Bari e dintorni

Ho un paio di amiche che non stanno mai ferme, e che mi propongono spesso viaggi; dal canto mio, non ho problemi ad assecondarle, così ho accettato volentieri la proposta di Antonietta di un viaggetto al sud lo scorso ottobre. Anche se la mia idea di viaggio è in stagioni con giornate lunghe, il più lunghe possibile, ho accettato. Prima tappa, Bari.

Il volo per Bari è partito in ritardo ma sembrava che dovesse addirittura arrivare con mezz’ora di anticipo. Pensavamo che il vento che aveva provocato turbolenze ci avesse spinti; poi, lo scirocco che veniva dal mare ci ha costretti a una manovra per atterrare col vento a favore: siccome l’aeroporto è proprio sul mare, l’atterraggio controvento sarebbe stato pericoloso. E poi, una volta a terra, abbiamo dovuto aspettare quasi mezz’ora in aereo perché pioveva forte. Non mi è piaciuto molto, anche perché l’aereo era zeppo di gente, e la cosa non è simpatica, nemmeno quando tutti hanno le mascherine, in tempi di covid. Abbiamo preso un taxi per raggiungere la città, a sera, e abbiamo trovato che il nostro b&b era pulito, molto essenziale, con stanza e bagno grandi, letto confortevole.

La mattina alle 6.30 le signore che preparano la colazione si sono messe al lavoro e parlando con tono di voce normale: sembrava di averle in stanza. Grande acciottolio di tazze e piattini, e un grande strofinio come di cellophane. A colazione ho capito il rumore di cellophane: la tortina di mele sapeva di confezionato, penso che abbiano spacchettato tutte le brioche e le pastine in esposizione. Ma il cappuccino non era male, e il cielo sereno. Certo, mi sarebbe piaciuta di più una di quelle splendide colazioni a buffet, ma forse meglio così, e le misure di sicurezza esigono dei sacrifici. Si prospettava una bella mattinata. In realtà, ancora per quel giorno il tempo è stato variabile, con piovaschi e grandi schiarite, e soprattutto vento.

Il nostro albergo, nella piazza della stazione, era molto ben piazzato: percorrendo la Via Sparano, pedonale, ampia, piena di bei negozi, attraversato il Corso Vittorio Veneto, si arriva proprio all’inizio di Bari vecchia, che non è molto grande, volendo la si può attraversare in un quarto d’ora; ma non bisogna certo andarci di fretta, perché è qui che si trovano la Cattedrale, la chiesa di San Nicola, molte altre antiche chiese, palazzi, alcune belle piazze, ristoranti, bar e pizzerie, negozi di artigianato. E’ un dedalo di viuzze che girano e deviano e non bastava il mio povero senso dell’orientamento a farmi trovare i nostri obiettivi: per trovare una rinomata panetteria (consigliata dalla sorella di un’amica), con la fila di baresi e turisti in attesa delle sue delizie, abbiamo camminato una mezz’oretta, nonostante avessimo chiesto più volte informazioni.

La basilica di San Nicola si trova molto vicina al mare, anche se non al mare guarda la facciata. Per fortuna il sagrato è piuttosto grande, e anche lo spazio che costeggia la parte sinistra dell’edificio è abbastanza ampio, per cui si può osservare in tutta la sua imponenza senza farsi venire il torcicollo la bellezza del suo romanico pugliese. Bello un portale laterale le cui colonne sono sorrette da leoni, un po’ erosi dagli agenti atmosferici, ma suggestivi.

Durante la dominazione normanna, nl 1087, dei marinai baresi trafugarono le reliquie di San Nicola dalla città di Myra, e fu necessario edificare un tempio dove conservarle. Fu scelto il posto dove sorgeva il palazzo del catapano (governatore) bizantino, distrutto durante una ribellione, e parte di quell’edificio sussiste sul retro della chiesa, ultimata nel 1197.

L’interno è a croce latina e sei colonne per lato, sormontate da archi e matronei, lo suddividono in tre navate. Il materiale dell’interno come dell’esterno è una pietra calcarea bianca. Il soffitto, con le sue abbondanti dorature, mostra l’intervento del XVII. Il corpo del santo è conservato nella cripta, che occupa tutto lo spazio sottostante al transetto ed è sostenuta da 26 colonne sormontate da bellissimi capitelli romanici (che adoro) in cui sono scolpiti elementi vegetali, zoomorfi e figure umane.

