Superare i propri limiti

Laura, Città della Pieve, Roma

Nei pranzi di famiglia Laura è sempre affaccendata a seguire le acrobazie del suo piccolo Leon e a rispondere alle incessanti domande della sua bambina più grande, Isabel. Io l’ho ammirata sempre per la pazienza e per il suo modo pacato e gentile di rivolgersi a grandi e piccini senza scomporsi mai. L’ho conosciuta nella veste di mamma, ma le foto della sua casa a pochi chilometri dal litorale romano testimoniano una vita diversa. Invitata a prendere un caffè da lei mi incanto a guardare i manifesti degli spettacoli che più ho amato: Notre Dame de Paris, Tosca, Romeo e Giulietta…

Dovunque c’è lei con i costumi di scena, i capelli ora legati in uno chignon, ora sciolti, raccolta in una posa sognante o con le braccia aperte ad abbracciare un pubblico esigente.

Laura:

La danza mi accompagna da quando ero piccina, ho cominciato per caso, avevo provato palla a volo perché la praticava mio fratello, che io emulavo, ma a sei anni ho smesso e ho chiesto ai miei  di iscrivermi a ginnastica artistica. Non c’era nulla per tale disciplina nei dintorni e l’unica opzione percorribile era la pratica della danza a Città della Pieve. Io non ero convinta, mi sono iscritta piangendo ad un corso, non volevo  ballare, ma dopo un anno, in occasione del mio primo saggio, mi sono accorta che il palcoscenico era il mio habitat.  Da allora ho sempre continuato, un po’ spinta dalla mia  mamma in verità.  Mi sentivo costretta e inventavo spesso dolori, non avevo voglia di esercitarmi, non mi bastavano specchio e tuta, volevo altro. Gli insegnanti non erano riusciti da subito a creare  con me una comunicazione empatica, ma dopo un po’, quando ho ricevuto vari complimenti, vinto i primi concorsi, ho deciso di  continuare. Dopo poco  ho frequentato validi insegnanti che mi hanno fatto conoscere la danza al di fuori della piccola scuola  dove avevo mosso i primi passi. I miei hanno iniziato ad accompagnarmi  ai primi stage con coreografi internazionali: treno aereo, pullman, macchina hotel e, grazie alla danza, condividevamo  bei week end in famiglia. Ho frequentato vari stage con Steve la Chance https://it.wikipedia.org/wiki/Steve_La_Chance che mi hanno aperto un mondo, offrendomi un divertimento puro. A un certo punto sono diventati estremamente impegnativi.  Quando mi hanno inserito in corsi avanzati con con ballerine già strutturate, io ero l’unica bambina in mezzo agli adulti, avevo gli occhi  di tutti puntati addosso, all’inizio mi piaceva, poi è diventato un peso, dovevo sempre essere all’altezza delle aspettative e, anche se i miei genitori non facevano nessuna pressione su di me, penavo molto. 

Nel frattempo studiavo, ero brava in tutto, amavo l’italiano, la matematica, avevo buone relazioni con i miei compagni, i professori mi guardavano benevolmente perché mi impegnavo tanto nella scuola,  la danza mi distingueva dagli altri. 

Alcuni  compagni mi invidiavano, altri mi prendevano in giro ma io non me ne curavo molto, non mi sono mai chiesta se volessi ballare, in realtà mi  piacevano il calcio e la ginnastica artistica perché ero spericolata, ma, pur immaginandomi così, quando indossavo il tutù, mi sentivo una tosta. La danza in fondo mi piaceva. Se rivedo oggi i video di quell’epoca mi vedo  sempre col sorriso, quindi immagino che  più delle lezioni, all’inizio mi piacesse il palcoscenico. Ho capito presto che dovevo impegnarmi durante le lezioni perché per far bella figura in scena dovevo prepararmi, perciò non ho mai saltato una lezione, mi recavo in un paese a sette km di distanza dal  mio dalle 8 alle 11 di sera, più  tutti i week end. Era un grande sacrificio economico per i miei ma mi appoggiavano perché mi vedevano motivata e gli insegnanti mi stavano dietro. Facevo danza moderna e ho cominciato a vincere varie borse di studio, al di là delle gratifiche e dei premi ero contenta perché potevo confrontarmi con vari stili: danza contemporanea, hip hop, funky, mi piaceva perché sapevo che con lo studio avrei raggiunto obiettivi importanti. Ho continuato gli studi al liceo di Montepulciano, ogni giorno viaggiavo ma volevo stare  dove non conoscevo nessuno, per  trovare nuove situazioni. La mattina scuola, il pomeriggio ballo. Con le prime borse di studio, pur con una scarsa conoscenza dell’ inglese, ho cominciato a girare  per viaggi di studio, i primi innamoramenti mi hanno distolto dalla danza, passeggiate senza meta con la comitiva del mio paese, giovani senza troppe aspettative per il futuro, io ero curiosa dell’altra parte di mondo, quella di là dalle sala prove, così rischiavo di perdere me stessa.

