Non dimentichiamo da dove siamo arrivati

Patricia, Maracaibo- Bergamo

Eravamo a Bergamo tra donne, per parlare di donne. Abbiamo cercato un tavolino al sole per selezionare le storie da raccontare al pomeriggio durante la nostra presentazione, la trentesima, del libro: “Donne con lo zaino”, che, appunto, parla di tutte noi. Patricia era seduta al tavolino accanto al nostro, in attesa anche lei di uno spuntino ed un raggio di sole. Ha cominciato lei a parlarci, e in un attimo, come succede sempre tra chi si riconosce simile nonostante le diversità, la conversazione è fluita solida e leggera allo stesso tempo. Ci siamo presentate, lei ci ha mostrato fiera i suoi figli e tanti  sorrisi e buonumore .

Patricia:

Vengo dal Venezuela, una patria martoriata da povertà e corruzione, dove prepotente è oggi per molti il desiderio di partire.  A un certo punto della mia vita anche io mi sono detta che dovevo rischiare  e, pur tra tante difficoltà, mi sono diretta verso Panama con i miei due figli. Lì abbiamo vissuto, anzi, siamo sopravvissuti, per qualche tempo: lavoravo solo per pagare il rinnovo dei frequenti permessi di soggiorno, finché è arrivato il sospirato passaporto dei miei figli (di  padre italiano). Dopo sei mesi di attesa il consolato italiano ci ha fornito tre biglietti per l’ Italia e ci siamo  trasferiti a Bergamo. In un primo momento abbiamo trovato una persona che ci poteva ospitare solo per 15 giorni, ci trovavamo in condizioni terribili, dormivamo per terra senza materassi, solo con coperte. Il clima era freddo ma sentivo il calore di un posto dove non temere tutti  i giorni per la vita dei mie figli. Quella infatti era stata la molla che mi aveva spinto a lasciare il mio Paese: erano sempre più frequenti negli ultimi tempi che vivevamo in Venezuela le voci di rapimenti di bambini per la vendita di organi. Fuggiti dall’orrore, dormivamo per terra ma eravamo finalmente tranquilli, ci sentivamo liberi. Ogni volta che uno dei miei figli si lamentava per qualcosa rispondevo sempre di ricordare da dove eravamo venuti; se si lagnavano quando un autobus non passava dicevo loro:- E allora? In Venezuela non c’é nemmeno il trasporto! Se un cibo non era gradito :- Ricordati che almeno qui hai da mangiare tutti i giorni!

Qui a Bergamo ho conosciuto Suor Priscilla che mi ha portato da don Patrizio, un prete che  ha un cuore ospitale:  se fosse un cartone animato si potrebbe vedere un cuore pieno dei piccoli letti di tutti i colori, dentro al suo cuore vengono aiutati e ospitati in molti. Lui lavora con una squadra meravigliosa di gente come la Serenella e Barbara, cuori di mamme carichi di una bontà incredibile. Sono stati loro a trovare un alloggio e un lavoro per me. I miei bimbi vanno a scuola, sereni, ed io amo questa città, Bergamo, che mi ha accolto… Dio é stato buono con noi, non possiamo dimenticare mai da dove siamo arrivati, perché cosi manteniamo un atteggiamento di ringraziamento…

 Patricia Carolina Brunoni Matos

  Dopo la chiacchierata in piazza con Patricia, l’abbiamo salutata invitandola presso l’ex carcere Sant’ Agata di Bergamo, dove dopo qualche ora ci sarebbe stata la nostra presentazione. Grande è stato il nostro piacere nel vederla poi tra il pubblico. La sua presenza è stata da stimolo per riflettere su quello che sta succedendo in molte parti del mondo, dove la ricerca di una vita migliore spinge tanti a partire.

In questi giorni la guerra che sta devastando l’Ucraina sta portando in Italia centinaia di famiglie in fuga dalle bombe. Il Venezuela, pur non essendo in guerra, sta per superare la Siria per il numero di rifugiati e profughi che esporta. Secondo i dati forniti da David Smolansky, capo dell’Ufficio dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS), che si occupa dei rifugiati venezuelani, si stima che il numero di chi lascerà il paese aumenterà di un milione entro la fine del 2022.

Il premio Pulitzer Andrés Oppenheimer, che ha raccolto i dati di Smolansky, ha analizzato le tre principali cause per cui il numero dei migranti venezuelani continua a crescere senza sosta.

La prima ragione è dovuta al fatto che la crisi umanitaria complessa che da anni affonda il Paese sudamericano non accenna a diminuire. Secondo l’ultima ricerca dell’Università Cattolica Andrés Bello, attualmente il tasso di povertà a Caracas è pari al 94,5% del totale della popolazione. Il salario minimo in Venezuela, infatti, è di meno di due euro al mese. Il 50% dei venezuelani in età lavorativa non ha un’occupazione né la cerca, addirittura in molti hanno lasciato il proprio lavoro perché costa di più pagare i pochi mezzi pubblici a disposizione che restare a casa.

Oggi, a causa delliperinflazione,  un dollaro vale 4,3 milioni di bolivar.  Il presidente Nicolás Maduro ha pensato di risolvere il problema eliminando sei zeri dal conio, introducendo il “bolivar digitale”. Ma, visto che lo stipendio che percepisce la gran parte dei lavoratori dipendenti è pari a 10 bolivar “digitali”, anche senza i sei zeri, ammonta sempre a 2 euro al mese.

Gli unici venezuelani che possono vivere dignitosamente nel Paese oggi sono quelli che ricevono dollari dall’estero.
La seconda ragione che spiega la fuga di massa dei venezuelani riguarda i difficili negoziati tra il regime e l’opposizione, fuga cresciuta proprio dopo ogni tentativo fallito di tenere libere elezioni.

Terza ragione per l’esodo riguarda il fatto che i paesi dell’America Latina man mano che vaccinano più persone contro il Covid-19 stanno allentando le restrizioni di viaggio, ciò  farà sì che molti approfitteranno di questa riapertura per emigrare.

La presenza di Patricia a Bergamo, lo sforzo di suor Priscilla e don Patrizio, di Serenella e di Barbara di pensare al mondo come ad una grande famiglia dovrebbe essere comune a tutti. Così come cugini e parenti lontani si accolgono alle nostre tavole, proviamo a pensare che Irina, Amina, Tatiana o Patricia siamo tutte noi.

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