Vortici e pinguini/Vortex et manchots

(en français après les photos) Léa Olivier, Aveyron, Nizza, Parigi, Antartico…gli Oceani

In questi ultimi tempi il tema del cambiamento climatico comincia a interessare davvero anche gli increduli; di fronte ai ghiacciai che si sciolgono, alla siccità che colpisce sempre più vaste zone del pianeta ed alle altissime temperature estive anche nelle città del Nord, l’emergenza è ormai chiara anche ai politici. Tra il dire e il fare però…c’è di mezzo il mare, anzi l’oceano che, mi spiega Léa, giovane esperta di oceanografia, produce il 50% dell’ossigeno sulla Terra, assorbe un quarto del carbon fossile che immettiamo nell’atmosfera ed il 90% del calore di cui l’uomo è responsabile con le sue attività produttive sconsiderate. Tutto questo gli scienziati lo sanno già da molto: raccolgono, analizzano e forniscono dati allarmanti, continuando a monitorare lo stato di salute di questa riserva indispensabile alla nostra stessa vita che sono gli oceani. Decenni di studi hanno spostato l’accento dall’immagine riduttiva dell’ecologia come la scienza deputata a salvare i pinguini, graziosi animali certo, ma in fondo lontani dalle nostre vite, ad una visione globale in cui è chiaro che chi rischia poi di scomparire alla fine della catena alimentare, è proprio l’homo sapiens sapiens, cioè noi. Nell’era dell’antropocene sono lgi uomini responsabili, anche per la superproduzione industriale incontrollata, del depauperamento delle acque dolci, dei mari e degli oceani, dell’ossigeno, del suolo e delle specie viventi, tutti elementi indispensabili alla nostra stessa vita.

Provo un’enorme ammirazione quindi per tutti coloro che, attraverso un lavoro paziente e puntuale, cercano e contribuiscono a comprendere la relazione complessa della vita con gli elementi naturali che stiamo squilibrando, pagandone prima o poi le conseguenze. Léa è una di queste persone, entusiasta ed appassionata del suo lavoro che spera possa servire, insieme a quello di tanti suoi colleghi e scienziati, a dare l’allerta e rendere coscienti dell’urgenza di quella che ormai tutti chiamano, senza essere sempre d’accordo, transizione ecologica.

Tra una missione in mare e l’altra riusciamo a parlarle di questo suo lavoro e della sua vita da nomade; ecco il suo racconto:

Sono nata e cresciuta a Salles-Curan, vicino Millau, in Aveyron, in Occitania, in campagna. Mi sono trasferita a Nizza dopo la maturità per un biennio di studio superiore e lì ho scoperto che il mare era la mia passione. Quando ero piccola mi chiedevo sempre come funzionavano gli elementi, le nuvole, la pioggia. Da quando poi ho iniziato la mia ‘vita marina’ e mi sono resa davvero conto dell’impatto del cambiamento climatico sugli oceani, ho voluto comprendere come funzionano. Sono dunque partita a Parigi per frequentare l’ENS (Ecole Normale Supérieure) dove mi sono specializzata in Climatologia e Fisica degli Oceani. Ho iniziato da subito ad imbarcarmi su navi scientifiche per i miei primi tirocini e campagne di ricerca. Sto ora terminando la mia tesi di dottorato sul ruolo delle emissioni di anidride carbonica, delle anomalie della salinità e dell’impatto climatico negli oceani; in particolare studio i vortici che, insieme alle correnti trasportano il calore e la materia biologica. Navigare in prossimità dei vortici non è come nei cartoni animati dove si vede la barca che gira fino a entrare nel vortice. In realtà il vortice gira lentamente ma è un fenomeno interessante perché ha tendenza a bloccare l’acqua al suo interno e trasportare il plancton contenuto anche molto lontano. Dobbiamo capire quanto questo modifichi gli oceani; già sappiamo che le correnti ad esempio trasportano un terzo del calore dall’equatore ai poli e fanno viaggiare i microrganismi plasmando gli habitat.