Come molte chiese la cattedrale, dedicata a San Sabino, è un vero e proprio palinsesto: la chiesa che vediamo oggi fu costruita tra l’XI e il XIII secolo sulle rovine di un duomo bizantino edificato a sua volta una chiesa del VI secolo. Ci sono tuttora tracce di entrambi nell’architettura e in parte dei pavimenti e di un mosaico originari. Come sempre, nella costruzione dell’edificio vennero usati materiali di risulta. Il modello cui si ispirarono i costruttori è la Basilica di San Nicola, e, come avvenne alla maggior parte degli edifici religiosi, nel corso dei secoli subì modifiche di vario genere. Ma negli anni cinquanta del novecento l’interno fu riportato alle originali caratteristiche romanico-pugliesi.

E’ una chiesa molto imponente e avrebbe bisogno di maggiore spazio intorno per poterla apprezzare come meriterebbe, e invece è per tre lati circondata da case e palazzi per cui la si può guardare dal basso all’alto con effetti vertiginosi. La pietra molto chiara e le forme romaniche severe quasi intimidiscono lo spettatore; lo stesso si può dire dell’interno, il cui spazio è diviso da due file di otto colonne e dei falsi matronei. Come all’esterno, molti sono gli elementi bizantineggianti o di ispirazione orientale; molti sono stati rifatti su modello di elementi originali o con resti originali ricomposti. Quello che anticamente era il battistero e oggi la sacrestia è una specie di torre dodecagonale, la trulla.

Posteriormente rimane un bellissimo campanile di quasi 70 metri: il suo gemello cadde durante un terremoto.

Sotto la chiesa, una cripta, una follia barocca totalmente rimaneggiata nel ‘700, con reliquie. Ancora più sotto, il succorpo con resti del duomo bizantino, mura di sostegno, un grande mosaico policromo paleocristiano.

Non potevamo tralasciare il Castello, una fortezza normanna nell’estremità occidentale della città vecchia eretta nel luogo di fortificazioni preesistenti; la costruzione attuale non è però quella voluta dal re Ruggero II nel 1132, bensì la ricostruzione ad opera di Federico II nel 1233 dopo la distruzione da parte di Guglielmo il Malo (che ottenne l’appellativo perché fece radere al suolo la città intera) e alle successive modifiche.

Come ogni castello che si rispetta, è circondato da un fossato per tre lati (il quarto era anticamente sul mare) e, come ogni castello, offre al visitatore ampi spazi spogli, ognuno con la sua storia, e che oggi ospitano mostre (noi abbiamo visto la collezione di bellissimi calchi di elementi architettonici di romanico pugliese da edifici appartenenti alla città e alla regione tutta, e un’esposizione di abiti e costumi dal ‘700 a metà ‘900).

Ci regaliamo una sera una cena molto saporita dalla Cecchina, in Piazza Mercantile, molto, troppo saporita, le mie orecchiette al sugo con polpette di melanzane era una vera bomba, e anche l’amatriciana di mare di Antonietta non scherzava: col sugo delle nostre paste avrebbero potuto condire un pasto per sei. Ma il ristorante era molto gradevole, e il contesto altrettanto.

Tuttavia, nonostante i generosi suggerimenti di un’amica e di sua sorella, siamo di pasto piccolo e non approfittiamo delle leccornie offerte dalla gastronomia locale né a Bari, né poi a Matera. Avendo un giorno pranzato da Martinucci con i suoi aperitivi rinforzati (che non siamo riuscite a consumare del tutto), la sera ci siamo limitate a un branzino alla griglia, che proprio tipico non è, ma ci garantiva digestione tranquilla.

Dopo cena, salutare passeggiata per i vicoli: pochi turisti, scorci suggestivi, e una quantità di edicolette dedicate a Santi e Madonne varie. Le immagini – pitture, statue – protette da vetri, illuminate e decorate con fiori, soprattutto di plastica, sembrano appoggiate su mensole rifinite con una specie di tendina arricciata di tessuti lucenti. Ci sono anche i Santi medici, i fratelli Cosma e Damiano; in un angolino c’erano ben tre altarini, uno sembrava un televisore: in una nicchia nel muro, illuminata internamente a led, col soffitto celeste, in primo piano due identiche teste di Cristo incoronato di spine in materiale grigio, in secondo piano due vescovi, San Nicola e San Sabino (cui è dedicata la cattedrale; lo suppongo, non avendo potuto distinguerne le prerogative iconiche tipiche) e, sullo sfondo, vasi con rose gialle di plastica. Un vetro curvo protegge la composizione. Una seconda nicchia vicinissima alla prima, è più sobria: sulla soglia di un portale ad arco stanno le statue bianche di Cosma e Damiano, differenti solo nel colore della pianeta, e davanti a loro un vaso con anthurium rossi di plastica. Anche questa composizione protetta da un vetro, come pure una nicchia più modesta, ospitante un santo che non ho riconosciuto e come le altre illuminata dall’interno. Forse l’illuminazione dietro la protezione del vetro garantisce che gli altarini non vengano vandalizzati o le lampadine asportate.

