Abitare Venezia

VIAGGIANDO TRA CAMPI E CALLI

Nei miei dodici anni veneziani ho abitato in quattordici posti diversi: in alcuni per anni, in altri pochi giorni, ma quasi tutti pieni di cose interessanti.

Quando sono arrivata a Venezia non avevo ancora 19 anni; l’università non aveva ancora case per gli studenti, e i miei pensarono che sarebbe stato meglio che alloggiassi in una specie di collegio con regole che mi avrebbero impedito di lasciarmi troppo andare all’ebbrezza della libertà. Eccomi quindi approdare alla Domus Civica, vicino a Ca’ Foscari, una pensione tenuta dalle monache, con orari abbastanza severi, pasti da consumare all’interno, uscite serali limitate e ben giustificate; ovviamente, nessun maschio era ammesso tra tutte quelle vergini. Ci rimasi però solo fino a Natale: una mia compagna delle elementari, Alda, mi contattò: si era iscritta a Ca’ Foscari e proponeva che andassimo ad abitare insieme.   Con il sostegno dei suoi genitori, e l’incentivo del risparmio (i pasti alla mensa studentesca erano economicissimi, 290 lire solo il secondo, 370 il pasto completo!), i miei si convinsero, e così ci trovammo una camera d’affitto in una calletta che sbocca in campo Santa Margherita. Fu un soggiorno brevissimo, pochi giorni. Non ho più ritrovato l’indirizzo, né il nome della padrona di casa, giovane, probabilmente vedova, con una bambina di pochi anni e una casa grande pochissimo riscaldata. C’erano dei termosifoni, una caldaia autonoma, allora a carbone, e un lungo tubo che attraversava tutto il soffitto e da cui sgocciolava una viscida sostanza nera, credo fuliggine, che bisognava aggirare per non scivolarci sopra. La seconda notte, rigide di freddo, tentammo di riaccendere la caldaia con un batuffolo di cotone imbevuto d’alcol, come avevamo visto fare alla signora: una gran vampata uscì dalla stufa e ci bruciò ciglia e sopracciglia (da cui, a lungo, ci definimmo dannunzianamente “le amiche dagli occhi senza ciglia”), e a me anche la manica della vestaglia di nylon, trapuntata, come si usava (ho ancora sul braccio destro il fantasma di quell’ustione). Ce la cavammo per un soffio, il giorno dopo decidemmo di andarcene, chiedendo la restituzione dell’affitto già pagato. La signora cedette solo perché la minacciammo di andare dai carabinieri, e ci sbatté fuori, facendo rovinare giù per le scale il mio baule verde (per fortuna ben solido, e che mi seguì poi per anni nelle mie peregrinazioni).

Eravamo letteralmente col sedere a terra, ma, come Venezia pullulava di studenti, così pullulava di camere in affitto.

La nostra seconda padrona di casa fu la Signora Bertocco, alla porta (Dorsoduro 1018B) accanto al cinema Accademia, allora funzionante, oggi una serranda abbassata e arrugginita e probabilmente generazioni di pantegane nei locali.

L’appartamento era all’ultimo piano senza ascensore, come quasi tutte le case veneziane in quegli anni. Era una famiglia piemontese, valdese: la madre e le due figlie, come lei paffute e con occhiali a fondo di bottiglia, un cane e un gatto. In quella casa rischiai di morire gasata. Fare il bagno o la doccia era consentito una volta alla settimana, e così l’uso dell’asciugacapelli. Lo scaldabagno era a gas e se la stanza si riempiva di vapore, ciao ossigeno! E così io (che non ero mai svenuta in vita mia) persi i sensi nella vasca ma venni soccorsa, probabilmente perché Madama Bertocco conosceva i rischi della situazione e stava in campana. Dopo quella volta, solo bagni veloci; ma l’ambiente non era particolarmente invitante comunque, il cane lasciava peli anche nella vasca e qualche ricordino in giro per la casa; nemmeno il gatto era proprio tranquillo, e una notte mi svegliai perché mi era balzato sul petto. 