La prima volta che ho avuto un cinque a scuola, io, abituata a vedere i miei voti che oscillavano sempre tra nove e il dieci , ho tentennato, volevo smettere. Steve La Chance, la figura che mi ha fatto un po’ da padre nella danza, durante uno stage, vedendomi distratta e assente, mi ha cacciato fuori dalla sala:

 – Con questa faccia non ti permetto di fare  lezione!

Per me è stato un duro colpo sapere che non andavo più bene al mio idolo, volevo smettere definitivamente di ballare. 

Alla soglia dei 18 anni, volevo dimostrare qualcosa a me stessa e ho pensato che non volevo buttare all’aria i miei sacrifici. Mio fratello, che nel frattempo si era trasferito a Roma, ha visto un cartello che pubblicizzava un’audizione a Cinecittà Campus, una scuola di formazione, e mi ha iscritto a mia insaputa. Io non mi sentivo pronta,  ma ho preso il treno con la mia migliore amica .

Fatta questa audizione, mi hanno preso e sono stata costretta a trasferirmi a Roma.

Mancava un anno alla maturità ma ho deciso di studiare a distanza, una volta a settimana i miei professori mi davano il programma.

 A Roma, prendevo la macchina  di mio fratello e con “Tutto città” (allora non c’erano i navigatori)  e mille pianti mi ‘impanicavo’  quando non trovavo la strada, non  sapevo come muovermi , magari fermavo dei taxi che  mi dicevano di seguirli  per arrivare a destinazione. Era la 600 di mio nonno, condivisa con mio fratello. Facevo spettacoli ma non era  tutto come mi ero aspettata, ho cominciato di nuovo a stringere varie amicizie, uscivo spesso la sera, come tutte le persone della mia età, avevo voglia di stare in comitiva ma fondamentalmente m’interessava solo la danza. Vivevo una vita senza orari perché mi piacevano le discoteche: tornavo all’alba e dormivo poi tutto il dì perdendo così di vista gli obiettivi per i quali mi ero trasferita nella Capitale. Anche lì la Santa danza e l’amore che ho sempre avuto per quest’arte mi hanno rimesso in carreggiata e permesso di fare tutto quello che poi ho fatto.

Una settimana prima del termine della domanda per gli esami, mi  sono iscritta da privatista a Città della Pieve. Con l’aiuto delle mie amiche  ho preparato una  tesina di cui non ricordo neanche l’argomento, ho avuto la fortuna di superare brillantemente gli scritti. All’orale  ho ripetuto la mia tesina e i professori, sapendo del mio lavoro con la danza, sono stati comprensivi e mi ha assegnato come voto  un semplice 60 raccomandandomi  però di dare il massimo in quello che stavo facendo

Tornata a Roma, mi sono iscritta  allo “Ials”, una scuola di danza per lavoratori dello spettacolo e ho frequentato le lezioni tutti i giorni: sbarra a terra, danza  classica, tutta la formazione che mi mancava per  ottenere la disciplina, la costanza e mettermi fisicamente a  nudo davanti allo specchio.  Non più vita notturna!  Ho cominciato inoltre a lavorare  da un paninaro a piazza Navona per mantenermi agli studi di danza e non gravare sui miei. Nel frattempo mio fratello aveva cominciato anche lui a studiare danza. 

Ero diventata assistente di Steve la Chance nei  vari stage, poi con Jodi Goodman https://mas.it/site/jodi-goodman/ , anche altri  insegnanti mi volevano come assistente, io accettavo per poter studiare con loro senza spendere i soldi delle lezioni. Quando ho vinto una borsa di studio per l’America, ho dovuto intensificare i turni al paninificio perché la borsa di studio prevedeva solo le lezioni ma non le spese di viaggio. Quell’anno, lavorando  tanto, ho pianificato il viaggio in America con mio fratello: due settimane a New York e poi a Los Angeles. Era la prima volta  oltre oceano, New York mi è sembrata bellissima. Alloggiavamo in un ostello, chiamavamo i nostri genitori ogni tre giorni dalle cabine telefoniche, giravamo per tutte le più importanti scuole di danza. Lì mi sono accorta che i danzatori andavano a 2000, mi hanno insegnato a dare il 100 per cento in sala, per loro era una continua audizione , davano tutti il meglio di sé, sempre. Durante la prima lezione ero tranquilla e serena, poi mi sono adeguata, entrando subito in competizione.