E’ bello anche girellare sotto il sole quasi estivo per ammirare qualche chiesetta minore e rivedere le facciate e i lati degli edifici più importanti; ci delude invece il mercato del pesce, affacciato sul porto vecchio, che ci immaginavamo animato e vivido di guizzanti creature marine, e invece offre due miseri banchetti senza molta merce, forse è stato spostato e nessuno ce l’ha detto. Ma proprio lì vicino si trova via Venezia, che è parallela al lungomare ma è elevata, e quindi offre una bella vista sia sul mare che sulla città.

Dedichiamo uno dei giorni baresi a esplorare i dintorni. Ci siamo svegliate con un cielo tersissimo – il vento era meno forte, ma continuava a soffiare – e un sole meraviglioso, tanto che abbiamo deciso di andare al mare; non per fare il bagno, ma per vedere due belle cittadine, Monopoli e Polignano, e ci godiamo il paesaggio dal treno che ci porta a Monopoli: alla nostra destra, il mare mare cobalto, e nelle campagne olivi, lecci, fichi d’india, pepe rosa (Schinus areira, in Argentina, da cui proviene, aguaribay), qualche araucaria e mi sembra di aver scorto persino un paio di piante di palo borracho fiorite di rosa. In questo clima prosperano piante che al nord, più freddo e umido, non vediamo ancora (ma col cambiamento climatico, chissà. Forse le mie piantine di palo borracho, in vaso e che metto al riparo d’inverno, potranno essere trapiantate in un giardino).

Monopoli è una cittadina abbastanza ben curata e gradevole anche nella parte moderna. Il nucleo storico parla di una tipica città marinara, che storicamente è stata ricca e importante, come rivelano le sue molte chiese quasi tutte barocche (ma vediamo anche la cripta rupestre della Madonna del Soccorso, che conserva un brano di affresco e un bassorilievo ed è custodita da un signore assolutamente incompetente). La cattedrale è un inno allo sfarzo e al potere, un trionfo di marmi policromi (persino un rarissimo marmo viola) spesso posati in modo speculare così da creare motivi; dove non arriva il marmo, supplisce il marmorino. E poi altari e balaustre con preziosissime tarsie (commessi) di pietre dure: l’assoluto horror vacui. Il borgo è delizioso, stradine bianche che scendono verso il mare, molto pulite, spesso le imposte sono, come nelle isole greche, azzurre. I vicoli chiusi si chiamano chiassi, e nella corte in cui finisce uno di questi pranziamo, godendo dell’architettura che ci circonda se non delle pietanze. Vorremmo completare la visita con il castello, dove però arriviamo fuori orario, e ci accontentiamo di girarci intorno, godendoci anche la vista del mare di un blu intensissimo.

Se avessi dovuto decidere in base a quello che si vede dalla stazione, a non sarei mai scesa a Polignano. E avrei fatto male.

La parte moderna della cittadina è decisamente brutta e trascurata, ma la musica cambia quando superiamo l’Arco Marchesale e ci troviamo subito davanti alla barocca Chiesa del Purgatorio dove in passato si seppellivano i bambini e i poveri del paese, che era chiusa, come la bellissima cattedrale normanna, in lavori, che si trova nella piazza a cui si accede dall’Arco. Il borgo è evidentemente meta di turisti abbastanza esigenti, e ferve di lavori che suggeriscono un’espansione dell’albergo diffuso. Molto bianco, pulito, con belle piante, bouganvillee ancora rigogliose, profusione di cactacee. Ma la principale attrattiva della città sono le scogliere su cui è costruita, alla cui base il mare ha scavato numerose grotte.

Sono contenta che, nonostante le salite e le discese, anche sulle ardue rocce di tufo di Polignano, le mie ginocchia, reduci da qualche problema, non si siano lamentate.

Marisa

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