Ilhéus

Con Dulce, la mia amica di Salvador, nel 2012 ho passato qualche giorno a Ilhéus. Si trattava del mio ultimo viaggio in Brasile prima del mio pensionamento e ritorno definitivo in Italia, e non volevo rinunciare a visitare la terra di origine di Jorge Amado, i cui romanzi avevano contribuito a farmi innamorare del Brasile e della sua lingua, a partire da Teresa Batista, cansada de guerra.

Dulce mi aveva prenotato una gradevole pousada a Rio Vermelho, il quartiere dove vive lei, dove ho potuto apprezzare la colazione baiana sulla terrazza circondata da alberi in fiore e no, con scimmiettine – micos – che passavano velocissime e quasi volando da un albero all’altro.

Un pullman confortevolissimo ci ha portate alla capitale del cacao in circa otto ore attraverso lo stato di Bahia, con la sua vegetazione verdissima e il rosso della terra, i villaggi colorati e il cielo azzurrissimo.

Il nostro albergo di Ilhéus, l’Obapa, negli anni sessanta era probabilmente di gran classe ma ora soffre di qualche acciacco per l’età. Costruito quasi sulla spiaggia, in una posizione incantevole, è stato penalizzato dall’aeroporto che gli hanno costruito vicino. Non è situato nel centro storico – dove, come già a Manaus, ci è stato sconsigliato di alloggiare, perché lì davvero gli alberghi sono decrepiti anche se – o forse proprio perché – edifici storici. Non è proprio il massimo della raffinatezza: tutto troppo grande, e gli interventi di rimodernamento degli interni sono un po’ grossolani e anche i materiali scadenti. Nella hall, vasi di orchidee di plastica e rametti di fiori di plastica sui tavoli della colazione.

Però i letti – in realtà dei grandi sommier – sono comodissimi, e la colazione tipica e abbondante, con vista sul mare, come la nostra stanza. Insomma, piuttosto confortevole, e quindi brava Dulce per la scelta.

Nonostante attiri molti turisti sulla scia del business sorto negli ultimi anni intorno alla figura di Jorge Amado che in questa regione ha ambientato alcuni dei suoi primi romanzi, tra cui il più noto Gabriela, cravo e canela, la città non sembrava essersi ben attrezzata per la loro accoglienza: avremmo voluto fare un giro in barca sui fiumi e le lagune che si intrecciano nella città, ma alla reception dell’albergo non hanno saputo dirci nulla sulle possibili escursioni, e sembrava che non esistesse nessun servizio del genere, né pubblico né privato. Invece di informazioni ci hanno semplicemente dato il nome di un tassista, Antonio Tannus, che abbiamo chiamato per concordare qualche uscita. Ci è parso subito molto efficiente ma in seguito un po’ troppo sicuro di quello che voleva farci fare e NON voleva fare (si è rifiutato, adducendo pretesti poco convincenti, di portarci alla Laguna Encantada, per esempio). Quarantenne, siriano cattolico stakanovista del lavoro, telefonava continuamente durante la guida facendo affari con tizio e caio.

La prima escursione che abbiamo fatto con il nostro mentore è stata a Itacaré, un villaggio di pescatori, dove però quasi non voleva lasciarci scendere dal tassì, sostenendo che non c’era niente da vedere; noi però abbiamo fatto le discole e, approfittando di una libera uscita – ci aveva mollate sulla gradinata di una chiesetta – siamo sgattaiolate fuori alla chetichella per verificare con i nostri occhi.

Abbiamo visto piccole spiagge di sogno, sabbia bianca, palme, poche persone, e persino la bellissima cascata di Tijuípe, proprietà di veneziani e che sembra che d’estate sia affollatissima di turisti.

Antonio non ha invece opposto resistenza quando abbiamo chiesto di andare a visitare il centro di riabilitazione del bradipo, situato in un complesso molto più grande, un progetto dello stato di Bahia in cui si coltiva e si studia il cacao e la possibilità di coltivarlo in associazione con altre piante. Visita interessantissima, la parte del cacao culminante nella degustazione della deliziosa parte mucillaginosa che avvolge i semi nella capsula, e poi anche di cioccolato prodotto lì, spettacolare, il migliore che abbia mangiato in Brasile, ma sfortunatamente non in vendita.

I bradipi, curati amorevolmente da una specie di Maga Magò, che si tiene nel suo casottino anche i corpicini imbalsamati di quelli morti, sono degli animali che suscitano davvero tenerezza. I piccoli hanno delle faccettine buffe e accattivanti. La “mamma” dei bradipi li cura e rieduca se sono stati usati come animali da compagnia, se li tiene anche addosso, dorme in loro compagnia e, se possibile, poi li reintroduce nell’ambiente naturale. In certi casi – animali mutilati, ciechi o troppo debilitati – non si può. Simpatia a parte, non mi meraviglia che questi animali siano a rischio di estinzione: sono anche più tonti dei panda, mangiano solo due tipi di foglie, sono lentissimi in tutto, non solo nel muoversi ma anche nella riproduzione, gli ci vogliono undici mesi di gravidanza e riescono a malapena a produrre un piccolo a colpo. Sospetto persino che siano stitici nonostante la dieta vegetariana, dato che, pur vivendo sugli alberi, dove si muovono con relativa disinvoltura, a differenza dalle scimmie che sono totalmente disinibite, devono scendere a terra per defecare. Ogni sette giorni. Colazione ideale per giaguari (loro, non i loro escrementi), ocelot e anaconde.

Antonio ha pensato di farci visitare il meraviglioso convento della Piedade, che nei nostri vagabondaggi cittadini avevamo visto dal di fuori rifiutandoci di approfondirne la conoscenza, dato che è un bruttissimo casone del 1932 in stile neozotico (definizione presa a prestito dalla mia amica Raffaella) sfiorito, inclusa chiesaccia con guglie tre volte più aguzze di quelle del Duomo di Milano, statuacce di gesso e nemmeno l’ombra di quel bel barocco coloniale macabro e sanguinolento che si può vedere a Lima, a La Paz o Bogotá.

Ammettiamolo: certamente autoritario, forse machista (l’ultima mattina mi ha mostrato sprizzando orgoglio da tutti i pori la foto della moglie, sposata quindici anni prima, quando lei non aveva ancora sedici anni e lui dieci più di lei; mi ha rivelato che lei si occupa esclusivamente della casa e dei figli ed è una cuoca eccellente), ma sicuramente efficiente e affidabile. Mentre stavamo percorrendo un ponte a senso unico diretti alla stazione degli autobus, Dulce si è accorta di avere dimenticato il cellulare in albergo: catastrofe, perché è pieno di numeri e riferimenti essenziali per il lavoro, e perché non possiamo fare marcia indietro, il ritorno in albergo a questo punto potrebbe significare la perdita del pullman, con conseguente ritardo di cinque ore nel rientro a Salvador.

Ma Antonio prima chiama il cellulare di Dulce, che non sembra essere sepolto in qualche anfratto del bagaglio; telefona allora all’albergo, chiede che vadano nella stanza appena lasciata, richiama il telefonino, che questa volta squilla. Chiama allora un suo giovane accolito, gli ordina di passare in moto a recuperare il cellulare all’albergo e di raggiungerci: con solo 10 reais l’operazione viene compiuta con successo e possiamo imbarcarci senza doverci troppo affrettare.

Perciò, se andate a Ilhéus, affidatevi pure a lui, ma siate incrollabili nelle vostre richieste.

Marisa

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