Léa racconta le sue missioni tra l’Africa del Sud e le isole Malouines, i Caraibi, l’Amazzonia, il Mediterraneo, le isole Svalbard nell’arcipelago norvegese e l’oceano artico, infine l’Antartico con il veliero della Fondazione Tara che percorre mari e oceani dal 1989 per ricerche scientifiche in difesa dell’ambiente marino:

Sono partita già due volte in spedizione con Tara Ocean: la prima missione di due mesi nell’estate del 2021; ho raggiunto il veliero in luglio mentre percorreva l’oceano Atlantico verso l’Amazzonia risalendo anche la foce. La seconda missione è stata quest’inverno in Antartico: un’esperienza davvero unica.

Adoro partire con Tara anche perché, in confronto alle altre campagne e spedizioni, apprezzo il mezzo di trasporto: viaggiare per ragioni scientifiche con un veliero piuttosto che con una nave a motore mi sembra più coerente che produrre ulteriori emissioni di carbonio. Inoltre l’equipaggio di Tara è ridotto rispetto alle grandi imbarcazioni scientifiche dove ci sono dalle venticinque alle quaranta persone o più. Su Tara eravamo quattordici membri di cui sei scienziati e sei marinai esperti; ci sono poi sempre un corrispondente della Fondazione per la documentazione che fa da intermediario, che tiene il diario di bordo e fotografa e, a volte, un artista. È una piccola comunità con cui si vive a stretto contatto ventiquattr’ore su ventiquattro in uno spazio chiuso, anche se parte dell’equipaggio lavora per la maggior parte del tempo sul ponte, all’esterno. La cooperazione è indispensabile: si deve poter contare su tutti i membri, c’è bisogno dell’aiuto di tutti.

La spedizione in corso Microbiome, la sesta di Tara, è iniziata nel 2020 da Lorient, in Bretagna prevedendo ventitré scali dalla punta estrema del Cile, in Patagonia per risalire il Perù poi Panama, i Caraibi, l’Argentina, l’Antartico poi l’Africa; ora stanno passando per la Guinea, infine il Senegal per ritornare a Lorient in ottobre. Quando ho raggiunto la spedizione da gennaio a marzo si trattava di analizzare le acque dell’Antartico, per studiare le conseguenze dello scioglimento degli iceberg. Ero già stata in una precedente missione nell’Artico, verso il Polo Nord ma è stato davvero qualcosa di unico poter arrivare presso le isole di ghiaccio, poter scendere e camminarci sopra, vedere migliaia di pinguini. Questo ha cambiato la solita routine di campionatura in mezzo all’oceano dove si vede solo mare all’orizzonte.

Come per la maggior parte dei ricercatori, il lavoro di Léa si svolge prevalentemente davanti allo schermo di un computer per elaborare dati e preparare la presentazione dei risultati; l’analisi dei campioni raccolti su Tara ad esempio è lunga, può prendere anche un anno per i dati fisico-chimici e anche il triplo per i campioni biologici. Il veliero è collegato con tanti laboratori sparsi nel mondo e differenziati per competenze. Léa racconta che ad ogni fermata/sosta di circa ventiquattro ore vengono raccolti trecento campioni di acqua che viene poi analizzata secondo parametri fissi: salinità, contenuto di anidride carbonica, quantità e tipo di plancton, acidità, temperatura ed altri elementi che consentono, una volta elaborati, di comparare anche nel tempo, le variazioni e le relazioni causali di queste. Insomma una ricchezza e varietà di dati che permette, dopo la modellizzazione e la messa in rete, a molti scienziati di diversi settori di avere a disposizione una quantità notevole di analisi:

Ad ogni stazione facciamo i prelevamenti dal ponte, poi li prepariamo nei diversi laboratori (umidi e dal forte odore di mare) del veliero. I campioni saranno poi inviati ai diversi laboratori a terra per essere analizzati perché siano poi utilizzati nel mondo intero. La ricerca è vasta proprio perché la raccolta è ampia, riguarda elementi fisico-chimici ma anche biologici, per esempio si cerca di capire meglio il ruolo dei virus che troviamo nell’ambiente marino, quello dei batteri; si scoprono specie di plancton sconosciuto; tutti microrganismi che sono la base della vita del pianeta, quindi anche la nostra.

