Vado, conosco e torno

Anna Rosaria Picardi, Accettura, Stoccarda.

Mio padre è nato in un piccolo paese della Lucania, Garaguso, difficile da trovare sulla carta geografica. Da piccola mi recavo lì con i miei fratelli per qualche giorno in estate e giravo tra le case in libertà, controllata dalle donne del posto. Le ricordo vestite di nero, come mia nonna Teresa. La sera mi raccontavano storie di paesi sprofondati a causa delle frane, scomparsi nel nulla come per un incantesimo. La mattina la accompagnavo ad una fonte vicina per prendere l’acqua che allora non arrivava in casa. Lei mi mostrava dall’alto un fossato dove si diceva che a volte apparisse il diavolo per far paura alla gente. Avevo timore e, nello stesso tempo, ero affascinata da quelle storie. Quando la sera giocavo a nascondino con i bambini del posto, non mi allontanavo mai troppo per paura di vedere sbucare il diavolo da qualche parte. La Lucania è rimasta legata nella mia mente agli scialli neri delle donne, alle case di pietra, al libro “ Cristo si è fermato a Eboli” testo autobiografico di Carlo Levi nel quale lo scrittore racconta la scoperta di una diversa civiltà, quella dei contadini del Mezzogiorno: fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore.

Eboli è la cittadina campana dove, al tempo del confino di Levi, “la  strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo”. I contadini di questa terra non appartenevano ai comuni canoni di civiltà ma erano inseriti in una storia diversa, con un sapore magico e pagano, nella quale Cristo non è mai arrivato. Emblema ne è la città di Matera, con la vita nei suoi Sassi.

La Lucania per me erano le filastrocche di mia nonna, il forno dove la mattina le donne portavano a cuocere il pane. Sono tornata a Garaguso ma se il tempo pare ancora essersi fermato tra le case di pietra, le donne sono cambiate, gli scialli neri hanno lasciato il posto a jeans e abiti a fiori. La Basilicata è la regione italiana con la più alta percentuale di emigrazione. Molti paesi si sono spopolati rischiando l’estinzione. Alcuni sono tornati, altri sono rimasti a vivere all’estero, trasformando le loro vite in modo radicale.

 L’incontro a Stoccarda con Anna mi ha ricordato la terra di mia nonna, mi ha mostrato come spesso le donne riescano a fondere le culture, confrontandosi con mondi e realtà completamente diverse. Anna mi ha parlato della partenza e del ritorno, della nuova patria  che ama senza mai dimenticare la sua regione, mai lasciata del tutto:

 Mio nonno aveva un’impresa di trasporto con muli e cavalli che non funzionava più dato che  non si trasportavano più le cose dal bosco alla pianura. Poiché non era stata possibile la riconversione con altri mezzi, era necessario darsi da fare, pertanto mio padre partì da solo per la Germania con un visto da turista per cercare lavoro. Dopo tre anni lì, era indeciso se tornare, ma alla fine si fece raggiungere da mia madre e da mio fratello. A quei tempi  l’obbligo scolastico finiva con la quinta elementare, non c’era ancora la media unificata, le scuole si trovavano nei grandi centri, perciò ho cominciato a frequentarle a Potenza proseguendo poi gli studi all’Istituto Magistrale. La famiglia si era così divisa: io stavo con mia zia e mia sorella dai nonni ad Accettura. Quando mi diplomai, decisi di andare a trovare i miei in Germania. Allora ero fidanzata ufficialmente, e dissi al mio ragazzo: -Vado, conosco e torno!

Dopo un mese, mi consideravo lì ancora in vacanza; mi  proposero di insegnare in una classe d’inserimento, dove avevo il compito di accogliere i ragazzi italiani che arrivavano in Germania durante tutto l’anno scolastico e non potevano frequentare direttamente le classi tedesche, non conoscendo la lingua. Le classi erano pensate quindi soprattutto per ragazzi destinati a rientrare in Patria. I lavoratori venivano considerati stagionali o a tempo determinato dai tedeschi: Gastarbeiter ( lavoratori ospiti) era il termine usato per definirli.  Io lavoravo in una pluriclasse dividendo i gruppi e cercando di svolgere al meglio i programmi della scuola italiana; era un lavoro pesante ma mi piaceva. I ragazzi avevano dieci ore di tedesco ai fini dell’inserimento nelle scuole locali. Sono rimasta due anni a Leutkirch, luogo di montagna che distava 60 km da dove abitavano i miei genitori, perciò  presi in affitto una stanza. Lì vivevano delle comunità calabresi e siciliane. La classe istituita l’anno prima era stata affidata ad un collega calabrese che era sparito da un giorno all’altro lasciando il posto scoperto. Il missionario italiano nella cui circoscrizione rientrava il paese dove si trovava l’unica classe italiana della zona e che conosceva mio padre, mi chiese di supplire il collega latitante, altrimenti le autoritá scolastiche tedesche che l’avevano istituita, l’avrebbero chiusa. Andai con lui al consolato di Stoccarda, che aveva il compito di proporre gli insegnanti ai tedeschi. Fui approvata e, quando mi presentai a scuola, il dirigente tedesco, vista la mia giovane età, mi chiese se ero un’alunna. Il collega non ritornó e capii anche il perché: il lavoro era  eccessivamente impegnativo. Studiavo il tedesco in contemporanea con i miei alunni, ero fresca di studi e imparai presto, grazie anche alla disponibilità dei colleghi locali. Una di essi, maggiore di me di dieci anni, si prese cura di me e cominciai a frequentare anche un corso intensivo di lingua. A gennaio sostenni degli esami a Bonn e risultai la seconda per tutta la Germania. Fu un bel traguardo diventare titolare di cattedra, soprattutto perché provenivo da una regione dove le donne avevano poche possibilità di impiego. Ero curiosa, mi piaceva il mio lavoro, anche se era dura (avevo quarantanove alunni). A diciotto anni presi la patente per potermi muovere liberamente.

