Cronache mozambicane 1: partenza e arrivo

In questi giorni di nuove restrizioni e virulenti varianti che circolano, l’approssimarsi del mio viaggio mi è sembrato più una lotteria che il classico periodo in cui i preparativi rallegrano almeno quanto la vera e propria partenza. Prima la chiusura delle frontiere nei Paesi subsahariani per l’individuazione della variante omicron in Sudafrica, poi l’annullamento di molti voli (ma non il mio!) ed il dubbio sull’ottenimento del visto, infine l’attesa del risultato del test richiesto (pur se plurivaccinata non si sa mai-mi dico-), tutto ciò ha fatto sì che preparassi la valigia il pomeriggio stesso della mia partenza, la sera della vigilia di Natale. Ho cominciato a credere di poter partire veramente solo quando, con un po’ di ritardo, si è aperto infine l’imbarco dei passeggeri diretti ad Addis Abeba. Ascoltando le notizie, un paio di giorni prima, ho saputo della negoziazione, in vista di una tregua, tra il governo etiope e i ribelli e questo mi ha anche rassicurato sul passaggio nella capitale per il volo di corrispondenza verso la mia destinazione. Difficoltà che non mi hanno fatto desistere dal desiderio di riabbracciare i miei cari: un figlio incontrato al gate nell’areoporto di Addis proveniente dalla Francia e l’altro, residente a Maputo. Incontri magici e improbabili, resi più complicati dalla situazione certo, ma più intensi anche perché hanno il sapore della magia buona che qualche volta si avvera.

Sull’aereo rileggo il libro Parfums di Philippe Claudel che ritraccia momenti, ricordi, avvenimenti della vita dell’autore sulla scia di odori abbinati alle varie situazioni, dall’infanzia al capitolo Voyages, in un’eccellente operazione proustiana in contaminazione con i versi di Baudelaire. Sottolineo questo estratto: …voyager c’est se perdre, se défaire du connu pour renaître. sans repères et laisser ses sens apprivoiser la terre. Sentir alors, comme jamais, l’haleine des pays nouveaux. (Viaggiare è perdersi, disfarsi del conosciuto per rinascere senza punti di riferimento e lasciare che i propri sensi addomestichino la terra. Sentire così, come non mai, il respiro di Paesi nuovi).

Parole che mi risuonano quando, appena uscita dall’areoporto, vengo abbagliata dall’ora più luminosa e calda della giornata. Respiro la luce ed il paesaggio mentre comincio a spogliarmi dei vari strati: giacca, maglione, calze vengono frettolosamente infilate nello zaino per far respirare la pelle nell’afa estiva di una Maputo umida ed assolata. L’aeroporto è a circa quindici minuti di auto dal quartiere dove vive mio figlio quindi posiamo in fretta i bagagli, facciamo una rapida doccia e cerchiamo subito ristoro nel club marino sul lungomare cittadino dove possiamo nuotare in piscina e rinfrescarci. Torniamo sotto un sole rosso e calante per poi uscire a conoscere un nuovo quartiere e nuovi amici finché ci rendiamo conto della stanchezza accumulata nelle tante ore di volo.

Sto per crollare in un sonno profondo ma pieno delle prime impressioni di questa città.

Non è la mia prima volta in Africa ma già dal primo viaggio in Kenia e Tanzania ho capito quanto le esperienze che si hanno in questo vasto e complesso continente siano sempre comunque parziali come i pezzetti di un puzzle difficile da comporre, da capire. Per questo scrivo piuttosto una cronaca di viaggio evitando giudizi di ogni sorta che suonerebbero inevitabilmente affrettati e parziali. E se è un dato che il Mozambico sia uno dei Paesi africani con maggiore corruzione, non traggo conclusioni generali dal primo impatto avuto all’arrivo nel passaggio alla dogana quando, aprendomi la valigia e trovando un pacchetto con affettati e formaggi italiani, un “intermediario” e l’impiegata addetta mi chiedono 20 euro per “chiudere un occhio”. Non sapendo che prosciutto e parmigiano fossero merci da sequestrare, negozio per scendere a 5 euro la gorjeta (la ‘mancia’ in portoghese) e mi tengo il gastronomico regalo di Natale…Non ho potuto però non pensare quanto un piccolo gesto di malcostume rifletta la povertà e la cattiva amministrazione di cui il Paese paga le conseguenze. Mi riferisco in particolare al gigantesco processo cosiddetto del “Debito nascosto” che vede coinvolti 19 quadri governativi tra cui il figlio dell’ex presidente Armando Guebuza, responsabili di aver indebitato il Paese per più di 2 miliardi di dollari incassando tangenti milionarie e producendo una crisi che ha portato al collasso il Mozambico ed al taglio di molti aiuti.

Con questi pensieri chiudo gli occhi già impregnati di nuove immagini e mi figuro la bellezza del Paese di cui avrò una splendida anteprima durante la giornata programmata per l’indomani alla Reserva especial de Maputo.

à suivre…

P.

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