Nostalgia del futuro

Molti soffrono nel ripensare al passato, rivivono momenti di gioia e di esaltazione, rimpiangendo persone, episodi e oggetti che fanno parte dei loro ricordi. Di tanto in tanto anche io mi volto indietro per ripensare a quella che ero, ma con benevolenza, riscoprendo nei ricordi gli aspetti positivi di una vita che ho vissuto come volevo, con qualche scivolone forse, qualche delusione, ma con pienezza. I dolori no, quelli li lascio in un angolo della mente, riesco a renderli piccoli piccoli e a relegarli in un cantuccio, per non stare male di nuovo.

Ciò che invece mi colpisce sempre, in ogni situazione intensa, in ogni occasione nuova, è un bizzarro sentimento di nostalgia per il futuro. Mi spiego meglio, quando assisto ad uno spettacolo, partecipo ad un evento, sento dentro di me prepotente il desiderio di fruirne ancora, e mi dolgo al pensiero che gli anni passano, e non riuscirò a vedere tanto, tutto. Ciò non riguarda il fatto che i miei compleanni siano ormai numerosi, mi succedeva anche da bambina, soffrivo anche allora nel pensare che non avrei potuto vivere tutto ciò che mi piaceva, quel viaggio, quella persona, quella sensazione partcolare forse non l’avrei più rivissuti, pensavo, e mi assaliva la malinconia dei giorni a venire.

La stessa cosa mi è successa da poco, a Stoccarda, una città incredibile dove mi sono recata per la presentazione del libro DONNE CON LO ZAINO. 

Stoccarda è una città moderna, piena di vita culturale, ci sono  biblioteche, teatri e musei, tanto verde, dei trasporti che a Roma neanche a parlarne, metro, treni, un servizio di tram a cremagliera, alimentato ad elettricità, un servizio di funicolare, un porto commerciale, un aeroporto. Ci sono ben due musei dedicati all’automobile. Le padrone della città in questi ultimi tempi, sono le gru: dovunque lavori, e scavi. Di  tutto ciò non sento nostalgia ma c’è una zona della città, Wagen Allen, dove in un capannone si riuniscono artisti e compositori, danzatrici e fotografi, videomaker e attori, per produrre cultura, che mi ha fatto tornare, prepotente, quel sentimento.  Ferdinando Iannone, un  brillante fotografo italiano, che ha lì il suo atelier, ci ha fatto da cicerone in quel contesto così pieno di sorprese, e ci ha presentato Dundu, il gigante della luce, un pupazzo enorme che per muoversi ha bisogno di più persone. Il nome DUNDU letteralmente significa “tu e te”. Questo nome riflette le basi stesse di un ambizioso progetto artistico cruciale in un momento in cui l’umanità sembra sempre più separata. Mi hanno detto che in tutti i contesti e ambienti, Dundu funge da potente tela su cui il pubblico può proiettare la propria immaginazione, desideri e aspirazioni.

 Intorno al fuoco e accanto ad una sala dove alcuni ballerini danzavano allacciati al suono di una musica avvolgente, ho avuto nostalgia dell’arte di domani, dei suoni della città futura e delle passeggiate di Dundu nei teatri del mondo.

R.

foto di Ferdinando Iannone

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