La figlia più giovane lavorava alla Galleria Numero nei pressi e ci invitava alle mostre, alle quali, ignoranti come scarpe sull’arte contemporanea, andavamo con entusiasmo, perché potevamo rimpinzarci di tartine. Ma nemmeno quel side benefit ci compensava degli svantaggi, e così, dopo Pasqua, cambiammo ancora casa.

Calle della Mandola (3725, sestiere San Marco) era un ulteriore allontanarsi dall’università, ma Venezia è piccola e ci si fanno volentieri quattro passi. La Signora Tannoia, la nuova padrona, siciliana, era bene in carne, con capelli neri come la pece e palesemente tinti: a noi sembrava vecchia, ma avrà avuto tra i cinquanta e i sessant’anni e aveva l’aria di una prostituta in pensione (a quei tempi, le professioniste veneziane esercitavano non troppo lontano, in Frezzeria, ed erano tutte piuttosto stagionate!).

Un bel giorno la signora ci chiese di farle da chaperon: un suo corteggiatore l’aveva invitata a mangiare il gelato da Paolin in Campo Santo Stefano quella sera, ma lei “non voleva compromettersi”, essendo una donna sola. Ovviamente, eravamo ospiti di questo signore.

Non potevamo rifiutare un’offerta così allettante, e uscimmo con lei. Il colonnello, che a noi parve decrepito oltre che orribile, dopo il “gianduiotto” gelato ci invitò a vedere il suo pied-à-terre poco lontano. Un bel po’ di scale, un miniappartamento vicino ai tetti, con altana. Ci fece ammirare le sue rose, ce ne offrì una ciascuna e poi disse alla signora: ”Ho qui le foto che ho fatto alla Mitzi, le vuole vedere?”. Ci spiegarono che la ragazza, ungherese, era stata pensionante dalla signora. Si trattava di foto “artistiche”, con la Mitzi nuda e dettagli molto intimi del suo corpo in tutto il loro fulgore giovanile. Alda e io eravamo ragazzine poco esperte, ma non tonte, e capimmo subito che madame era usa fornire carne fresca al vecchio sporcaccione. Oggi probabilmente avremmo denunciato i due, ma noi ci limitammo a far finta di niente, e a evitare il vecchione che aveva preso l’abitudine di visitare madame con un vassoio di pasticcini (prendetele per la gola!), anche se ricordo benissimo le contorsioni per evitare le sue manacce e quella volta che, come in una farsa, Alda correva intorno al tavolo inseguita dall’infelice.

Era il nostro primo anno, e fino a tutto giugno restammo dalla vecchiaccia.

In luglio però io avevo ancora un esame da fare, ma non volevo pagare un mese intero di pensione, soprattutto lì, e senza Alda; non so quale amico mi ospitò per qualche giorno nell’appartamento che condivideva con altri studenti in Calle Traghetto San Samuele, proprietà del notaio Fletzer, una topaia immonda che oggi sarebbe dichiarata inabitabile dai NAS. Ma eravamo giovani, e con pochi soldi, ci si adattava.

L’anno seguente fummo fortunate, e trovammo una bellissima camera dai Narduzzi, che avevano un’impresa di noleggio motoscafi sulla fondamenta Barbaro (San Marco 2830) tra Palazzo Franchetti e il Conservatorio, praticamente in Campo Santo Stefano: per lo stesso prezzo delle camere precedenti, godevamo di un’entrata indipendente, che usavamo solo noi e i due ragazzi che affittavano le due altre stanze. In comune con loro avevamo anche il bagno, con doccia che potevamo usare senza limiti e acqua sempre calda. I Narduzzi ricavavano abbondanti entrate dal noleggio barche e non avevano bisogno di lesinare ai loro studenti l’uso dell’asciugacapelli, del giradischi e, soprattutto, del riscaldamento. E poi la stanza era stupenda! Si trattava di un’altana ristrutturata, con una parete interamente a finestre e le altre due finestrate a metà. Quella centrale dava sul giardino rigoglioso di Palazzo Franchetti. Gran luce tutto il giorno, ottima cosa per due studenti. Per terra, un bel parquet. Per di più, tutto era nuovo e confortevole, e molto pulito. Ad accrescere la sensazione di essere finite in paradiso, i suoni che provenivano dal Conservatorio Benedetto Marcello, dal quale ci separava solo la corte del palazzo.

