Una farmacista ‘diplomatica’

(en français après les photos) Quando Laila venne ad iscriversi al corso di italiano per stranieri presso la scuola pubblica CPIA3, mi colpì la semplicità e la gentilezza dei suoi modi, dietro un’eleganza naturale ed un sorriso dolce come gli shebakia, i tipici biscotti marocchini al sesamo, miele, fiori d’arancio. Originaria del Marocco del Sud (il papà è di Marrakesh), della sua regione conserva il calore umano, la socievolezza e l’ospitalità, la voglia di approfittare della vita, dal cibo alle relazioni umane. Per mesi ha frequentato assiduamente le lezioni insieme agli altri studenti di varie estrazioni sociali, storie personali e formazioni diverse e solo quando alla fine dell’anno scolastico, a causa del forte caldo ebbe un malore (sappiamo tutti che le aule scolastiche non sono equipaggiate neanche di ventilatori e mettono a dura prova anche chi viene dal deserto), le sfuggì detto: –Scusi professoressa, devo chiamare qualcuno per farmi venire a prendere e tornare a casa perché mi sento svenire. Seppi allora che Laila non era, come la maggior parte dei miei studenti stranieri, una disciplinata studentessa marocchina in Italia in cerca di lavoro, ma la moglie dell’ambasciatore del Marocco a Roma. Ho apprezzato ancora di più questa sua attitudine umile che le faceva preferire i miei corsi, insieme a persone di diversa nazionalità e condizione, anziché prendere lezioni private nel chiuso della sua residenza diplomatica, come da protocollo. Nel contesto formale della conversazione strutturata in classe, ho saputo poi che era farmacista a Rabat, in un quartiere popolare dove la gente trovava in lei una dottoressa ma anche un’amica, una sorella, un’assistente sociale. Era a Roma per il lavoro del marito e, prima di venire in Italia, era stata in Perù dove aveva imparato lo spagnolo dalle cui interferenze con l’italiano cercava di liberarsi durante le prime settimane di lezione. Ha continuato a collegarsi anche dal Marocco durante il confinamento per la pandemia e ci eravamo promesse di vederci per un caffè fuori scuola: è iniziata così un’amicizia fatta di stima, ascolto, generosità. Nonostante una certa riservatezza, Laila sceglie le persone ed il modo di aprirsi per raccontare di sé. Ecco la sua storia:

Se devo pensare a cosa mi caratterizza principalmente, penso sia la libertà; per me è davvero la cosa più importante. Mio padre ci ha inculcato l’indipendenza come valore fondamentale; ho realizzato successivamente perché aveva spinto me e mia sorella verso una formazione che ci permettesse di lavorare per nostro conto. Anche per questo sono diventata farmacista e ne sono contenta. Questa indipendenza mi ha permesso di superare momenti davvero difficili della mia vita: prima di tutto il divorzio dal mio primo marito. Se non avessi avuto in mano la mia professione forse a quest’ora sarei ancora sposata, depressa ed infelice, invece ho potuto trovare un’uscita da una relazione malsana. Sola, con una bambina, sono tornata a vivere con i miei genitori, rinunciando provvisoriamente alla mia indipendenza per due anni circa: per una madre sola non era facile vivere sola in Marocco nonostante la mentalità aperta dell’ambiente in cui vivevo. Infine sono riuscita a riconquistare il mio spazio e continuare la mia vita come la concepivo: per anni ho lavorato intensamente consacrando le mie energie alla mia professione mentre mi occupavo di mia figlia. Il lavoro per me era un rifugio e lo spazio dove esercitavo la mia dignità e rappresentava l’espressione delle mie competenze, di me stessa. Dopo otto anni di solitudine, ho poi incontrato Youssef che era diplomatico e viaggiava; ci siamo sposati dopo tre mesi: ero pronta per una nuova avventura però con nuovi propositi e diverse esigenze nella relazione di coppia. Io non volevo e non voglio essere solo “la moglie di…”, prima di tutto sono Laila, una donna indipendente, produttiva. Ho la mia attività anche se ora la seguo da lontano ma per me è il mio punto fermo, dove ho motivo di tornare ogni tanto, non per sfuggire alle mie responsabilità familiari e di rappresentanza, ma quando ho bisogno di sentirmi ancora libera, attiva e soprattutto poter andare incontro ai bisogni della gente perché questo mi dà enorme soddisfazione.

