Una chirurga in fuga

Mahboba, Kaboul, Pakistan, Iran, Kazakistan, Etah, Roma

Ci sono donne le cui vite si sconquassano e percorrono strade che non si vorrebbero mai intraprendere a causa di guerre, intolleranze, violenze. Quando ho incontrato Mahboba per la prima volta ero rimasta colpita dalla gentilezza, la grazia e la luce negli occhi che contrastava con il suo vissuto che avevo percepito drammatico quando, nel suo iniziale italiano stentato, mi raccontò che era fuggita dall’Afghanistan, dalla repressione e dall’interdizione per le donne di lavorare. Sorrideva con amarezza quando cercava di spiegarmi della sua professione di chirurga e del profondo dispiacere nel non poterla praticare più né nel suo Paese, né in Italia dove per il momento ha i documenti da rifugiata e vive in un centro di accoglienza. Con la determinazione di chi lotta da tutta la vita e ha vissuto sulla propria pelle la fragilità di equilibri geopolitici le cui conseguenze ricadono sui destini dei singoli individui, in particolare sulle donne, ha iniziato, con volontà e tenacia, il lungo e tortuoso percorso per il riconoscimento dei titoli mentre impara l’italiano:

Potrei già lavorare comunicando con il mio ottimo inglese come stanno facendo ora molti medici ucraini rifugiati- mi spiega mesi dopo quando il suo italiano è ormai migliorato notevolmente grazie alla sua applicazione e alle capacità di studio– sono molto triste di non poter aiutare negli ospedali o in ambulatori come potrei. Ora lavoro in un ristorante come cameriera; mi adatto a tutto per sopravvivere. Prima ho fatto la badante poi ho trovato questo posto. Nonostante avessi spiegato ai miei colleghi e datori di lavoro quanto per me sia importante la dignità e mi feriscano frasi irrispettose sul mio Paese, su di me ed il mio popolo, a volte sono vittima di battute ingiuriose e questo mi rattrista. Inoltre devo trovare il modo di aiutare la mia parte di famiglia che è restata in Afghanistan.

Sono passati diversi mesi dal suo arrivo in Italia ma l’ottimismo di Mahboba non è scalfito e continua a credere che troverà il suo posto qui in Italia o riuscirà a partire per gli USA o per il Canada dove vorrebbe raggiungere le sue sorelle e inserirsi più facilmente nella sua professione avendo già avuto contatti con centri di ricerca americani mentre lavorava in Afganistan. Con dolcezza e resilienza ma tanta forza e determinazione, Mahboba combatte da anni per i diritti delle donne in Afghanistan e perché non le si impedisca di esercitare la professione che ha scelto quando, giovane studentessa in medicina, le dicevano che alle donne era eventualmente possibile solo specializzarsi in ginecologia, che non avrebbe mai potuto essere capace di di diventare chirurga né le sarebbe stato permesso. Si è battuta anche aiutando le donne rifugiate da altre regioni dell’Afghanistan che fuggivano dall’oppressione e delle violenze per ospitarle nel centro di accoglienza a Kabul dove non pensava che sarebbero riusciti ad arrivare i talebani, fino al fatidico 15 agosto.

