Pedalare sulle vette più alte del mondo

Mentre pedala verso casa dallo studio medico dove fa la fisioterapista osteopata a Monza, Renata mi racconta la sua ultima grande impresa realizzata in epoca prepandemica: l’Himalaya in bicicletta. Ex-alpinista, amante dello sport e dell’avventura, da anni Renata ha convertito l’arrampicata e lo sci alpinismo con la bicicletta, senza rinunciare pero’ alle vette ed ai paesaggi montani. Viaggia spesso in solitaria con la sua bici che si chiama Zingara e le borse con l’occorrente per piantare la tenda sotto un albero o vicino a un bosco. I viaggi ‘al femminile’ le sono sembrati il mezzo per raddrizzare lo squilibrio fra le imprese che sono sempre riconosciute ed attribuite agli uomini anche se, in un gruppo o in una coppia, sono le donne ad organizzarle ed intraprenderle. D’altra parte per certi tipi di viaggi ci vogliono permessi che è difficile ottenere viaggiando da soli. Quando ha deciso di intraprendere in solitaria l’Himalaya indiano su percorsi normalmente non frequentati da europei o ciclisti (e comunque quasi esclusivamente da uomini), i figli le hanno chiesto di trovare almeno una compagna di viaggio. È così che Renata e Raffaella si sono conosciute: un annuncio su facebook, una risposta positiva all’ultima chiamata, un sabato pomeriggio a casa di Renata per conoscersi e la decisione di partire insieme. Raffaella abbraccia il progetto di viaggio di Renata organizzato tra gennaio ad agosto 2019, quando sono partite da Malpensa per Nuova Delhi. Da Delhi hanno raggiunto poi in taxi Shimla, una ex-stazione estiva inglese (ora tipico villaggio indiano) a 2000 metri di altitudine. Per circa 24 giorni hanno percorso 1200 chilometri e raggiunto i 5400 metri di altitudine.

Cinquanta chilometri in media al giorno non è molto per chi pratica la bicicletta– mi dice Renata – ma sulle strade sterrate e su quei sentieri è una buona media. Dal punto di partenza siamo salite progressivamente per poi scendere, risalire e restare oltre i 4000 m di altitudine attraversando regioni quali il Kinnaur e lo Spiti. Il viaggio era composto da tre parti: I primi due/tre giorni abbiamo dormito in piccoli alberghi poi in homestay a volte senza acqua corrente o senza luce; per tutta la parte centrale del viaggio ci fermavamo a pernottare nelle tende dei pastori nomadi (soprattutto di capre kaschmir); quando poi abbiamo raggiunto la parte più sperduta del percorso ci siamo rese conto che laggiù non avevano visto mai donne in bici e della nostra età. Nella terza zona abbiamo raggiunto il lago Moriri deviando dalla strada Manali Leh (Leh, capitale del Ladack).

Renata si appassiona quando racconta della grandiosità dei panorami, degli spazi immensi, dei colori della rocce e dell’acqua: una bellezza che difficilmente si può spiegare con le parole. Infatti racconta il suo viaggio con le immagini contenute nei suoi quattro video: tre che corrispondono alle tre parti del viaggio e il quarto che mostra la giornata trascorsa a Delhi vecchia, con i suoi mercati, la gente, gli odori e i colori.

Ha molte storie da raccontare Renata: un aneddoto davvero particolare è quello che la vede chiedere un passaggio ad un lunghissimo convoglio militare al confine con il Pakistan: Era l’ultimo giorno di viaggio, gli ultimi quaranta chilometri, dai 5300 m del Kardung La ai 3500 di Leh. Era buio e non c’erano protezioni sulla strada dunque decido di chiedere un passaggio ai militari; mi trovavo in quello che è considerato dall’ISPI l’angolo più caldo del pianeta, zona di confine tra Cina, Pakistan, India, soprattutto quell’estate in cui erano erano caduti due aerei indiani. Comincio a parlare con l’autista di uno dei camion che mi invita a fermarmi in un rifugio in zona. Io spiego che devo prendere il volo la mattina dopo. Rapido consulto via radio con i comandanti che autorizzano il mio trasporto con bici, e così salgo davanti in cabina in mezzo ai militari con i fucili, come in un film. Dopo qualche chilometro si fermano e mi fanno salire sulla jeep dei comandanti. Un comandante giovane che assomigliava al CHE (ed aveva la stessa età di mio figlio) mi chiede anche il permesso di fumare mostrandomi un gran rispetto non solo per l’età ma anche perché aveva capito che ero italiana. Mi racconta infatti che sua sorella aveva studiato Biologia a Roma e ora faceva la ricercatrice a Chicago ma lui ricorda sempre quando gli portava il pesto dall’Italia. Insomma grazie al giovane comandante amante del pesto sono riuscita a scendere a Leh in sicurezza e in tempo per il mio volo!

Un altro aneddoto che mi racconta è quando, mentre stavano pedalando verso un colle, avvistano un villaggio e si fermano a chiedere indicazioni su un accampamento che sapevano si trovasse a dieci chilometri. Un uomo risponde che in quell’accampamento a 4970 m c’era proprio sua moglie che avrebbe potuto ospitarle. Renata allora pensa di scattare una foto dell’uomo e di farsi scrivere una nota. Aiutandosi con il traduttore dall’inglese all’indi e poi al ladaki partono con il ‘pizzino’ e la foto fino all’accampamento per scoprire poi che la donna era partita a sua volta sui monti con il bestiame! Per fortuna un’altra famiglia le ha poi ospitate perché la notte la temperatura scende sotto zero.

Bisognava poi cercare di risparmiare la batteria dei telefoni e caricarli quando si incontravano i villaggi con i generatori a pannelli solari che si accendono solo la sera. Per la sicurezza avevamo comunque un dispositivo con un sistema bidirezionale in grado di inviare la nostra posizione ogni ora con un ‘ping’, di inviare e ricevere brevi e semplici messaggi e di poter inviare inoltre una richiesta di aiuto via satellite. Questo faceva stare più serena la mia mamma ottantenne che riceveva i ‘ping’ che emettevo seguendo cosi’ il mio percorso da casa. Avevo fatto un programma di massima ma con la flessibilità di fare più chilometri se possibile oppure tagliare in caso di necessità: bisogna sempre avere una via di fuga.

La pandemia non ha fermato Renata che ha solo ridotto le distanze senza mai lasciare la sua Zingara: l’estate del 2020, in solitaria, ha infatti percorso l’interno della Sardegna e della Corsica: A maggio 2021 poi ho fatto un giro spettacolare in Abruzzo; in futuro progetto ancora di percorrere l’Himalaya da quando ho saputo che hanno aperto nuove strade; inoltre vorrei anche pensare ad una pedalata in Patagonia

La passione della bicicletta le viene da molto lontano: di padre sardo, con i nonni di vicino Como e di Novi Ligure, Renata è nata a Torino ma vive a Monza. In famiglia si racconta del viaggio dei nonni materni nel ‘41 quando affidarono la mamma alla zia in campagna (mentre erano sfollati per la guerra) e inforcarono le bici per conoscere la Toscana e l’Umbria pedalando. Nello spazio di tre generazioni gli orizzonti si sono allargati, le biciclette sono più performanti ma la curiosità e la passione di chi parte pedalando sono senz’altro le stesse.

P.

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