Laila è appena tornata da NYC dove ha incontrato le sue amiche del Perù; le chiedo tra l’altro notizie di questo viaggio e mi racconta l’importanza delle relazioni con questo gruppo di donne che ha significato per lei compensare la visione quotidiana della miseria e la povertà di un Paese dall’enorme contrasto sociale:

In Perù, dove ho vissuto tre anni, bastava mettere fuori il naso da casa per toccare con mano l’ingiustizia: un’élite estremamente ricca di fronte ad una massa di gente poverissima. Appena arrivata mi veniva da piangere: ho pensato che il mio Paese in confronto è il Paradiso; in più ero preoccupata per la distanza. Mia figlia era rimasta in Marocco con il padre che aveva voluto vendicarsi della mia nuova vita attraverso di lei. Dopo il mio nuovo matrimonio infatti ero partita per Palermo dove mio marito terminava il suo mandato da console. Fu un periodo in cui assaporai la libertà e la nuova vita. Poi partimmo per Strasburgo per una sua nuova missione e gli anni in Francia furono segnati dalle nuove responsabilità familiari. Mio figlio Reda era nato e mia figlia adolescente ci aveva seguito. Alla fine del mandato Youssef doveva soggiornare qualche mese a Rabat prima di un nuovo incarico ma quello che si configurava solo come un passaggio, fu ancora una nuova vita che durò due anni. I problemi con il mio ex marito si intensificarono tanto da destabilizzare il mio equilibrio interiore: dovetti ricorrere ad una terapia che mi ha aiutato tantissimo a vedere le cose da un altro punto di vista e capire che non si può controllare tutto; intanto mia figlia fu affidata al mio ex marito dopo un processo in cui mi ero sentita umiliata e non capita neanche dalla mia stessa famiglia di origine. Il rientro in Marocco fu davvero difficile da tutti i punti di vista: sentivo che i miei stessi genitori non mi supportavano né comprendevano il mio dolore. Si era creato un fossato tra noi ma anche con conoscenti ed amici: mi sembrava di non far più parte di quel mondo, di essere un’extraterrestre. Nonostante i miei siano persone emancipate e moderne, la mentalità religiosa e tradizionalista a volte ha il sopravvento. Probabilmente il fatto di aver viaggiato, vissuto in altri Paesi e frequentato persone di tante nazionalità, mi fa ragionare in modo diverso e mi ha aperto lo spirito anche se ero già predisposta alla curiosità ed a una mentalità più flessibile. Alla fine con i miei siamo riusciti a ritrovarci dopo un grande lavoro su me stessa. Tra le cose più importanti che ho imparato viaggiando è che non dobbiamo aspettare che il cambiamento venga dagli altri, il cambiamento viene prima di tutto da noi se stessi. Quando poi ho saputo che saremmo partiti per il Perù ho pianto fra le braccia di mio padre come una bambina.

Come dicevo, in America Latina ho visto tanta miseria da un lato e dall’altro ho toccato con mano l’accoglienza, la gentilezza, la generosità e la solidarietà del popolo peruviano. Ho sperimentato l’amicizia gratuita insieme ad una vita internazionale delle più intense: in un giorno era come se viaggiassi in dieci Paesi diversi. Facevo parte del consiglio di amministrazione delle mogli di ambasciatori e lavoravamo sodo per organizzare continuamente eventi ed iniziative di beneficenza per raccogliere fondi e sostenere le tante associazioni umanitarie bisognose: donne vittime di violenza, bambini di strada, donne disoccupate. Quando ci siamo lasciate ci siamo promesse di rivederci appena possibile. Così, dopo la pandemia, è iniziato un lungo periodo di programmazione dell’incontro: trovare un luogo che andasse bene a tutte, sparse ormai in vari continenti ed una data possibile per lasciare mariti, figli, attività lavorative sembrava una missione quasi impossibile. Alla fine ci siamo accordate per accettare l’invito dell’amica peruviana-finlandese che vive ora a New York e ci ha ospitato tutte perché voleva davvero che vivessimo una nuova esperienza insieme. Abbiamo passato cinque notti a NYC e tre a Whashington, scoperto la città, passato dei bei momenti insieme.

Esplorando la città ci siamo ritrovate e confrontate sulle nostre nuove vite. Quando eravamo in Perù tutte e sette (di diversi Paesi: Perù, Marocco, Azerbajan, Finlandia, Bolivia, El Salvador, Germania) facevamo parte del corpo diplomatico ma in questi tre anni molte cose sono cambiate: una è rimasta vedova, altre sono tornate ad una vita ordinaria e non sono più ambasciatrici, una ha ripreso il suo lavoro a tempo pieno, ecc.