La notte tra il 14 agosto ed il 15 ci è sembrato di rivivere il periodo drammatico della prima occupazione, quando nel 1996 dovemmo fuggire in Iran con la famiglia. Tutti ricordavamo cosa era stato e quindi, soprattutto noi donne, sapevamo che la vita per noi finiva quel giorno d’estate. I primi giorni non volevo andare via, fuggire di nuovo, trovarmi ad essere una rifugiata: ricordavo ancora con orrore l’esperienza da bambina. Inoltre ho creduto che anche i talibani avrebbero avuto bisogno di chirurghi ma in ospedale avevo operato e curato tanti feriti della resistenza. La situazione si è presentata immediatamente drammatica in particolare per noi donne; tutto ciò per cui ci eravamo battute da vent’anni è crollato in una notte. I nostri fondamentali diritti, la libertà, l’istruzione cozzano con le violenze, i matrimoni e la maternità forzati, l’impedimento a lavorare e studiare. Non è stato più possibile uscire da sole né possedere un conto in banca. Ricordo la delusione di sapere che il presidente era scappato lasciando vigliaccamente il potere ai talebani, l’orrore di vedere la bandiera bianca appesa al palazzo presidenziale. Quel colore bianco però cela il nero dell’orrore e il rosso del sangue versato da chi non posso che non chiamare terroristi. Quella mattina si sentivano solo le loro macchine e colpi di fuoco: i negozi erano sbarrati, le strade deserte. Io andai all’ospedale ma mi dissero che non potevo più andarci e dovevo tornare a casa e proteggermi da violenze e esecuzioni sommarie che stavano avendo luogo. Per una donna sola non era possibile muoversi o viaggiare, mi hanno fermata in taxi (e non puoi guidare) e chiesto al tassista perché ero sola con lui, dove fosse mio marito o mio padre o mio fratello. Ma io non ho un marito e mio padre ed un fratello sono morti perciò nostro fratello maggiore ha spinto me e le altre sorelle nubili a scappare subito perché non avrebbe potuto proteggerci. Così è iniziata la mia fuga, prima a piedi fino alla frontiera perché in aereo non si poteva; non era possibile però passare né in Uzbekistan, né in Kazakistan, né in Iran, tutte le frontiere erano chiuse per noi. Sono riuscita a ritornare a Kabul con mille stratagemmi.

Dopo qualche tempo la mia organizzazione mi aveva inserito nella evacuation list e sono riuscita a partire per Islamabad e poi sono stata invitata ad una conferenza il 6 ottobre del 2021 a Roma. Una città che avrei voluto visitare in altre circostanza ma sono contenta delle tante persone che mi hanno aiutato qui. Ora mi trovo in un centro di accoglienza proprio come quello che supportavo a kabul, ora sono io dall’altra parte della barricata. Ho partecipato attivamente a manifestazioni ed eventi in favore dei diritti delle donne afgane e contro l’occupazione talebana ma poi sono stata rintracciata sui social networks e ho dovuto chiudere ogni contatto per non far rischiare la mia famiglia laggiù.

Chiedo a Mahboba della sua famiglia e, con nostalgia e dolore, racconta come la sua famiglia numerosa -ha cinque sorelle e tre fratelli- sia sparsa e sospesa in attesa di ricongiungimenti o di fuga. Una sua sorella era giudice a Kabul ma non ha più accesso al tribunale quindi è a casa con due bambini aspettando di poter fuggire per raggiungere suo marito che, in quanto pilota, era riuscito a scappare durante un volo di servizio. L’altra sorella, anch’essa giudice, è fuggita ad Abu Dabi. Gli altri sono tutti chiusi in casa e disoccupati: un fratello che lavorava per una impresa che è stata chiusa e uno che lavorava alla corte suprema con sua moglie economista sono senza lavoro. Due altre sorelle sono insegnanti ma le scuole e le università sono chiuse ormai per le donne. L’Afghanistan oggi, per le donne, è una prigione, conclude Mahboba e aggiunge che anche le sue amiche sono partite chi in Germania, in Spagna, Portogallo, Svezia, Canada, USA.

Mahboba è afgana ma è nata in Pakistan dove la famiglia era fuggita dopo la prima invasione dei talebani. Il padre infatti rischiava di venire arrestato perché aveva fatto la guerra di resistenza contro i russi ed era giudice, quindi, nella lista nera: Ricordo che quando arrivarono i talebani avevo iniziato la scuola elementare da tre mesi circa e vennero a dirci che non saremmo potute più andare a scuola. Io non capivo realmente la situazione ma mia sorella più grande piangeva. Siamo partiti allora per l’Iran dove venivamo chiamati ‘afghani cani’, dicevano che non avevamo identità né documenti. Anche in Iran ogni tanto veniva in classe qualcuno a dirci che non potevo frequentare la scuola perché ero una rifugiata e non avevo i documenti; io ero brava e volevo studiare ma la situazione era davvero penosa. Siamo riusciti comunque a portare avanti gli studi. Al dodicesimo anno siamo potuti finalmente rientrare; dopo un esame molto difficile sono riuscita ad entrare all’Università di Medicina ma non a Kabul bensì a Erath. Lì c’erano tanti talebani che, anche se il governo era democratico, facevano incursioni armate; per esempio per tre volte, nella casa delle studentesse dove alloggiavo sono entrati sparando. Noi eravamo tutte ragazze sole, con la famiglia lontano ed alloggiavamo nella casa dell’Università; ci spaventavano, stupravano, sparavano. Ricordo i buchi nel muro mentre noi ci accovacciavamo e loro sparavano dalla strada; era difficile studiare per le ragazze.