 A quel punto avrei potuto tornare in Basilicata ma decisi di restare. Lasciai il mio fidanzato lucano: avevo scelto l’emancipazione e una vita che mi permettesse di essere indipendente. Mio padre mi incoraggiò, era ben contento che rimanessi in Germania. Qualche tempo dopo conobbi un collega italiano che lavorava a Stoccarda, dopo due anni lo sposai, mi trasferii lì e lavorai nei corsi di lingua e cultura italiana organizzati dall’ufficio scuola del consolato  per i ragazzi italiani che avevano diritto al mantenimento della lingua e cultura di origine. Erano alunni di tutte le età, sparpagliati  in varie scuole. Quando organizzarono in una cittadina della Selva Nera una classe d’inserimento italiana, fui proposta alle autorità tedesche. Nel frattempo avevo vinto un concorso a Bolzano, ma al momento della scelta delle sedi, non mi presentai. Mio marito non poteva seguirmi, io sapevo che potevo prendere l’aspettativa se mi fossi iscritta all’università, e mi iscrissi a Lingue. Così cominciai a fare avanti e indietro tra Stoccarda e Torino. Nel frattempo, nel ’73, visto che le famiglie italiane  rimanevano sempre più spesso in Germania, si abbandonò l’idea delle classi nazionali e si istituirono classi internazionali dove i ragazzi, proveniente dai vari Paesi d’emigrazione, potessero studiare soprattutto il tedesco, ai fini di un inserimento più rapido. Io sostenni un esame e rimasi come insegnante di tedesco. Avevo due classi: una a livello elementare e l’altra a livello medio, i ragazzi non conoscevano la lingua e spesso dovevo comunicare a gesti. Ho insegnato per dieci anni in queste classi, riconosciute dal Ministero degli Affari Esteri a condizione che ci fosse il 20 % di ragazzi italiani. Alla scadenza del mio mandato di insegnante di ruolo all’estero, dovetti rientrare in patria. Ebbi la felice idea di rientrare ad Accettura, questa volta alle scuole elementari, ma dopo tre mesi mi resi conto che non potevo rimanere perché il paese lasciato da ragazza e il suo mondo, oggetto della mia nostalgia, non esisteva più: Accettura ormai mi stava stretta. Decisi allora di tornare quindi da prepensionata in Germania, ma rimasi nel mondo della scuola con altre mansioni.

Mentre ero ancora in servizio attivo, era stata istituita una commissione psico medico pedagogica per studiare le cause dell’insuccesso scolastico degli alunni italiani, presenti numerosi nelle scuole differenziali tedesche e poco nelle scuole piú qualificate e qualificanti. L’indagine portó alla conclusione che le cause erano di carattere socio-culturale. Il MAE concesse di organizzare un sostegno di quattro ore settimanali per i ragazzi a rischio a richiesta di scuole e genitori. Fui incaricata di selezionare le richieste; mi era chiaro da molte di queste che il disagio non si poteva colmare con le due ore di ripetizione in tedesco. Proposi quindi di affrontare il problema in modo sistemico. I casi da portare li affrontai con un collega che aveva seguito la formazione a Milano mentre io avevo frequentato un corso di formazione in terapia sistemica della famiglia presso un istituto tedesco. Mi accorsi così della differenza tra i due approcci. A Milano avevano metodi d’indagine diversi, l’intervento   sulla famiglia era molto strutturato e finalizzato a mettere ordine nel caos emotivo del sistema. In Germania il disagio delle famiglie era dovuto spesso all’incapacitá di esprimere le proprie emozioni, considerate come qualcosa di negativo e da tenere ben represse. Mettendo a confronto i due approcci terapeutici, arrivai alla conclusione che in Germania il disagio dei nostri alunni era dovuto al fatto che la loro emotivitá veniva connotata negativamente e non accettata. Cominciai cosí a vedere le cose in modo globale, non  fermandomi solo ai casi degli alunni, ma riflettendo e confrontando i sistemi scolastici dei due Paesi. I nostri ragazzi hanno tanti problemi- mi dissi, perché  la loro emotività  espressa intensamente li portava già nella scuola materna ad essere individuati come soggetti diversi ed elementi di disturbo. I nostri alunni arrivavano a scuola con  diverse regole. Le famiglie avevano un’aspettativa che a scuola imparassero a socializzare, a sviluppare delle abilitá di base. Invece la concezione del kindergarden voleva che il lavoro di educazione venisse fatto soprattutto dalle famiglie e che i bambini a scuola dovessero rispettare le regole già interiorizzate. I nostri bambini venivano considerati piccoli selvaggi, e da quel momento cominciavano spesso i problemi con l’insegnante, con il gruppo, con i compagni e gli attriti fra struttura e famiglia. Ponendo l’attenzione soprattutto sul problema relazionale, con l’ipotesi che questo fosse l’aspetto determinante, ho realizzato un progetto, cofinanziato dal Ministero tedesco e dal Consolato italiano, che prevedeva la presenza di insegnanti italiani come osservatori nelle scuole con forte presenza di alunni italiani. 