Viaggiare con una persona ti permettere di conoscerla veramente così per noi è stato curioso ritrovarci in questa dimensione così diversa da quella del lavoro comune in Perù che aveva saldato fortemente la nostra amicizia. Con loro avevo provato la lealtà, la vicinanza, la condivisione e l’importanza delle relazioni umane, soprattutto quando ci si trova lontano da amici e famiglia. Nella vita diplomatica le relazioni sono spesso effimere, transitorie, superficiali mentre con questo gruppo di donne ho sperimentato la disponibilità, la coabitazione e la solidità dell’amicizia profonda anche a distanza. Da questa esperienza di viaggio ho rivisto le mie priorità nella costruzione del rapporto con gli altri. A me piace fare del bene ed aiutare, sentire la gratitudine per un gesto o un sentimento che ho suscitato; mi sono resa conto che vivere per essere utile e aiutare qualcuno è per me un leit motiv che mi fa sentire realizzata. Per me l’amicizia è essere presente sia nella gioia che nei momenti difficili, è saper ascoltare, comprendere, tollerare e non giudicare, sentirsi a proprio agio con un amico che non ti rimprovera ma è sincero. Apprezzo molto nelle relazioni con gli altri la spontaneità, la sincerità, il rispetto e la fiducia; non sopporto la cattiveria, l’ipocrisia, la gelosia.

Nonostante le amicizie, quando a Lima le fu annunciato che si sarebbero trasferiti a Roma, Laila provò una grande gioia: tornare in Europa, nella città caput mundi! Purtroppo la pandemia e una certa chiusura del mondo diplomatico romano la rendono inquieta: Avevo tanti progetti di lavoro come quelli in Perù e mi aspettavo di poter collaborare in un mondo cosmopolita e aperto. Per questo ho incrementato l’apprendimento dell’italiano e le presentazioni ma per ora ho trovato poca disponibilità. Spero che in seguito potrò maggiormente ampliare relazioni e attività– sorride amaramente Laila mentre sorseggiamo il tè alla menta che abbiamo chiesto senza zucchero perché accompagnato dai vari dolcetti marocchini ricchi di miele ed altri ingredienti deliziosi.

Quando chiedo a Laila come si vede tra dieci anni, mi risponde prima di tutto che, se non fosse diventata farmacista forse sarebbe stata prof o comunque avrebbe lavorato nella comunicazione o nel sociale: Adoro aiutare gli altri, entrare in una relazione per fare del bene; il benessere (non solo fisico o materiale) è importante. Nel futuro mi vedo forse aprire un centro spa di bien-être, magari con mia figlia, dove, soprattutto le donne, possono prendersi cura di loro perché il mio motto è: la donna deve poter prendersi cura di sé e nessuno sa farlo meglio di se stessa! Mi piace pensare ad un ambiente dove possa mettermi in relazione, comunicare e condividere la cura ed il benessere con altre donne.

Parliamo ancora di viaggi e di destini di vite:

Ho sempre amato viaggiare- afferma sicura Laila- ma non come una turista; per me viaggiare è impregnarmi della mentalità degli altri, della psicologia sociale; capire come pensano le persone anche diverse da me, senza giudicare o criticare. L’incontro con altre culture mi ha fatto coltivare la tolleranza che è un valore in cui credo molto. Sono cosciente che la mia è una dimensione privilegiata, speciale: mi trovo a viaggiare vivendo in un Paese per qualche anno.

Vedi, io credo nel mektub, che vuol dire che il tuo destino è scritto dalla tua nascita fino al tuo ultimo giorno. Ciò che si deve compiere, tra diverse strade, si compirà, Insh-Allah.

P.