Sono ancora curiosa di sapere come svolge il lavoro su Tara e com’è la vita di bordo; Léa spiega che è incaricata di raccogliere i campioni per misurare la concentrazione di anidride carbonica ed altri elementi chimici legati alla biologia, al prelevamento di metalli presenti come il ferro e il nichel nell’oceano che giocano un ruolo importante per lo sviluppo del plancton:

Per tutto il tragitto mi sono occupata in particolare di misurare la quantità di anidride carbonica nell’acqua per capire fino a che punto l’oceano può assorbirne dall’atmosfera.

Ci si abitua a vivere in uno spazio chiuso, in una condizione di stretto contatto nella quale basterebbe qualcuno di non adattabile perché sorgessero problemi. Nelle spedizioni in cui ho partecipato non ci sono mai stati problemi anzi si stringono amicizie a forza di convivere così vicini. Tutti hanno interesse a che le relazioni siano buone e con un pizzico di buon umore di ciascuno lo sono davvero. La convivenza è più facile se ciascuno si sforza di essere gentile e simpatico; se un giorno non ci si sente in forma o si è stanchi è meglio magari cercare di isolarsi un po’ per evitare che il cattivo umore contagi gli altri ma il più delle volte è il buon umore che circola e si propaga. E poi c’è il capitano ed il secondo che hanno anche il ruolo di sciogliere le tensioni eventuali; le squadre si alternano lungo il viaggio e all’interno di una stessa spedizione l’equipaggio è vario per specialità, funzioni, nazionalità e personalità. Alla fine ci si conosce tutti molto bene: marinai, cambusiere, ricercatori perché ognuno interagisce con il proposito di sostenere gli altri nel lavoro e nel morale; ci incontriamo tutti ai pasti nello spazio comune e sono momenti importanti per consolidare le relazioni.

Le spedizioni di Tara hanno molteplici funzioni: quella di lanciare l’allerta sulla salute del pianeta blu, quella di fare nuove incredibili scoperte e quella di analizzare e osservare tutti i dati possibili; Léa è felice quando parte per queste missioni che danno un senso concreto al suo lavoro e pimentano la ricerca di avventuroso. Partirà a breve per una nuova spedizione alle Hawai: una ricerca post dottorale di due anni per studiare l’impatto dello scioglimento della banchisa in artico in termini di quantità di anidride carbonica contenuta e assorbita negli oceani.

Amante dell’avventura e della ricerca, con uno spirito decisamente nomade ma consapevole, alla mia domanda su dove si vede tra dieci anni, Léa risponde senza esitazione:

In mare, naturalmente! Mi vedo sempre in missione sugli oceani ma anche tornare e fare base in Francia, vicino alla famiglia ed agli amici; sempre pronta poi a ripartire. Non è facile essere sempre via, sradicati. Quando passi mesi su un veliero con le stesse persone, al ritorno devi riabituarti piano piano alla gente ed agli spazi; la spedizione in nave è una specie di confinamento a cui bisogna adattarsi ma quando mi sveglio la mattina e vedo il mare e continuo a vederlo per tutto il giorno mi sento felice. Poter fare molto del mio lavoro sul mare gli dà concretezza e senso.

Ho avuto occasione di visitare due volte la goletta Tara durante le sue soste a scopo divulgativo: con i miei studenti quando era ancorata sotto il Pont Alexandre III a Parigi e un’altra volta quando era aperta al pubblico sul lungosenna davanti al Musée d’Orsay. Camminando sul ponte, nel laboratorio interno, visitando la sala comune e ascoltando le spiegazioni di esperti su come vivere a bordo e come raccogliere i campioni in acqua, ho immaginato cosa potesse significare partecipare ad una spedizione. Lavorare per cercare risposte a domande cruciali: Quali sono gli effetti dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane nell’atmosfera sugli oceani? Quale variazione della temperatura e dell’acidità? Quali conseguenze sulla biodiversità marina e quindi terrestre? Quanto potranno ancora gli oceani assorbirne in futuro?

Ora immagino Léa mentre manovra il veliero con i marinai, usa gli strumenti di bordo, raccoglie ed analizza i campioni e scruta il mare blu che, tra tutti, è il suo colore preferito.

P.

