Nepal e ginecologia

Le presentazioni del libro Donne con lo zaino. Storie di donne sempre in cammino (Elliot, 2021), l’abbiamo già detto, sono momenti magici anche per le opportunità di incontro e di potenziamento di quella rete di donne che tessiamo fin dalla nascita di questo blog (e anche prima!). Grazie a Carla, la nostra amica libroterapista (“Un libro ci salva la vita“, pag.75) ho potuto conoscere a Bookcity, a Milano, Letizia Parolari, la cui storia mi ha davvero colpito. Con un sorriso contagioso e lo sguardo brillante, Letizia racconta come è diventata una ginecologa famosa, tra le fondatrici del primo centro antiviolenza sulle donne. Può sembrare incredibile ma tutto è nato da un viaggio…

Come regalo di Laurea  in Medicina, avevo chiesto ed ottenuto ai miei genitori i soldi per fare un viaggio; ero un’amante della montagna (come tutta la mia famiglia di origini bergamasche) e membro del CAI. Sulla scia della magica atmosfera pasoliniana del film  “ Il fiore delle mille e una notte”, progetto un viaggio in Nepal. Per un mese ho camminato con un gruppo di amici in una valle ai tempi quasi inesplorata al confine della Cina nella zona dell’Annapurna superando il Thorung La, un passo di 5416 metri.

 Al ritorno a Katmandu, l’organizzatore del trekking mi chiede di restare per accompagnare in qualità di medico un gruppo che doveva raggiungere il campo  base dell’Everest sostituendo quello titolare che non si era presentato. Ogni gruppo doveva avere un medico al seguito perché nel 1979 in Nepal non c’era nessuna possibilità di assistenza sul luogo e in casi di problemi si poteva contare solo sull’elicottero privato del Re. Ci ho pensato tutta la notte ma alla fine ho rinunciato anche se la proposta mi tentava molto. Non volevo perdere la possibilità di tornare in tempo in Italia per sostenere l’esame di abilitazione in una data fissata dalla sorte (i nomi venivano estratti)! Racconto questo episodio che associo al film “Sliding doors” perché, come la protagonista della pellicola, mi sento di aver varcato, in quel preciso momento della mia vita, una porta/passaggio che mi ha fatto scegliere un percorso di vita piuttosto che un altro completamente diverso. Se fossi restata in Nepal forse sarei diventata medico sportivo e avrei passato la vita tra le montagne mentre invece ho deciso, in qualche ora, di tornare a Milano dove mi sono specializzata in ginecologia. E non me ne sono mai pentita.

Erano gli anni in cui le tematiche legate alla condizione femminile si declinavano in diversi campi e Letizia racconta un altro episodio che, nella sua carriera di medico e di donna impegnata nella militanza femminista, l’ha spinta a tracciare un percorso ancora più incisivo:

Nel 1996 è successo un fatto drammatico che ci ha mostrato quanto Milano (come in altri luoghi in Italia d’altra parte) fosse sguarnita dal punto di vista del soccorso femminile. A Ferragosto, in pieno centro e in pieno giorno, nei giardini di Porta Venezia, una donna stuprata vagò a lungo senza che nessuno l’aiutasse. Questo fatto colpì molto l’opinione pubblica e l’assessore lanciò un appello ai sanitari perché si costituisse un Pronto Soccorso ad hoc per questo tipo di problema . L’appello fu raccolto dall’attuale responsabile del centro che contattò, presso la Clinica Mangiagalli dove lavorava, diversi ginecologi e nessuno fu disponibile. Allora con il passaparola si costituì un gruppo di colleghe, tutte donne, sensibili a queste  tematiche, e si formò un’équipe specializzata che aprì il “Soccorso Violenza Sessuale” di fianco al Pronto Soccorso della Clinica stessa. Dopo aver contribuito a scrivere il progetto, ho lavorato per anni in questo centro che è stata l’anteprima nazionale nel campo. Fino ad allora le donne violentate venivano visitate nei pronti soccorsi generali, ma non c’erano competenze specifiche dei sanitari nell’ascolto, ma nemmeno nella refertazione e questo creava grossi problemi anche negli eventuali processi. Il nostro lavoro, compreso quello di formazione svolto negli anni, ha cambiato nettamente l’approccio medico sanitario rispetto alle violenze subite dalle donne. Io sono andata in tutta la Lombardia a parlare con gli operatori sanitari e abbiamo lavorato per cambiare le procedure e gli atteggiamenti di fronte alle vittime di violenza e maltrattamento. Molte cose sono cambiate nell’ascolto di queste donne che sempre più hanno il coraggio di denunciare. Attualmente si possono fornire prove; dal DNA ricavato da capelli o vestiti si possono cercare le tracce del violentatore. Il soccorso è pensato come una rete formata da ginecologhe e medici legali ma anche psicologi e assistenti sociali per seguire le vittime nel percorso perché in molti casi si parla di violenze domestiche ripetute.