Une pharmacienne diplomate

Lorsque Laila est venue s’inscrire au cours d’italien pour étrangers à l’école publique CPIA3, j’ai été frappé par la simplicité et la gentillesse de ses manières, son élégance naturelle et son sourire aussi doux que la shebakia, les typiques biscuits marocains au sésame, au miel et à la fleur d’oranger. Originaire du sud du Maroc (son père est de Marrakech), de sa région elle a gardé la chaleur, la sociabilité et l’hospitalité, l’envie de profiter de la vie, de la nourriture, des relations humaines. Pendant des mois, elle a suivi assidûment les cours avec d’autres élèves dautres milieux sociaux, dhistoires personnelles et de formations différents, et ce n’est quà la fin de l’année scolaire, à cause de la forte chaleur, quand elle a fait un malaise (nous savons tous que les salles de classe ne sont pas équipées de ventilateurs et qu’ils mettent à rude épreuve même ceux qui viennent du désert), qu’elle a dit: -Excusez-moi mais je dois appeler chez moi pour que quelquun vienne me chercher parce que je sens que je vais mévanouir. J’ai alors appris que Laila n’était pas, comme la plupart de mes élèves étrangers, une étudiante marocaine à la recherche d’un emploi en Italie, mais l’épouse de l’ambassadeur du Maroc à Rome. J’ai encore plus apprécié cette attitude humble qui lui faisait préférer mes cours, avec des personnes de nationalités et de cultures différentes, plutôt que de prendre des leçons particulières dans l’intimité de sa résidence diplomatique, comme le veut le protocole. Dans le contexte formel de la conversation structurée en classe, j’ai appris par la suite qu’elle était pharmacienne à Rabat, dans un quartier populaire où lapothicaire est aussi le médecin, lami, le conseiller, etc. Elle était à Rome pour le travail de son mari et, avant de venir en Italie, elle avait été au Pérou où elle avait appris l’espagnol dont elle essayait de se libérer de laccent et des interférences avec l’italien pendant les premières semaines de cours. Elle a continué à se connecter depuis le Maroc pendant son confinement durant la pandémie et nous nous sommes donné rendez-vous à la fin de l’année scolaire: ainsi a commencé une amitié faite d’estime, d’écoute, de générosité. Malgré une certaine réserve, Laila choisit les personnes et la manière de s’ouvrir pour se raconter. Voici son histoire :

Si je dois réfléchir à ce qui me caractérise principalement, je pense que c’est la liberté ; pour moi, c’est vraiment la chose la plus importante. Mon père nous a inculqué l’indépendance comme une valeur fondamentale. J’ai compris plus tard pourquoi il nous avait poussées, ma sur et moi, vers une éducation qui nous permettrait de travailler par nous-mêmes. C’est aussi pour cela que je suis devenue pharmacienne et j’en suis heureuse. Cette indépendance m’a permis de surmonter des moments très difficiles de ma vie : tout d’abord, le divorce avec mon premier mari. Si je n’avais pas eu ma profession entre les mains, je serais probablement encore mariée, déprimée et malheureuse à l’heure actuelle, mais au lieu de cela, j’ai pu trouver un moyen de sortir d’une relation malsaine. Seule avec un enfant, je suis toutefois retournée vivre chez mes parents, renonçant temporairement à mon indépendance pendant environ deux ans. Il n’était pas facile pour une mère célibataire de vivre seule au Maroc, malgré l’ouverture d’esprit du milieu dans lequel je vivais. J’ai finalement réussi à retrouver mon espace et à continuer ma propre vie comme je la conçois. Pendant des années, j’ai travaillé dur, je me suis consacrée à fond à ma profession et je me suis occupée de ma fille. Ma pharmacie était mon refuge. Le travail pour moi représentait le contexte où mépanouir et sauver ma dignité. Après huit ans de solitude, j’ai ensuite rencontré Youssef qui était diplomate et voyageur. Nous nous sommes mariés au bout de trois mois. Jétais prête pour une nouvelle aventure mais avec des nouvelles résolutions et exigences différentes dans la relation de couple. Je ne voulais pas et ne veux pas être simplement “la femme de…”, je suis avant tout Laila, une femme indépendante et productive. J’ai ma propre entreprise, même si je la suis maintenant de loin, mais pour moi c’est mon pilier, où j’ai des raisons de revenir de temps en temps, non pas pour échapper à mes responsabilités familiales et officielles, mais quand j’ai besoin de me sentir libre et active à nouveau, surtout aller à la rencontre des autres de ceux qui ont besoin car cest ce qui me donne le plus de satisfaction.

