Cronache mozambicane 5: ritorno a Maputo e Ponta do Ouro

Riprendo in mano le mie cronache mozambicane scritte qualche settimana fa per un ultimo articolo da pubblicare: rileggendo la bozza e riguardando le immagini, mi prende una nostalgia dei colori, dei paesaggi, dei volti e dei suoni di questo Paese che nei ricordi mi sembrono incredibilmente vividi:

Con rammarico lasciamo Barra beach e la calma della laguna; la mattina alle sei c’è una luminosità da giorno pieno e il canto degli uccelli risuona già da un’ora. Arriviamo a Maputo nel primo pomeriggio del giorno di Capodanno e troviamo una città vuota e assolata. Anche l’indomani, domenica, c’è davvero pochissima gente in giro ma il tempo cambia e dopo una buona ora di tuoni, fulmini e vento da piegare le palme in due, si scatena una di quelle piogge tropicali da sentisi molto fortunati ad avere un buon tetto sopra la testa. Finita la pioggia e uscito il sole, tutto sembrerebbe brillare come prima se non ci fossero alcune strade della città completamente allagate. I cicloni da queste parti sono una calamità per molta parte della popolazione mozambicana ma questo per fortuna non è tanto potente da distruggere.

Faccio un giro per la città che mi diventa sempre più familiare. Sorrido quando mio figlio Dario mi dà indicazioni per raggiungere il laboratorio di analisi per il test che devo fare prima di partire: risali la rua Engels poi prosegui per l’Avenida dos Màrtires de Machava finché non incontri la Avenida Mao Tse Tung, prosegui e continui fino all’avenida Kim II Sung infine giri a Kenneth Kaunda; puoi tornare passando per l’avenida Vladimir Lenin e poi l’avenida Salvador Allende. Presidenti, ribelli, eroi e dittatori formano la maggior parte della toponomastica urbana: come in un libro di storia, giro incuriosita per le vie dei quartieri limitrofi osservando i nomi delle strade fino a spingermi verso il lungomare passando per il mercato dell’artigianato dove compro alcune stoffe. Penso ai vari personaggi evocati dal nome dei viali ed alle sfaccettature complesse della Storia in Africa, terra di colonizzazione, decolonizzazione, guerre di liberazione e genocidi in un continuum di crisi economiche e politiche, di guerriglieri che diventano dittatori, di democrazie finte o instabili, di poteri politici i cui fili sono tenuti a volte molto lontano, in altri continenti.

Alcuni pescatori stanno fissando le reti nel mare; li osservo camminare nell’acqua scura e inquinata della città mentre rifletto sulla condizione del Paese che viene classificato tra i più poveri del mondo: ai margini del centro cittadino ci sono quartieri senza i minimi servizi né risorse così come nelle provincie più a nord. Quanto vale la vita della gente nel Nord del Paese dove si dice che l’esercito abbia protetto più la centrale di gas Total che gli abitanti di Pemba sotto attacco degli estremisti islamici? Dove le stesse truppe governative sono state assediate dai ribelli e in seguito affiancate da mercenari per gestire una crisi civile drammatica che è costata la vita a migliaia di persone e sta producendo quasi un milione di sfollati? Dove la povertà e la sfiducia nella giustizia sociale e politica favorisce il recrutamento (soprattutto di giovani) tra le file dei ribelli di isis? La spesa militare diventa il contraltare alla sicurezza in un gioco perverso in cui i civili subiscono spesso le violenze di mercenari o ribelli e le conseguenze di un impoverimento sempre più grave.

Il contrasto tra questi drammi e la bellezza del Paese è enorme: guardo su Internet le immagini delle spiagge tropicali, delle barriere coralline e dei villaggi nella provincia di Cabo Delgado dove non ci si può più recare: il Paese è praticamente diviso con la parte settentrionale terreno di scontro. La regione è ricca di gas ed altre risorse è un punto strategico non ultimo per il turismo: una posta in gioco che ha reso il territorio altamente pericoloso per i suoi stessi abitanti.

In questi giorni ho avuto solamente un piccolo assaggio di questo grande e magnifico Paese, giusto il tempo di avere un primo contatto e far crescere in me la voglia di conoscerlo meglio e viaggiare tra le pianure, i parchi, i villaggi, le isole e i quasi 3000 km di costa. Per questa volta però a mettersi in mezzo c’è anche il Covid (che è l’ultimo dei problemi qui, come afferma sarcasticamente mio figlio…). Questo che dovrebbe essere l’epilogo di una bella cronaca di viaggio in realtà ha uno strascico non auspicato: il risultato del test ci impedisce di muoverci. Io e mio figlio Diego siamo Covid positivi (per fortuna con pochissimi sintomi e in buona salute) quindi finiamo di osservare Maputo dalla finestra dell’appartamento dove ci siamo confinati pensando a riprogrammare i nostri voli appena possibile…

…Dopo qualche giorno siamo finalmente in possesso di un tampone molecolare negativo e riprenotiamo il volo per il venerdì successivo. Aspettando il giorno della partenza approfittiamo per un’ultima visita: ad un’ora e mezza di auto verso il confine sudafricano c’è il villaggio di Ponta do Ouro e la sua magnifica spiaggia. Ci inebriamo di altri sapori, odori e suoni tra cui la musica dolce di un bravo chitarrista che mescola ogni sera nel bar di Kaya Kwero canzoni della tradizione portoghese e brasiliana a ritmi più africani:

Torniamo infine a Maputo dove salutiamo Dario ed i suoi amici ed amiche, giovani da diversi Paesi che lavorano per progetti umanitari e incrociano i loro destini in questa terra per qualche tempo.

Prendiamo il volo per Addis Abeba per arrivare la sera; passiamo i controlli e ci separiamo per prendere ciascuno il proprio aereo: Diego per Parigi ed io per Roma. Sono ancora frastornata quando arrivo all’alba a Fiumicino e ho negli occhi le immagini prese per le strade di Maputo e dei posti visitati e già mi struggo di nostalgia. Per fortuna Roma mi accoglie con una di quelle splendide giornate di sole di gennaio, accenno di una precoce primavera. Dal terrazzo di casa lo sguardo va verso gli alberi del cortile: le palme e le mimose importate dall’Africa come migranti vegetali e crescono tra i pini mediterranei e penso che viviamo tutti sotto lo stesso cielo e a quando potrò tornare in Mozambico…

P.

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