Raccontare la città con la polaroid: intervista alla fotografa Simona Filippini

Abbiamo incontrato la fotografa Simona Filippini, che tra pochi giorni sarà presente, con due progetti, al festival Alla fine della città. La rassegna, un progetto di Ti con Zero, si svolgerà nel quattordicesimo municipio dal 5 al 21 novembre e, attraverso laboratori artistici, eventi teatrali e sportivi racconterà il territorio e nuovi modi, sostenibili, di vivere gli spazi urbani.

Ansel Adams sosteneva che “in ogni foto ci sono sempre due persone: il fotografo e l’osservatore”. Quale sia il momento in cui l’osservatore silenzioso e vigile lasci il posto al tecnico e ai suoi obiettivi non è sempre chiaro, ed è forse questo il mistero e il fascino della fotografia.

Simona Filippini, fotografa romana nonché direttrice e curatrice di numerosi progetti partecipativi, è un perfetto esempio di questa osservazione mobile del paesaggio. Roma Love è forse il suo progetto più grande, proprio nel senso temporale del termine: una raccolta fotografica di istantanee di Roma dal 1993 ad oggi.

Diplomata all’Istituto Superiore di Fotografia di Roma, dal 1989 al 1992 ha lavorato a Parigi come assistente del fotografo Paolo Roversi e come fotografa freelance. I suoi ritratti si ritrovano in reportage e testi su molteplici riviste da Sette del Corriere della Sera a Maisons et Jardins, Historia, Le Nouvel Observateur, il Venerdì di Repubblica, L’Unità. Nel 2008 fonda l’Associazione Culturale Camera21, fotografia contemporanea, un consorzio di fotografi, docenti e appassionati che operano per l’ideazione e la produzione di progetti fotografici e mostre.

Ecco l’intervista:

Quest’anno sarai presente alla rassegna Alla fine della città, il festival sulle viandanze e sulle immagini delle periferie, con due progetti: da un lato con il lavoro Radioattivi e dall’altro con l’incontro “Il quartiere ieri e oggi”. Di cosa si tratta esattamente?

Sono molto onorata di essere stata invitata a questa edizione del Festival. Sono presente con due iniziative: Radioattivi, la realizzazione di un certo numero di nuove fotografie, tutte dedicate all’area del quattordicesimo municipio, che sono entrate nel mio progetto Rome Love, tutte realizzate in polaroid. L’altro è un incontro sulla fotografia e sulla educazione all’immagine, presso la scuola elementare Pablo Neruda in via Casal del Marmo. Si tratta di un incontro a cui tengo molto, perché gran parte del mio lavoro consiste proprio nell’insegnamento della fotografia e nella realizzazione di laboratori e percorsi didattici di sensibilizzazione all’educazione visuale in tutte le scuole di ordine e grado. Con i bambini della quinta C e quinta A vedremo, attraverso alcune fotografie, come si è trasformata Roma e in particolare la zona in cui sorge la loro scuola. Questo ci aiuterà a fare dei ragionamenti sulla fotografia e sulla rivoluzione riguardo la percezione del mondo che noi esseri umani abbiamo acquisito attraverso la fotografia. Il dato interessante è che le giovanissime generazioni nascono già con queste estensioni tecnologiche, per cui imparano prima a fotografare quasi che a parlare. Gran parte della loro vita la sperimentano attraverso uno schermo portatile, per cui ciò su cui proveremo a ragionare è su come avere un atteggiamento critico rispetto alla fruizione delle fotografie e sulla necessità di creare una distanza critica e un’osservazione consapevole rispetto alle immagini che vedono. Questo è il lavoro che faccio come formatrice nelle scuole dal 2007 con la mia associazione Camera 21, che proprio di recente ha vinto il bando Strategia Fotografia 2020 proprio con un progetto di educazione all’immagine dedicato a tre licei. Questo mi rende molto felice e dà senso al nostro lavoro.

Con la stessa mutevolezza che interessa il tessuto epidermico di un qualsiasi essere vivente, la città è soggetta a incredibili cambi di scenario e il tuo Roma love, è proprio un focus su questo tema. Le foto che hai raccolto, a partire dal 1993 ad oggi, sono una testimonianza vivida di come il paesaggio e la sua umanità circostante siano mutati profondamente. Come si è trasformata la città che hai iniziato a fotografare anni fa?