Léa Olivier (Aveyron, Nice, Paris, Artique, Amazzonie, Antartique…les Océans)

Desormais le changement climatique commence réellement à intéresser même les incrédules; face à la fonte des glaciers, aux sécheresses qui touchent de plus en plus de vastes zones de la planète et aux températures estivales extrêmement élevées même dans les villes du Nord, l’urgence est évidente même pour les politiciens. Mais entre le dire et le faire… il y a la mer, ou plutôt l’océan, qui, m’explique Léa, jeune experte en océanographie, produit 50% de l’oxygène sur Terre, absorbe un quart du carbone fossile que nous mettons dans l’atmosphère et 90% de la chaleur dont l’homme est responsable avec ses activités de production irréfléchies. Les scientifiques le savent depuis longtemps: ils collectent, analysent et fournissent des données alarmantes, continuant à surveiller l’état de santé de cette réserve indispensable à notre vie qu’est l’océan. Des décennies d’études ont permis de passer de l’image réductrice de l’écologie comme science dédiée à la sauvegarde des pingouins, jolis animaux certes, mais finalement très éloignés de nos vies, à une vision globale où il est clair que ceux qui risquent de disparaître au bout de la chaîne alimentaire sont les homo sapiens sapiens, c’est-à-dire nous. En d’autres termes, l’humanité, avec sa surproduction industrielle incontrôlée, est responsable de l’épuisement de l’eau douce, des mers et des océans, de l’oxygène, des sols et des espèces vivantes, qui sont tous indispensables à notre vie.
J’éprouve donc une énorme admiration pour tous ceux qui, par un travail patient et ponctuel, cherchent et contribuent à comprendre la relation complexe de la vie avec les éléments naturels que nous déséquilibrons, en payant tôt ou tard les conséquences. Léa fait partie de ces personnes, enthousiaste et passionnée par son travail, dont elle espère qu’il servira, avec celui de tant de ses collègues et scientifiques, à alerter et à faire prendre conscience de l’urgence de ce que tout le monde appelle désormais, sans toujours être d’accord, la transition écologique.
Entre une mission en mer et une autre, je réussis à lui parler de son travail et de sa vie de nomade, voici son histoire :
Je suis née et j’ai grandi à Salles-Curan, proche de Millau, dans l’Aveyron, en Occitanie, à la campagne.
Après le lycée, j’ai déménagé à Nice pour suivre une formation supérieure de deux ans et c’est là que j’ai découvert que la mer était ma passion. Quand j’étais petite, je me suis toujours demandée comment les éléments fonctionnaient, les nuages, la pluie. Puis, lorsque j’ai commencé ma “vie marine” et que j’ai vraiment pris conscience de l’impact du changement climatique sur les océans, j’ai voulu comprendre leur fonctionnement. Je suis donc partie à Paris pour intégrer l’ENS (Ecole Normale Supérieure) où je me suis spécialisée en Climatologie et Physique des Océans. J’ai immédiatement commencé à embarquer sur des navires scientifiques pour mes premiers stages et campagnes de recherche. Je termine actuellement ma thèse de doctorat sur le rôle des émissions de dioxyde de carbone, des anomalies de salinité et de l’impact climatique dans les océans; j’étudie en particulier les tourbillons qui, avec les courants, transportent la chaleur et la matière biologique. Naviguer à proximité de vortex n’est pas comme dans les dessins animés où l’on voit le bateau tourner jusqu’à ce qu’il entre dans le vortex. En réalité, le vortex tourne lentement mais c’est un phénomène intéressant car il a tendance à bloquer l’eau qui s’y trouve et à transporter très loin le plancton qu’il contient. Nous devons comprendre à quel point cela modifie les océans. Nous savons déjà que les tourbillons, par exemple, transportent un tiers de la chaleur de l’équateur vers les pôles et font voyager les micro-organismes, façonnant ainsi les habitats.