Una buffa avventura e un evento importante segnarono quel periodo. L’avventura, un po’ grottesca, riguarda soprattutto Alda: il fratello del nostro padrone di casa la corteggiava, ma lei resisteva; per conquistarla (forse) una notte cercò di raggiungere la nostra stanza arrampicandosi sui tetti, ma venne ignominiosamente cacciato. 

Il giovanotto, di nome Cicci, era in fondo un buon diavolo, e la sua impresa era più che altro stata uno scherzo e non un tentativo di violenza. Fu proprio lui che mi mise a disposizione, gratis, un suo bell’appartamento vicino a Campo Sant’Angelo per i pochi giorni di luglio durante i quali un esame mi obbligava a rimanere a Venezia, senza che dovessi pagare un altro mese di affitto.

E ci fu la terribile acqua alta del 1966: Alda non c’era, aveva approfittato delle feste dei morti per tornare qualche giorno a casa. Quella mattina mi ero alzata per andare a trovare amici studenti di architettura che abitavano al Ponte della Malvasia, ma appena arrivata nell’androne sommerso dall’acqua capii che nemmeno con gli stivali di gomma, che arrivavano al ginocchio, avrei potuto guadare, e tornai in camera. A sera, finalmente, quando la pioggia e lo scirocco cessarono, uscii per andare dai miei amici. Senza elettricità, col cielo senza una nuvola, sembrava di poter toccare le stelle, sensazione che ho avuto solo in poche altre situazioni: in alta montagna, durante una traversata dell’Adriatico e nel deserto di Atacama.

Quella notte conobbi Elena, che stava al piano terra con la sua bimba Michela di tre anni. Il suo appartamento era allagato, e i ragazzi le ospitarono per qualche giorno, e in seguito, ogni volta che andavo da loro, lei si sporgeva e mi invitava a passare, dopo, a mangiare un risotto, o la “spienza”, la milza cucinata alla veneziana.

L’anno dopo Alda si trasferì a Verona, ateneo di nuova creazione dove, di diceva, la facoltà di lingue era meno dura.  La nostra stanza chez-Narduzzi venne destinata alla figlia che stava crescendo e non voleva più dividere la camera col fratellino.

Cercavo casa, ma anche lavoro, e un’amica piemontese, che aveva preso un bell’appartamentino in Campo San Silvestro vicino a Rialto, mi ospitò per qualche giorno. Eravamo quasi sui tetti, e si sentivano le campane delle numerose chiese della zona. Mi dispiacque di privarmene quando mi trasferii alla Pensione Accademia, vicino al ponte e alle Gallerie, soggiorno breve, come fu breve quello alla Pensione Santo Stefano, nel campo omonimo. 

Ma il trasferimento definitivo fu questa volta molto vicino a San Marco, in Campo San Zulian. Avevo trovato lavoro come receptionist all’Albergo Città di Milano (San Marco 590), dove rimasi tre anni: avevo la mia stanzetta, un bagno quasi tutto per me, mi cambiavo le lenzuola quando volevo, il riscaldamento era confortevole. Dovetti però sembrare ai proprietari poco adeguata, anche per via di un criceto color champagne che un mio moroso mi aveva regalato (e che persi, forse in autobus, andando a studiare da una compagna a Mestre), e perché non imparai nei primi tre giorni le esatte caratteristiche di tutte le stanze: mi sostituirono con una ragazzona veneta di Valdobbiadene, Maria Augusta, raccomandata dal parroco. Ma non fui licenziata, rimasi come sostituto settimanale, e come banconiera il sabato e la domenica, quando il ristorante era pieno e dovevo fare i caffè, i gelati, le porzioni di formaggio. E tre mesi di lavoro completo d’estate. Mi andava bene, potevo frequentare, studiare e arrotondare con baby-sitting (nei grandi alberghi ma anche in case private) e qualche ripetizione.