 L’intervento fu ampio tra corsi e consulenze con le famiglie: si era capito che l’insuccesso non era dovuto solo a un deficit linguistico. Anna coordinò il progetto fino al 2016. Negli anni ’70 e ’80 si trovò coinvolta in programmi di rappresentanza politica presso i comuni in vista dell’ottenimento del diritto di voto per gli stranieri. Venne eletta presidente e creò  dei gruppi di lavoro in base ai temi vari da affrontare. Venne istituito un giornale redatto in sette lingue da un gruppo di stranieri e distribuito a tutte le famiglie, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione locale denunciando il razzismo. Inoltre organizzò delle serate sulla Basilicata presso le università popolari e le varie associazioni italo-tedesche:

 Ogni volta che io e il mio compagno tedesco ci recavamo al sud, andavamo in giro a fare foto per le mie relazioni ai fini, fra l’altro, di incentivare il turismo. Era il contributo che volevo dare alla mia terra per non sentire i sensi di colpa per essere di nuovo andata via. O semplicemente per sentirla in qualche modo ancora vicina. Una volta passai dalla sede della Regione Basilicata per richiedere dei depliant e seppi dell’esistenza della Commissione Regionale dei Lucani nel Mondo e delle associazioni sparse per i vari continenti sostenute dalla Commissione stessa. Insieme ad un’amica toscana che aveva un locale, avevamo fondato anche un’associazione donne con l’intento di organizzare serate culturali. Queste prevedevano fra l’altro la presentazione delle varie regioni d’Italia con materiale audiovisivo. Alla fine si preparavano insieme ai partecipanti piatti tipici. La sera in cui si presentava la Basilicata, poiché la cosa era stata pubblicizzata anche dal giornale locale, mi ritrovai con tanti vecchietti lucani che mi raccontarono di far parte di un’associazione di cui fino ad allora ignoravo l’esistenza e a cui aderii immediatamente. Nel 1988 si organizzó in Svizzera  la prima conferenza delle donne lucane in Europa. In quella occasione, dopo molti interventi maschili, mi alzai e chiesi perché le donne non parlassero, allora raccontai la mia storia, l’orgoglio di quello che ero riuscita a realizzare e avrei voluto tramandare alle giovani. Dietro la mia proposta venne indetto un concorso dal titolo: “ Le nonne e le mamme raccontano, le figlie scrivono” .

Al concorso parteciparono molte donne da tutto il mondo tra cui Anna con i suoi racconti che presto pubblicheremo nella sezione letture del nostro blog.

 Attualmente Anna vorrebbe pubblicare i casi dei ragazzi che ha seguito per anni per consolidare le tesi del suo progetto. Le piacerebbe inoltre dedicarsi ai molti diari che ha lasciato suo marito e che,  dopo la sua morte, ha riordinato in ordine cronologico. Lui era  nato in India dove i suoi genitori si erano recati  per sfuggire alle persecuzioni naziste.

Dopo la morte di sua madre, Anna è stata ad Accettura tre mesi con il sogno di trasferirsi nella sua terra di origine per dedicarsi alla lettura e scrittura, ma si è resa conto che, pur amando profondamente le proprie radici, il suo mondo di adesso è a Stoccarda.

Nel suo racconto “Partenze”  c’è tutto l’orgoglio del Sud racchiuso nella frase:

E quando qualcuno, cercando di indovinare le mie origini, si meraviglia nel sentirsi rispondere che sono italiana e aggiunge “Ma del nord, vero?”, rispondo con una punta d’orgoglio: “No, del cuore del sud. Sono lucana”.

R.

Pubblicato da ragaraffa

Blogger per passione e per impegno, ama conoscere e diffondere le voci delle donne che cambiano.

5 pensieri riguardo “Vado, conosco e torno

  1. Mi è piaciuto e mi ha interessato leggere della vita di Anna, è una vita piena di tanto lavoro utile per se e per gli altri

  2. fantastico articolo!! d’ altronde Anna e’ questo ed anche di piu’!!
    Anna e’ a Stoccarda una istituzione !..ed io fortunatamente l’ ho potuta conoscere!

  3. Cosa dire? fantastico articolo!! d’altronde Anna e’ questo ed anche di piu’!!
    Anna e’ a Stoccarda una istituzione !..ed io fortunatamente l’ ho potuta conoscere!

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