Laila vient de rentrer de New York où elle a retrouvé ses amies du Pérou. Je l’interroge sur ce voyage et elle me parle de l’importance des relations avec ce groupe de femmes qui lui a permis de compenser la vision quotidienne de la misère qui frappe lorsqu’on vit dans un pays aux contrastes sociaux énormes :

Au Pérou, où j’ai vécu pendant trois ans, il suffisait de sortir le nez dehors pour toucher du doigt l’injustice : une élite très riche face à une masse de gens très pauvres. Dès mon arrivée, j’ai eu envie de pleurer : je pensais que mon pays était le Paradis en comparaison. De plus, j’étais inquiète de la distance. Ma fille était restée au Maroc avec son père qui avait voulu se venger de ma nouvelle vie à travers elle. Après mon nouveau mariage, j’étais partie à Palerme où mon mari terminait son mandat de consul. C’était une époque où je savourais la liberté et la nouvelle vie. Puis nous sommes partis à Strasbourg pour une autre mission et les années en France ont été marquées par de nouvelles responsabilités familiales. Mon fils Reda était né et ma fille adolescente nous avait suivis. À la fin du mandat, mon mari devait rester quelques mois à Rabat avant une nouvelle affectation, mais ce qui devait être juste une transition, est devenue une nouvelle vie qui a duré deux ans. Les problèmes avec mon ex-mari se sont tellement intensifiés qu’ils ont déstabilisé mon équilibre intérieur. J’ai dû recourir à une thérapie qui m’a beaucoup aidée à voir les choses d’un autre point de vue et à comprendre que l’on ne peut pas tout contrôler. Entre-temps, ma fille a été confiée à mon ex-mari après un procès au cours duquel je me suis sentie humiliée et non comprise même par ma propre famille d’origine. Le retour au Maroc a été vraiment difficile à tout point de vue. J’avais l’impression que mes propres parents ne me soutenaient pas et ne comprenaient pas ma douleur. Un fossé s’était créé entre nous, mais aussi avec les connaissances et les amis. Jj’avais l’impression de ne plus faire partie de ce monde, d’être un extraterrestre. Bien que mes parents soient des personnes émancipées et modernes, la mentalité religieuse et traditionaliste a le dessus parfois. On a discuté beaucoup et je me rendais compte quon raisonnait différemment. Probablement le fait d’avoir voyagé, d’avoir vécu dans d’autres pays et fréquenté des gens de toutes nationalités, m’a ouvert l’esprit même si j’étais déjà prédisposée à la curiosité et à une mentalité plus souple. Finalement, mes parents et moi avons réussi à nous mieux comprendre après un grand travail sur moi-même. Parmi les choses les plus importantes que jai apprises en voyageant est que nous ne devons pas attendre que le changement vienne des autres, le changement vient dabord de soi-même. Lorsque j’ai appris que nous partions pour le Pérou, j’ai pleuré dans les bras de mon père comme un enfant.

Comme je l’ai dit, en Amérique latine, je me suis rendue compte de la grande pauvreté d’un côté et de l’autre de l’accueil, de la gentillesse, de la générosité et de la solidarité qui existent dans le peuple péruvien. J’ai fait l’expérience de l’amitié profonde et d’une vie internationale des plus intenses. Dans une journée, j’avais l’impression de voyager dans dix pays différents. Je faisais partie du conseil d’administration des femmes d’ambassadeurs et nous avons travaillé dur pour organiser régulièrement des évents et initiatives afin de récolter des fonds pour financier les projets des nombreuses associations humanitaires: femmes victimes de violences, enfants des rues, femmes au chômage. Lorsque nous nous sommes séparées, nous avons promis de nous revoir dès que possible. Ainsi, après la pandémie, une longue période de planification dune rencontre a commencé: trouver un lieu qui conviendrait à toutes, dispersées maintenant sur plusieurs continents et une date possible pour quitter maris, enfants, travail nous semblait une mission impossible. Finalement, nous avons accepté l’invitation de notre amie péruvienne-finlandaise qui vit maintenant à New York et qui nous a toutes accueillies parce qu’elle voulait vraiment que nous vivions une nouvelle expérience ensemble. Nous avons passé cinq nuits à New York et trois à Washington, nous avons découvert la ville et passé de bons moments ensemble.

En explorant la ville, nous nous sommes retrouvées et avons comparé nos nouvelles vies. Lorsque nous étions au Pérou, nous faisions toutes les sept partie du corps diplomatique de différents pays (Pérou, Maroc, Azerbaïdjan, Finlande, Bolivie, Salvador, Allemagne), mais au cours de ces trois années, beaucoup de choses ont changé : l’une est devenue veuve, d’autres sont retournées à une vie ordinaire et ne sont plus ambassadrices, une a repris son travail à plein temps, etc.

