essere in grado di assumere un comportamento adeguato e corretto nei confronti di usi e mentalità diversi della popolazione e dei colleghi locali, per prendere coscienza anche del nostro ruolo e posizione di americani, provenienti da un Paese privilegiato. Per fortuna, nel nostro team ci sono studenti di molti paesi e culture diverse.

Da parte mia, già quando sono arrivata in Uganda, ero piena di curiosità e volevo poter comunicare e conoscere il più possibile, ma capisco che per alcuni sia difficile, si tende a restare nella propria bolla, e si fa fatica ad adattarsi a modi completamente diversi di vivere e anche per la difficoltà di capire lingue diverse.

In Perù abbiamo avuto una traduttrice bravissima che conosceva anche i dialetti locali ma comunque il mio italiano e il francese che ho studiavo mi aiutava a capire direttamente le persone e questa è stata una grande opportunità.

Tutto questo ha rinforzato in me l’idea che la medicina mette insieme una certa mia vocazione antropologica legandola al tema della salute: ho iniziato cercando di capire i sistemi sanitari diversi in Uganda e in America Latina, intervenendo con il progetto MESA e, last but not least, coniugando il mio amore per il viaggio.

Giuliana conclude, con un sorriso raggiante, che viaggiare le apporta un’enorme felicità perché, svela, riesce ad imparare come in nessun altro modo: esplorare, conoscere ciò che è diverso, altre persone. Quando torna da un viaggio o da una missione, le prende una specie di malinconia perché sente che da quel momento avrà meno opportunità di assimilare nuove conoscenze dirette, gente e luoghi che la possano aprire al mondo. Intanto continua a lavorare perché lo zaino a forma di MESA arrivi a tutte quelle donne la cui salute si gioca ancora sull’accesso alle cure più semplici ma lontane come su un tavolo di gioco d’azzardo dove il denaro prende strade molto lontane dagli investimenti nella ricerca medica…

P.

Perù

Pubblicato da Patrizia D'Antonio

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