In seguito abbiamo preso il volo per Los Angeles, poi preso in affitto una macchina, mio fratello, più grande di me, si è cimentato per la prima volta nella guida di auto automatiche, ricordo le sue prime inchiodate con una Chevrolet…è stata un’avventura bellissima con lui, so che  si sentiva addosso una grande responsabilità ma non mi ha mai deluso. Andare a studiare danza in USA è  il viaggio dal quale un ballerino torna o super motivato o smette. Mio fratello ha smesso, io no, mi sentivo all’altezza degli altri e mi sono divertita, ho preso otto chili in più, tutti muscoli costruiti con dieci ore al giorno di danza, compreso il tip tap, ma anche perché mangiavo junk food in abbondanza: hamburger, patatine, bibite zuccherate. Nel viaggio di ritorno  in aereo mi hanno schiaffato in un  posto finestrino, e, dopo sette ore senza  alzarmi a fare pipì per non disturbare i miei compagni di viaggio, quando sono sbarcata avevo le gambe talmente gonfie che son dovuta stare tre giorni al letto perché tornassero alla normalità.

Pronta a spiccare il volo, da quel momento  ho deciso di fare tutte le audizioni senza vergogna, ero piccola di statura ma ho vinto la mia insicurezza davanti alle stangone che mi guardavano dall’alto in basso. Durante le prime dieci audizioni non mi hanno neanche considerato, poi, finalmente, ho ottenuto il mio primo lavoro retribuito al festival del cinema di Roma con Ia School Music. Quel lavoro mi ha dato sicurezza, da quel momento ho partecipato ad ogni audizione, spesso mi prendevano e anche quando non ottenevo nulla, mi ricontattavano per lavori successivi, i coreografi cominciavano a conoscermi e a chiamarmi. Per mantenermi non lavoravo più dal paninaro ma insegnavo danza in varie palestre romane, racimolando il necessario per vivere e anche di più. Quando mi hanno preso alla prima vera audizione importante col gruppo Zard  per l’opera musicale di Lucio Dalla la Tosca , ho viaggiato in tutta Italia, sui più bel palcoscenici, il primo all’ Arcimboldi, con poesie lette dal vivo dallo stesso Lucio Dalla, lo spettacolo impreziosito dai vestiti di Armani. Cercavano una ballerina e su 300 sono stata scelta io. Mi  sono presentata dopo avere letto Tosca su un cartellone, credendo che fosse per il concerto di Tosca la cantante, invece era l’opera la Tosca.https://it.wikipedia.org/wiki/Tosca_-_Amore_disperato In quell’anno di tournée ho conosciuto il mio attuale marito, allora  ero fidanzata con un ragazzo del mio paese. Pian piano  mi sono resa conto ciò che avevo immaginato da piccola si era realizzato: ero  una ballerina professionista!

Mi sono comprata la prima  automobile, ho lasciato il lavoro di insegnante e iniziato la tournée, dove per combinazione  avevano chiamato la mia migliore amica per sostituire una ballerina che si era  infortunata, era la vita che avevo sognato, un felice connubio  tra amicizia, palcoscenico e la vita notturna che amavo.

Finita la tournée, è ricominciato il girone delle audizioni, uscita  un po’ dal giro  ogni volta ricomincia la giostra, mesi senza lavorare, telefonate al papà per chiedere sostegno economico… 

Ho aperto allora la mente al pensiero di una vita normale, stanca di lavoretti nel cinema con balletti in cui racimolavo a fatica  i soldi per l’affitto o per la benzina. 