Voyager avec une personne vous permet de vraiment la connaître. Il était donc curieux pour nous de nous retrouver dans cette dimension si différente du travail commun au Pérou qui avait fortement cimenté notre amitié. Avec elles, j’avais fait l’expérience de la loyauté, de la proximité, du partage et de l’importance des relations humaines, surtout lorsqu’on est loin de ses amis et de sa famille. Dans la vie diplomatique, les relations sont souvent éphémères, transitoires et superficielles alors qu’avec ce groupe de femmes, j’ai fait l’expérience de la disponibilité et de la solidité de la vraie amitié, même à distance. J’ai revu mes priorités dans les relations avec les autres. J’aime faire le bien et aider, ressentir de la gratitude pour un geste ou un sentiment que j’ai suscité. Je me suis rendu compte que jai besoin de vivre pleinement la condition de celle qui aide, je mépanouis quand jaccomplis des bonnes choses pour qui a nécessité daide. Pour moi, l’amitié, c’est être présent dans les moments de joie comme dans les moments difficiles, c’est savoir écouter, comprendre, tolérer et ne pas juger, avoir confiance, se sentir à l’aise avec un ami qui ne vous fait pas de reproches mais qui est sincère. J’apprécie la spontanéité, la sincérité et le respect chez les autres. Je ne supporte pas la mesquinerie, l’hypocrisie, la jalousie.

Malgré ses amitiés, à Lima, lorsqu’on a annoncé qu’ils déménageaient à Rome, Laila a ressenti une grande joie. Retourner en Europe et dans la ville caput mundi! Malheureusement, la pandémie et une certaine fermeture du monde diplomatique romain l’ont mise mal à l’aise. J’avais de nombreux projets de travail comme ceux du Pérou et je m’attendais à collaborer dans un monde cosmopolite et ouvert. C’est pourquoi jai voulu mieux apprendre l’italien et multiplier les contacts mais jusqu’à présent, je n’ai trouvé que peu de disponibilité. J’espère qu’à l’avenir, je pourrai développer davantage mes relations et mes activités- sourit amèrement Laila en sirotant le thé à la menthe que nous avions demandé sans sucre car il était accompagné de diverses friandises marocaines riches en miel et autres ingrédients délicieux.

Lorsque je demande à Laila comment elle se voit dans dix ans, elle me répond que si elle n’était pas devenue pharmacienne, elle serait peut-être devenue professeure ou aurait au moins travaillé dans la communication ou le social. J’aime aider les autres, entrer en relation pour faire le bien; le bien-être (pas seulement physique ou matériel) est important. Dans le futur, je me vois peut-être ouvrir un spa bien-être, peut-être avec ma fille, où, surtout les femmes, pourront prendre soin d’elles car ma devise est: la femme doit pouvoir prendre soins delle et personne ne sais le fait mieux que soi-même. Je me vois bien dans un contexte où je puisse communiquer, développer des relations et partager la recherche du bien être avec dautres femmes.

Ensuite nous parlons davantage des voyages et de la vie. J’ai toujours aimé voyager- dit Laila avec assurance, mais pas en tant que touriste. Pour moi, voyager, c’est s’imprégner de la mentalité des autres, étudier la psychologie sociale dun peuple, comprendre comment les gens pensent, même ceux qui sont différents de moi. La rencontre avec d’autres cultures m’a fait cultiver la tolérance, qui est une valeur à laquelle je crois beaucoup. Je suis consciente que la mienne est une dimension privilégiée, particulière. Je me retrouve à voyager tout en vivant dans un pays pendant quelques années.
Tu vois, je crois au mektub, ce qui signifie que notre destin est écrit de la naissance jusquau dernier jour de notre vie. Cest à dire que ce qui doit être accompli, entre différents chemins, le sera. InshAllah.

P.

Pubblicato da Patrizia D'Antonio

Blogger, writer, teacher, traveller...what more? I love to meet and share with people. In my spare time I like reading, swimmming, cycling, listening and playing music . I was born in Rome but I live in Paris

2 pensieri riguardo “Una farmacista ‘diplomatica’

  1. Ho trovato questa di Laila una delle storie più interessanti tra quelle che ci hai proposto: un’altra donna in viaggio, dentro e fuori sé stessa, che vive con consapevolezza la propria vita e che sicuramente lascia qualcosa di sé nelle persone che incontra. Molto interessante, grazie!

    1. è vero, a volte i viaggi ci portano nel profondo di noi stesse anche percorrendo strade e cammini di viaggi in cui si cambiano Paesi, lingue, vite….

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