Nonostante le minacce e la morte del padre che era giudice ed al quale non fu poi mai pagata la pensione, Mahboba è riuscita a portare avanti gli studi e si è laureata. Ha iniziato subito a lavorare con la responsabilità della famiglia; nel frattempo anche le sorelle che si erano laureate in legge avevano passato un esame e erano diventate giudici: Ora però né giudici né chirurghi donna sono autorizzati a lavorare-ripete Mahboba- Io ho poi studiato e lavorato per cinque anni per specializzarmi in chirurgia; la mattina studiavo e lavoravo in un ospedale e il pomeriggio in un altro. Ho avuto tanti problemi per esercitare la professione ma facevo parte di un’organizzazione femminista attivista per i diritti delle donne legata alle Nazioni Unite e avevo fondato, insieme a due altre colleghe la AWSA (Afghan women surgeons association), un centro dove chirurghe e volontarie prestavano aiuto a ragazze e donne provenienti dalle altre regioni del Paese. Nel frattempo continuavo la ricerca e gli studi accademici perché ho sempre capito che dovevo prepararmi sempre meglio e fare più degli uomini. Nel 2016 ho superato brillantemente un esame per diventare lettrice alla Kabul University of Medical Sciences ed ero stata selezionata. Per tre volte però, mentre chiamavano i miei colleghi maschi dalla graduatoria, il mio nome lo timbravano con TO BE REVIEWED perché dicevano che il compito era da ricontrollare. Alla fine la commissione dovette ammettere che non c’erano errori; era solo la scusa per far passare avanti gli uomini ed impedire l’accesso all’Università ad una donna. Appena vinta questa battaglia sono arrivati i talebani che hanno chiuso tutti gli atenei e le scuole a bambine e ragazze. Nel frattempo avevo avuto una borsa di studio in Kazakistan ed ero andata a fare ricerca per un periodo; amici e colleghi mi informavano sul deterioramento della situazione in Afganistan consigliandomi di non tornare ma io non volevo rivivere clandestinamente e soprattutto volevo tornare a casa e nel mio Paese pensando che sarei stata più utile là. Così sono tornata in Afghanistan per poi pagarne le conseguenze.

Ha gli occhi lucidi Mahboba mentre mi racconta della sua famiglia e del periodo in cui giovanissima era stata marcata dalle angherie. Ora è una donna capace di assumere pienamente la sua condizione di straniera che ha i suoi diritti e delle competenze da offrire. Si scontra con la burocrazia e con il limbo in cui sono costretti a vivere molti richiedenti asilo come lei, incerti su dove costruire la loro vita dopo che questa si è spezzata con la fuga dal proprio Paese.

Di natura ottimista, costruttiva e solare Mahboba mi sorride e parliamo di viaggi e passatempi. Nel tempo libero ama ascoltare la musica, suonare il violino ed il piano ma ora non possiede strumenti allora dipinge e scrive perché è un’altra sua passione. Viaggiare le piace ma, sottolinea: Vorrei ancora partire liberamente come facevo prima, per partecipare a conferenze, convegni: sono andata in Egitto, Dubai ed altri posti in Asia, ma non più perché costretta o come rifugiata.

Ringrazio Mahboba per le confidenze che sgorgano dolorose e l’abbraccio con affetto sperando di trasmetterle con un gesto più che con le parole, l’amicizia e la solidarietà che sento per lei come persona ma anche come simbolo delle tante donne vittime della follia, del maschilismo e dell’integralismo che colpisce ciecamente e distrugge vite, separa famiglie, costringe a fughe pericolose, viaggi insensati al limite dell’umano.

P.

Pubblicato da Patrizia D'Antonio

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