Dopo tanti lavori in tivù, in teatro, eventi privati dove la paga era soddisfacente ma non il lavoro, avevo perso la motivazione, c’è stata l’audizione per Notre dame de Paris.https://it.wikipedia.org/wiki/Notre-Dame_de_Paris_(spettacolo_musicale) Cercavano due ballerine, mi hanno assunto e ho iniziato la tournée italiana , alla fine della quale mi hanno chiamato nella tournée mondiale di Notre dame.  Ho ottenuto il visto per la Russia, poi otto mesi  tra Francia,  Cina, Singapore, Taipei… Lasciato il mio fidanzato, mi sono avvicinata a Renato che era in tournée con me, finalmente vivevo quello che amavo davvero. Ballavo a grandi livelli, palcoscenici immensi, giri per il mondo, conoscevo persone di tutti i Paesi, ero con Renato, il compagno ideale con cui condividere la passione del lavoro. Guadagnavo tantissimo, tornavo talvolta in Italia per  godermi le vacanze per  poi ripartire per il Giappone. Sono stata ovunque, questa vita  è durata per quattro felici anni. Penso con orgoglio che ho condiviso il palcoscenico con i giganti, Lucio Dalla e Riccardo Cocciante, e ritengo che più si è grandi meno lo si sbandiera.

Stanca per i tanti spostamenti, essendomi innamorata fortemente di Renato, che nel frattempo si era fatto male durante un’acrobazia, si è riaffacciato  il mio sogno di essere una mamma, di avere dei figli da  giovane e abbiamo deciso di considerarci  finalmente una coppia e fare progetti insieme. Partita in tournèe per la  Corea per sei mesi, per quanto stessi benissimo con i colleghi coreani, ho iniziato a soffrire di attacchi di panico, a detestare il sudore sul palco, a dover uscire dalle quinte per la mancanza di aria. In Italia intanto Renato aveva trovato una casa e ho deciso di non partire più per costruire  con lui una quotidianità. Ho continuato però a lavorare con Zard in Romeo e Giulietta di Giuliano Peparini, poi sono ripartita in tournèè in Italia con Notre dame dove avevo un ruolo più di rilievo, stavo più sul palco, coordinavo il corpo di ballo, assistevo nelle coreografie, collaboravo con Bulgari, Fendi, sia nello show  che durante gli eventi, mi cimentavo nel dietro le quinte assistendo e  coreografando. Lavoravo inoltre con Enrico Brigano durante le audizioni per formare il corpo di ballo. Mi piaceva di più  quel lavoro che non stare sul palco, anche perché nel frattempo  mi ero accorta di essere incinta e la  prospettiva di diventare mamma mi aveva cambiato, conscia che stare dietro le quinte si conciliasse di più con la mia vita futura.

Ed è ciò che faccio adesso, il periodo pandemia mi ha scosso  per il forzato lockdown e  la conseguente mancanza di lavoro. Nel settembre 2020, mentre accudivo il secondo nato, mi hanno chiamato per seguire sette corsi di danza moderna che tengo tuttora  nella zona dove vivo. Adesso insegno e seguo i miei figli, formo ballerini e la cosa mi piace molto. Ho studiato anche “mental coaching” per aiutare i miei allievi, ritengo   la comunicazione efficace indispensabile per formare giovani talenti  e sostenerli per affrontare i disagi dovuti ad una difficile professione.In futuro vorrei portare avanti corsi professionali di danza operando sulle basi tecniche ma soprattutto per far sì che gli allievi accettino se stessi.

 Attualmente sono il braccio destro di un’agenzia di eventi, coordino la parte artistica come coreografa e assistente alla regia.

A luglio inoltre mi ha contattato un nido presso una scuola Montessori  dove ho a che fare con piccolissimi. Il lavoro è diverso ma la filosofia è sempre la stessa che adotto in sala ballo: guidare quando c’è da guidare ma lasciare la libertà di scoprire i propri talenti.

Tornare a ballare? Non ne sento l’esigenza,  ho tanto rispetto per il palco che potrei danzare solo ricominciando una seria formazione.  

Ciò che devo alla danza è la tempra e la voglia di superare i propri limiti per il desiderio ancora più grande di vedere realizzati  i propri sogni e pensare che le cose migliori sono sempre al di là delle nostre paure. Quando ero più piccola, alla prima sensazione di disagio mi agitavo, iniziavo a giudicarmi senza accettarmi pensando di me e del mio futuro le cose peggiori, adesso, “da grande”, quando viene a bussare  alla mia mente quella stessa scomoda sensazione, faccio un sospiro di sollievo e penso: -Finalmente!- una nuova sfida mi aspetta, nuove esperienze,  fatiche, insegnamenti, occasioni importanti di crescita, condivisione e gratitudine per questa vita, non sempre facile, ma profondamente preziosa e speciale.

Questo è il senso che ho dato a tutte le mie esperienze fatte finora ed è ciò che ogni giorno cerco di trasmettere ai miei figli e ai miei allievi e che continuo a ripetere a me stessa, quindi sì, alla danza devo veramente tanto, al di là del palcoscenico.

Laura  Gallinella

R.

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