Dal ’93 a oggi sono trascorsi tantissimi anni, ventotto. Nel 1993 mi ero posta l’obiettivo di guardare questa città come si guarda una città straniera, dal momento che venivo da un soggiorno di quattro anni in Francia e quindi avevo recuperato uno sguardo curioso rispetto alla mia città natia. Questo era il mio primo obiettivo. Il secondo obiettivo è stato quello di osservare la trasformazione che era in atto, grazie ai nuovi cittadini, che con la loro cultura hanno contaminato la città, modificandola profondamente dal suo interno. Il progetto prende il nome da un albergo che si trova a Piazza dell’Esquilino, e il cui nome evoca sicuramente un immaginario smaccatamente italiano. Questo albergo, in realtà, è gestito da una famiglia di cinesi, ed è per questo che al mio lavoro ho dato questo: mi piaceva porre l’accento su questo spaesamento che viviamo quotidianamente a Roma. Molte delle foto le ho realizzate introno agli anni 2000, anni di grande fermento culturale, in quegli anni la città viveva un momento di grande fulgore. Oggi è una città molto provata dalla crisi economica, una città in difficoltà, sicuramente anche a causa della pandemia. Vedere gli esercizi commerciali chiusi è un’altra grande trasformazione dell’aspetto esteriore della nostra città. Nonostante tutto, Roma rimane una città meravigliosa, una sorprendete aerea archeologica a cielo aperto infinitamente estesa. Credo che il tema su cui tutti dovremmo focalizzarci sia questo: non occorre dover rendere più attraente la città, ma piuttosto rendere fruibile ciò che già abbiamo a tutti i cittadini e le cittadine che vogliono visitarli. Servono tutela e cura del territorio.

Una cosa che mi ha molto colpita, leggendo l’origine del tuo progetto Roma Love, erano i tempi che dedicavi agli scatti: molte fotografie le hai realizzate nelle ore crepuscolari o in precisi momenti dell’anno in cui la città assumeva forme e volumi diversi. Com’è vivere i tempi della fotografia?

Le passeggiate per Roma per me sono i momenti più belli. All’inizio, nel 93, avevo le idee ancora molto vaghe, poi queste idee si sono focalizzate moltissimo, intorno al 97, poi sono nati i miei figli. Prediligevo le ore serali perché, molto banalmente, aspettavo mio marito a cui affidare i miei figli. La fotografia per me è stata un esercizio che ho portato avanti in solitudine, nel silenzio, in una concentrazione totale e nella volontà di perdermi nella città, con uno spirito che non è quello del turista, il quale ha sempre una meta in fondo. Questo lavoro ha preso forma nel 2003, dove è stato esposto al Festival Internazionale di Fotografia, ai mercati di Traiano in una piccola selezione curata da Marco Delogu, poi, sempre nel 2003, un’altra selezione alla Casa Italiana Zerilli/Marimò di New York, grazie all’organizzazione della galleria ACTA International di Roma. È stato allora che ho focalizzato il mio tema. Nel 2014 ho realizzato un libro, e qui è stato fondamentale l’apporto di Chiara Capodici e Fiorenza Pinna, che hanno curato l’architettura del libro, Rome Love, mentre gli altri due grandi momenti creativi sono stati nel 2019 in occasione della mostra Taccuini Romani al Museo Romano in Trastevere, curata dalla direttrice Silvana Bonfili, in cui il mio lavoro è stato specchiato al lavoro di Diego Angeli, un grandissimo storico dell’arte che ha realizzato dei piccoli dipinti su Roma, in una modalità che richiama molto il concetto di istantanea. Poi è arrivato l’invito di Ti con Zero a dedicarmi all’area del quattordicesimo municipio, un’area interessante perché estesissima e dotata di tante linee di confine, con aree verdi immense che ogni volta ti fanno credere che la città sia finita e invece la città ricomincia. I tempi della fotografia sono tempi lenti, tempi in cui bisogna accettare che si può anche tornare a casa senza alcun risultato. Per me i tempi della fotografia sono quelli estivi, in cui la città è più silenziosa, più attraversabile.

Il tuo sguardo sulla città è un’istantanea, la Polaroid.

Dovendo tracciare una mappa sentimentale, quali sono i luoghi che ami ritrarre e perché?

Ogni luogo che attraverso e ritraggo mi incuriosisce. Sono cresciuta in una zona periferica dell’Eur, ho frequentato il liceo a Spinaceto, per cui ho sentito da ragazzina fortissima questa attrazione per il centro storico, che ho scoperto molto tardi. I quartieri satelliti residenziali sono dei luoghi dove si cresce bene, ma non ti danno ’idea completa della bellezza della città di Roma. Resto legata a tutte le zone in cui ho vissuto: adesso, ad esempio, mi sono spostata a vivere fuori Roma in un bellissimo borgo, Castelnuovo di Porto, ma ho lo studio a Piazzale delle province, una zona che sto scoprendo della quale sto imparando a conoscere le abitudini, la tipologia umana. L’umanità mi interessa tantissimo.