Léa raconte ses missions entre l’Afrique du Sud et les îles Malouines, les Caraïbes, l’Amazonie, la Méditerranée, les îles Svalbard de l’archipel norvégien et l’océan Arctique, et enfin l’Antarctique avec le voilier de la Fondation Tara, qui parcourt les mers et les océans depuis 1989 pour des recherches scientifiques de défense de l’environnement marin:
Je suis déjà partie deux fois en expédition avec Tara Océan: la première mission de deux mois à l’été 2021; j’ai rejoint le voilier en juillet alors qu’il traversait l’Océan Atlantique en direction de l’Amazonie, remontant même l’estuaire. La deuxième mission s’est déroulée cet hiver dans l’Antarctique: une expérience vraiment unique.
J’aime partir avec Tara car, par rapport à d’autres campagnes et expéditions, j’apprécie le moyen de transport: voyager pour des raisons scientifiques avec un voilier plutôt qu’un bateau à moteur me semble plus cohérent que de produire des émissions de carbone supplémentaires. De plus, l’équipage de Tara est réduit par rapport aux grands navires scientifiques où l’on compte de vingt-cinq à quarante personnes ou plus. Sur Tara, nous étions quatorze membres, dont six scientifiques et six marins expérimentés; il y a aussi toujours un correspondant de documentation de la Fondation qui sert d’intermédiaire, qui tient le journal de bord et prend des photos, et parfois un artiste. C’est une petite communauté avec laquelle on vit en contact étroit 24 heures sur 24 dans un espace clos, même si une partie de l’équipage travaille la plupart du temps sur le pont, à l’extérieur. La coopération est indispensable: on a besoin de l’aide de tous.

L’expédition Microbiome actuelle, la sixième de Tara, a démarré en 2020 de Lorient, en Bretagne, faisant vingt-trois escales depuis l’extrême pointe du Chili, en Patagonie pour remonter le Pérou puis le Panama, les Caraïbes, l’Argentine, l’Antarctique puis l’Afrique; ils passent maintenant par la Guinée, enfin le Sénégal pour revenir à Lorient en octobre. Quand j’ai rejoint l’expédition de janvier à mars, c’était pour analyser les eaux de l’Antarctique, pour étudier les conséquences de la fonte des icebergs. J’avais déjà participé à une mission en Arctique, au pôle Nord, mais c’était vraiment quelque chose d’unique de pouvoir arriver sur les îles de glace, de pouvoir descendre et marcher dessus, de voir des milliers de pingouins. Cela a changé la routine habituelle de l’échantillonnage au milieu de l’océan où l’on ne voit que la mer.
Comme pour la plupart des chercheurs, le travail de Léa se déroule principalement devant un écran d’ordinateur pour traiter les données et préparer la présentation des résultats; l’analyse des échantillons collectés sur Tara par exemple est longue, elle peut prendre jusqu’à un an pour les données physico-chimiques et même trois ans pour les échantillons biologiques. Le voilier est relié à de nombreux laboratoires dans le monde. Léa raconte qu’à chaque arrêt d’environ vingt-quatre heures, trois cents échantillons d’eau sont prélevés, qui sont ensuite analysés selon des paramètres fixes: salinité, quantité de carbon contenu, quantité et type de plancton, acidité, température et d’autres éléments qui, une fois traités, permettent de comparer leurs variations et leurs relations de cause à effet dans le temps. En bref, une richesse et une variété de données qui permettent, après modélisation et mise en réseau, à de nombreux scientifiques de différents domaines, de disposer d’une quantité considérable d’analyses:
À chaque station, nous prélevons des échantillons sur le pont, puis nous les préparons dans les différents laboratoires (humide et dégageant une forte odeur de mer) du voilier. Les échantillons seront ensuite envoyés aux différents laboratoires à terre pour être analysés, qui seront ensuite utilisés dans le monde entier. La recherche est vaste précisément parce que la collection est étendue, elle implique des éléments physico-chimiques mais aussi biologiques, par exemple nous essayons de mieux comprendre le rôle des virus que nous trouvons dans le milieu marin, celui des bactéries; nous découvrons des espèces de plancton inconnues; toutes les micro-organismes qui sont à la base de la vie sur la planète dont nous sommes liés.

