Siamo tutte Nahal, Mahvash e Fatima

Dovrei essere felice oggi. Sono nella mia amata Parigi, circondata da amici cari che non vedevo da tempo, il libro “Donne con lo zaino” sta andando alla grande. Il volume è nelle librerie  e  appare in tante bacheche social grazie al tam tam delle persone che lo comprano e all’articolo apparso, alla vigilia di ferragosto,  sul numero speciale D di Repubblica. 

Tutto ciò non mi basta. Sono inquieta, preoccupata per le sorelle che vivono in Afghanistan dove sono appena entrati i talebani. Non posso non pensare a quanto terribile possa essere per loro venire trattate alla stregua di oggetti, essere usate addirittura come bottino di guerra.

Come gioire del sole che filtra dalla finestra di rue Lepic se penso che se fossi anch’io nata in quella parte del mondo dovrei solamente stare a casa, senza poter fare altro che dipendere dalla buona sorte di avere un gentile  ’mahrams’ maschio che possa accompagnarmi fuori, coperta da un  burqa, se e quando vuole?

Leggo sul Corriere della sera  il racconto di due sorelle, Nahal e Mahvash. Parlano delle ore di paura mentre i talebani si avvicinano alla capitale. Sono nubili  e hanno studiato all’estero, hanno lavorato, non hanno mai indossato il burqa.  Con l’arrivo dei i talebani tutto ciò finirà, dovranno sposarsi e rinunciare a tutta la loro vita di prima. Su Repubblica leggo di Fatima, unica guida turistica donna dell’Afghanistan, è di etnia harara: Siamo tutto ciò che odiano- dice– I talebani uccideranno le ragazze come me.

Seguo con apprensione i reportage della coraggiosa giornalista e scrittrice italiana Francesca Mannocchi che raccontano l’entrata dei talebani nelle città afgane e nella capitale, dove sono in partenza tutti i cittadini occidentali presenti.

Cosa fare per aiutare le nostre sorelle? Per il momento tutti i paesi stranieri stanno evacuando le ambasciate e creando ponti aerei per i connazionali, è impossibile per loro e per le altre donne in pericolo ottenere un visto per fuggire, è molto pericoloso anche solo mettersi per strada.

Tra poco prenderò un treno per Fécamp, libera di girare a piedi, in treno, di bere il caffè al bar e di fermarmi a parlare con chiunque, ma un tarlo mi rode dentro… che fare per Nahal, Mahvash , Fatima e le altre?

R.

Photo by cottonbro on Pexels.com

2 pensieri riguardo “Siamo tutte Nahal, Mahvash e Fatima

  1. Ti domandi: “che fare per Nahal, Mahvash , Fatima e le altre?” Hai poco o nulla da fare per liberarle da questa inaccettabile realtà che vivono, oggi tragedia ma da sempre ingiustizia! Siamo tutte donne, siamo tutte uguali, abbiamo i nostri desideri, bisogni, ilusioni, ma la vita di una di noi è vietata per l’altra, dipendendo dalla realtà geografica, economica, etnica… In realtà non si può intervenire in modo profondo però aiuta molto quello che stai facendo, Raffaella: evidenziare e visibilizzare questo orrore con tutte noi, donne del mondo, condividendolo con le tue espressioni di dolore. Non sei sola, grazie!

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  2. E’ vero. Me lo sto chiedendo anche io. Specialmente dopo aver ascoltato il “grido” di aiuto della ragazza Afgana che termina il suo breve discorso con le parole”…saremo dimenticate dalla storia”. Raccapricciante. Hanno perso valore tutte le piccole contrarietà di ogni giorno! Affrontate tutte con…comunque io sono, immeritatamente, fortunata! Allora che fare? Farsi sentire dai politici, e non solo italiani, affinchè vengano accertati il rispetto almeno dei diritti umani di ciascun cittadino afgano ed in particolar modo delle donne; coordinarsi con i vari movimenti femministi e non che esistono e che nasceranno ancora, sottoscrivere petizioni…… Non so altro. Ma pensiamoci tutte!

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