Un episodio ha marcato la sensibilità di Letizia quando, giovane studentessa in tirocinio in un Pronto Soccorso, vide arrivare una signora della Milano bene in pelliccia per farsi medicare le ferite procurate dai pugni del marito, un avvocato famoso. …la reazione di medici e infermieri fu il sarcasmo: sorridevano sotto i baffi, non erano in grado di vedere e affrontare il problema in una prospettiva più ampia e sostenere questa donna vittima di violenze domestiche. Perché la violenza contro le donne, si sa, attraversa tutte le classi sociali. Spesso l’aggressore non è una persona con disturbi psichiatrici ma può essere il bravo vicino di casa, come si sente affermare nei telegiornali da testimoni stupiti dell’ennesimo femminicidio.

Chiedo a Letizia come ha affrontato i drammi di tante donne curate e mi confessa che si rischia il burn out di fronte a tanta violenza.

Ho sviluppato una sorta di grande istinto materno nel prendermi cura di altre donne; io vivo la sorellanza come un valore che fa parte della mia vita. Negli anni ho visto crescere il fenomeno del femminicidio e bisogna ricordare che il termine, coniato dall’antropologa messicana Marcela Lagarde, è così spiegato: uccidere la donna per uccidere un simbolo di indipendenza.

Letizia ha lavorato per anni anche con le donne immigrate e di storie ne ha sentite davvero tante:

Ho fondato con altre donne la cooperativa multietnica CRINALI; volevamo trovare una vicinanza con le donne immigrate che non sia basata sulla tipica relazione datore di lavoro/colf; peraltro molte donne arrivate nel nostro Paese che svolgono lavori umili hanno una formazione universitaria e un certo bagaglio culturale. Abbiamo realizzato anche corsi di formazione per preparare mediatrici culturali che hanno lavorato nel settore materno infantile. Molte di loro sono diventate mie amiche: Celmira, colombiana con un progetto di rientro, mi invita ad andarla a trovare e la cinese Rong vorrebbe farmi da guida nel suo Paese con percorsi fuori dai soliti giri turistici. Con altre donne di Crinali sono stata anche in Albania per un progetto di cooperazione documentato in un video. Insomma questo lavoro mi ha permesso di conoscere altre culture e in questo settore vorrei  continuare  a fare volontariato alla fine della mia carriera professionale.

 Continuamo a parlare di violenza sulle donne e del premio Nobel Denis Mukwege di cui, proprio nei giorni scorsi, avevo ascoltato un’intervista. Il ginecologo chirurgo congolese chiamato “il riparatore di donne” ha sostenuto che gli stupri di guerra perpetrati sistematicamente hanno lo scopo non solo di soddisfare il desiderio dei soldati ma, accanendosi barbaramente e distruggendo gli organi genitali di tante vittime, esprimono la volontà di ferire in modo irreparabile la donna come simbolo della vita. Nell’ospedale che ha fondato ha curato più di cinquantamila donne impegnandosi attivamente contro la violenza sulle donne. I suoi racconti sono impressionanti, concordiamo con Letizia.

Per ricaricarsi, nelle pause dal lavoro, Letizia scarica il suo zaino pieno di storie drammatiche e lo carica del necessario per intraprendere sentieri dove camminare: partita per una settimana di marcia sulla via Francigena mi promette che al ritorno, ci racconterà anche di questa avventura.

P.

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