Je suis toujours curieuse de savoir comment elle travaille sur Tara et à quoi ressemble la vie à bord. Léa m’explique qu’elle est chargée de collecter des échantillons pour mesurer la concentration de dioxyde de carbone et d’autres éléments chimiques liés à la biologie, de prélever des métaux présents dans l’océan comme le fer et le nickel qui jouent un rôle important dans le développement du plancton:
Tout au long de mon parcours, je me suis particulièrement occupée à mesurer la quantité de dioxyde de carbone dans l’eau pour comprendre dans quelle mesure l’océan peut l’absorber de l’atmosphère.
Dans le voilier on s’habitue à vivre dans un espace clos, dans une condition de proximité dans laquelle il suffirait d’une personne qui n’est pas adaptable pour que des problèmes surviennent. Dans les expéditions auxquelles j’ai participé, il n’y a jamais eu de problèmes; au contraire, des amitiés se sont formées en vivant si près les uns des autres. Tout le monde a intérêt à ce que les relations soient bonnes et, avec un peu de bonne humeur de la part de chacun, elles le sont vraiment. La cohabitation est plus facile si chacun fait l’effort d’être gentil et amical; si un jour on ne se sent pas bien ou si on est fatigué, il vaut mieux essayer de s’isoler un peu pour éviter que sa mauvaise humeur ne contamine les autres, mais la plupart du temps, c’est la bonne humeur qui circule et se propage. Et puis il y a le capitaine et le second qui ont aussi pour rôle d’apaiser les tensions eventuelles; les équipes alternent au cours du voyage et au sein d’une même expédition l’équipage est varié en termes de spécialités, de fonctions, de nationalités et de personnalités. En fin de compte, nous apprenons tous à nous connaître très bien: marins, matelots, chercheurs, car chacun interagit dans le but de soutenir les autres dans leur travail et leur moral; nous nous retrouvons tous lors des repas dans l’espace commun et ce sont des moments importants pour consolider les relations.


Les expéditions de Tara ont de multiples fonctions: celle d’alerter sur l’état de santé de la planète bleue, celle de faire de nouvelles découvertes incroyables, et celle d’analyser et d’observer toutes les données possibles; Léa est heureuse de participer à ces missions qui donnent un sens concret à son travail. Elle partira bientôt pour une nouvelle expédition à Hawaï: un projet de recherche postdoctorale de deux ans visant à étudier l’impact de la fonte de la banquise arctique en termes de quantité de dioxyde de carbone contenue et absorbée dans les océans.
Amoureuse de l’aventure et de la recherche, d’un esprit résolument nomade mais conscient, à ma question de savoir où elle se voit dans dix ans, Léa répond sans hésiter:
En mer, bien sûr! Je me vois toujours en mission sur les océans mais aussi revenir et me baser en France, près de la famille et des amis; toujours prêt à repartir. Ce n’est pas facile d’être loin tout le temps, déraciné. Lorsque on passe des mois sur un voilier avec les mêmes personnes, lorsqu’on revient, il faut s’habituer aux personnes et à l’espace; l’expédition en bateau est une sorte de confinement auquel vous devez vous adapter. Mais lorsque je me réveille le matin et que je vois la mer et que je continue à la voir toute la journée, je me sens heureuse. Le fait de pouvoir réaliser une grande partie de mon travail en mer lui donne un caractère concret et un sens.

J’ai eu l’occasion de visiter la goélette Tara à deux reprises lors de ses escales de diffusion avec mes étudiants lorsqu’elle était ancrée sous le Pont Alexandre III, à Paris, et une autre fois lorsqu’elle était ouverte au public sur le Quai devant le Musée d’Orsay, sur la Seine. En me promenant sur le pont, dans le laboratoire intérieur, en visitant la salle commune et en écoutant les explications de…… sur la façon de vivre à bord et de collecter des échantillons dans l’eau, j’ai imaginé ce que cela pouvait être de faire partie d’une expédition. Travailler pour trouver des réponses à des questions cruciales: Quels sont les effets du dioxyde de carbone émis par les activités humaines dans l’atmosphère sur les océans? Quels sont les changements de température et d’acidité ? Quelles conséquences pour la biodiversité marine et donc terrestre? Combien de plus les océans peuvent-ils absorber à l’avenir?
Desormais, j’imagine Léa manœuvrant le voilier avec les marins, utilisant les instruments à bord, collectant et analysant des échantillons et scrutant la mer bleue, qui, de toutes les couleurs, est sa préferée.

P.

Pubblicato da Patrizia D'Antonio

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