Nel 2008 hai fondato Camera21, un’associazione di fotografi, docenti e appassionati che operano per l’ideazione e la produzione di progetti fotografici. Com’è nata questa idea?

Nel 2004 sono stata invitata a realizzare un lavoro fotografico nel quartiere di Forcella, a Napoli, insieme ad un’altra collega, Elisabetta Valentini. Questo progetto mi ha fatto conoscere e amare Napoli. Le nostre foto sono state esposte poi nei vicoli di Sanità e Forcella, creando un legame fortissimo con gli abitanti. Ho così deciso di realizzare un percorso didattico per bambini in una scuola elementare. È lì che ho capito quanto fosse importante il dialogo con le generazioni più giovani e con camera 21, oltre a realizzare una serie di progetti legati ai cambiamenti sociali, progetti sul corpo femminile, mostre di autori, abbiamo deciso di realizzare progetti di educazione all’immagine nelle scuole. Tra i nostri lavori, “Italiani per costituzione”, un video che raccoglie una serie di interviste sulla Costituzione italiana fatte a ragazzi di seconda generazione, poi “Di Lei”, un progetto fotografico nel quale ho portato avanti un workshop fotografico per donne immigrate in Italia che lavorano come domestiche nelle famiglie italiane, in cui ho chiesto loro, in accordo con le famiglie presso le quali lavoravano, di fotografare il quotidiano all’interno di queste case, così proprio da effettuare un ribaltamento del punto di vista. Questo è stato un progetto molto esposto sia in Italia e all’estero, un lavoro tutto al femminile.

Uno dei temi che oggi occupa un ruolo centrale nel dibattito pubblico è sicuramente il concetto di empowerment femminile, che ha visto soprattutto una prorompente liberazione, da parte delle donne, da cliché e parametri fisici e culturali che le avevano lungamente oppresse. A questo proposito mi viene in mente il progetto Femminile plurale, curato da te insieme ad Eva Tomei, Sveva Bellucci per i testi di Igiaba Scego e Francesca Orsi, un lavoro in cui avete ritratto 75 donne di tutte le età, ognuna delle quali ha scelto quale parte del corpo mostrare. Com’è stata questa esperienza e, credi davvero che oggi le donne abbiano più consapevolezza del proprio potere, al di là del femminismo pop e dei claim pubblicitari?

Partendo da una riflessione su “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, ho pensato di allestire alla Casa delle donne un set fotografico e invitare, attraverso internet, chi voleva farsi fotografare nuda la parte del proprio corpo che amava di più. Ne è venuto fuori un ritratto corale di 75 fotografie, bellissimo e liberatorio. Se ci pensiamo bene, l’immagine reale della donna non viene mai veicolata e questo fa sì che tutte noi tendiamo a non amarci liberamente per quelle che siamo. Quello che volevamo fare con questa performance era valorizzare il corpo ordinario, spostare l’ago della bilancia sulla realtà.

Nel film L’Argent de poche di Francois Truffaut, c’è una scena molto evocativa, in cui il protagonista, da poco diventato padre, vedendo il figlio per la prima volta in assoluto, prende la macchina fotografica per scattare una foto, ma proprio mentre sta per farlo, come abbagliato dalla meraviglia del momento, decide di posarla e di vivere quella cosa senza rappresentarla. Ti è mai successo di decidere di non scattare una fotografia?

No, anzi, dal momento in cui sono diventata mamma mi sono pentita di non aver utilizzato la macchina fotografica per osservare i miei figli. Sei presa dalla vita, dall’impegno e spesso dimentichi di ritrarre. Li ho molto fotografati i miei figli, ma a posteriori avrei voluto fotografarli molto di più. In generale, non mi sono mai trovata in situazioni dove non volessi fotografare. Ci sono sicuramente situazioni difficili da ritrarre. Quando decido di fotografare qualcosa in relazione alla mia famiglia, ad esempio. Nell’ultimo periodo ho lavorato di più sul tema di autorizzarmi a fotografare. In passato mi sono spesso censurata, magari per paura di essere invadente, mentre ultimamente mi sto concedendo il diritto di fotografare, mi autorizzo a farlo, sempre nel massimo della discrezione, anche in situazioni che in un primo momento potrei trovare non convenienti.

L’ultima foto che hai scattato?

Le ultime foto che ho scattato riguardano un’esperienza bellissima che mi sta accadendo in questi giorni. Un mio caro amico francese, regista di documentari, mi ha chiesto di assisterlo nelle riprese di questo lavoro a Roma e quindi di realizzare delle foto di scena. Un’esperienza che mi ha regalato una grande energia, anche perché mi ha dato come l’idea di un cerchio che si ricompone nella sua naturale circolarità, il mio ritornare anche all’audiovisivo.

Giuseppina Borghese

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