Ventotto sogni

Oxsana, Dolobiv- Kremenets- Roma

Sono nata in un  piccolo paese, Dolobiv, vicino Leopoli, in Ucraina, in una casa con annessa una fattoria. La mia vita scorreva tranquilla e serena, finché, all’età di otto anni, mio padre è morto e di colpo mi sono trovata ad affrontare cose molto più grandi di me. Dopo la scuola aiutavo i miei fratelli maggiori a mungere le mucche e a  sbrigare tutta una serie di incombenze piccole ma grandi per una bambina della mia età. Alla fine della giornata davo una mano a mia madre per pulire e rigovernare casa. La mia vita era ciò che avevo in prossimità: l’aia, gli animali, la cucina di casa mia… 

Quando mi sono spostata in città a Kremenets per studiare, finalmente libera da impegni domestici, ero talmente abituata alla frenesia della vita in campagna che quasi mi annoiavo.

Ho studiato per diventare maestra d’asilo: amo moltissimo i bambini e sognavo di lavorare con loro per il resto dei miei giorni.

Purtroppo non è andata così, a 19 anni mi sono sposata e, tra le due figlie  che ho avuto subito dopo il matrimonio e il lavoro non riuscivo ad avere una vita che per me fosse soddisfacente. Il cibo ed i vestiti non ci mancavano, ma vivevamo in una casa popolare, non di quelle che conoscete qui in Italia, funzionali ed indipendenti, ma un alloggio che consisteva in una stanza dove eravamo stipati io, mio marito e le bambine, un lungo corridoio ai cui lati c’erano varie stanze dove abitavano altre famiglie che con noi condividevano bagno, cucina e, sì, anche qualche lite.

Quando le mie figlie hanno avuto rispettivamente sei e quattro anni, mio marito ed io abbiamo deciso di tentare la fortuna in Italia. Molti conoscenti ci avevano assicurato che in poco più di un anno avremmo potuto mettere da parte quel tanto che ci permettesse di comprare una casa tutta nostra. Io ho deciso di partire per prima. Con il cuore pesante ho preso un bus che mi ha portato a Napoli. Per ottenere il mio primo impiego in un ristorante ho pagato 250 dollari come tangente a tre bellimbusti. Con quel primo lavoro ho guadagnato solo 200 dollari e, delusa, ho deciso di spostarmi a Roma. Lì mi ha raggiunto mio marito dopo aver affidato le bambine ai nonni. Ho cominciato a lavorare bene come domestica a ore, non era il lavoro per cui avevo studiato ma speravo di guadagnare abbastanza per tornare presto nel mio Paese: avevo 28 anni e 28 sogni. Mio marito non ha retto all’impatto con l’Italia e, dopo poco tempo, è tornato in Ucraina, io ho deciso invece che avrei resistito ancora un po’, un anno ancora e poi sarei tornata a casa, la nostra, quella che con i miei risparmi stava pian piano crescendo su solide fondamenta.

Il giovedì e la domenica andavo a telefonare a casa: dopo lunghe file arrivava il mio turno, a volte la linea non si prendeva e quelli in attesa dopo di me protestavano se cercavo ancora di telefonare. Quando finalmente ci riuscivo, mi gridavano di smettere se stavo troppo all’apparecchio. Avrei dato un occhio per poter vedere le mie figlie, allora non c’era ancora internet e la possibilità di abbracciarle almeno con lo sguardo, per cui tornavo a casa  sempre più triste ed amareggiata. Il mio lavoro si è prolungato per un anno, poi, due, poi tre. La casa intanto era stata costruita, tornavo tutte le estati e cercavo di stare con le bambine tutto il tempo possibile perché non dimenticassero la loro mamma. Poi, loro sono cresciute, ci sono stati gli studi da pagare e ho deciso di rimandare  ancora un po’ il mio rientro. Il mio lavoro era duro: pulire le case da mattina a sera e poi ricominciare il giorno dopo e quello dopo ancora. Ma resistevo: l’università costava molto e accettavo di lavorare anche nei giorni festivi per poter tornare l’anno dopo, o quello successivo.

Così sono passati venti anni, dopo la costruzione della nostra casa e il pagamento delle tasse per l’università, c’è stato il matrimonio delle figlie, poi  ho cominciato a pensare alla casa della prima figlia e  poi ancora alla casa della seconda da tirare su.

Mi guardo indietro e mi chiedo a cosa sia servito tutto questo, adesso che un pazzo quelle case può buttarle giù con un missile. C’è la guerra laggiù e tremo per tutti quelli che sono lì.

Sono fiera della mia gente e del mio presidente, so che forse mio marito ed i miei generi saranno chiamati a combattere perché quelle case costruite con pena e fatica rimangano in piedi, così come  tutta la mia nazione.

A volte mi chiedo se sia valsa la pena  sprecare venti lunghi anni della mia esistenza a Roma. Amo questa città, la gente è stata sempre cordiale e benevola con me, ma la mia vita è laggiù. Quando torno in Ucraina mi sento straniera nella mia casa, mio marito esce per lavorare, le ragazze sono andate via e non riesco a respirare abbastanza la libertà dal lavoro quotidiano, ma, se penso al futuro, sogno sempre di tornare.  Vorrei lavorare ancora con i piccoli, come volontaria però, ormai non so se potrei accettare un lavoro vero e proprio, non so se ne sarei ancora capace, ma quell’idea coincide con il mio concetto di casa, quella da cui sono partita venti anni fa con ventotto sogni, ora di anni ne ho quarantotto e il sogno è solo uno.

Oxsana

Una opinione su "Ventotto sogni"

  1. Mi ricordo di Oxana tanti anni fa ….era appena un po” piu’ grande di mia figlia ma con una vita gia’ stracolma di sacrifici.Una bellissima ragazza bionda e scattante ma soprattutto laboriosa , intuitiva e accurata in tutto quanto si impegnava a fare.
    Le auguro con tutto il cuore che tutti i suoi sforzi per mantenere la sua bella famiglia economicamente stabile e serena non vadano persi e le consentano la vecchiaia che cosi’ duramente si sta meritando!

    Piace a 1 persona

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