Nel 1972 l’albergo cambiò gestione e due sorelle vennero assunte al nostro posto: ancora una volta cercavo casa, questa volta con Maria Augusta.

Intanto, per tutti quegli anni, avevo continuato a frequentare gli amici e Elena: sembrava che lei e la bambina abitassero da sole nel piccolo appartamento, ma il sabato veniva da lei un signore che mi aveva presentato come marito sempre in viaggio con la sua impresa di trasporti. Avevo capito che non era così, ma a me non importava certo, e lei mi sembrava così bisognosa di una persona amica che non avevo mai affrontato la faccenda. Fu lei che però un giorno dovette farlo: Giorgio era morto all’improvviso. Era sposato, e non aveva fatto nessuna assicurazione per provvedere al futuro della sua compagna e della bambina. Quando era rimasta incinta, Elena era stata cacciata di casa dal padre, ma continuava ad avere rapporti un po’ clandestini con la madre e la zia. Ora era priva di mezzi, doveva trovare un lavoro, e la bambina, che adesso aveva 6 anni, non poteva restare sola in casa. Mi chiese di andare a vivere con loro, e io lo feci, ma resistetti un mese e poi, abbastanza vigliaccamente, me ne andai perché mi sentivo soffocare in quella situazione claustrofobica: quando la mamma non c’era e la bambina era a casa, mi toccava stare con lei, e quando c’era, Elena mal sopportava che andassi in giro con i miei amici.

Maria Augusta aveva trovato una camera vicino a Ca’ Foscari, e andai a stare nella stessa casa dove abitava anche Vera, una romagnola con la quale facemmo interminabili partite a Machiavelli. Unica avventura di quel breve periodo, una tumultuosa caccia al topo la cui vista aveva terrorizzato le mie due compagne. Arditamente lo inseguii e colpii con una scopa, ma la bestiola scomparve. Si fece trovare qualche giorno dopo, grazie al fetore del suo cadaverino che trovammo schiacciato fra i due LP dove era andato a morire. 

E poi trovammo l’appartamento in Campo del Ghetto Novo (Cannaregio 2910), la mia ultima dimora veneziana. Finalmente ero autonoma, anche se non sempre condividevo le scelte delle mie due compagne. Soprattutto, a loro non piaceva molto che la nostra casa fosse così aperta, a tanti stranieri e persone chiaramente di sinistra. 

Quando Vera si laureò, rimanemmo in due, e, se venivano amici per cena, Maria Augusta andava a mangiarsi una patata bollita nella sua camera. Ma non fu una brutta convivenza: ricordo una partita a carte con Vera, sua madre, mio fratello e io. Mentre giocavano, Vera o la madre a volte esclamavano: “malazug”, che Giorgio e io ricordiamo ancora come se fosse stata una formula magica (“m’a la zug”, significa “me la gioco” in romagnolo). Ben più importante l’esperienza del terremoto: il 5 maggio 1976 stavo cenando con il mio futuro marito e un nostro amico, al nostro 3°/4° piano, quando ci fu un gran boato e tutto cominciò a tremare. Scappammo via per le scale strette e ripide, il nostro amico col suo contrabbasso, e ci trovammo nel campo invaso da tutti gli abitanti del ghetto, terrorizzati all’idea di rientrare in casa. Venezia praticamente non ebbe danni, e forse un paio di vittime per la paura, ma in Friuli fu una vera catastrofe. E comunque, per mesi vivemmo nel terrore al minimo tremito o fremito che si avvertiva. Furono cinque anni bellissimi, pieni di esperienze diverse, non ultime quelle che ci offriva il campo del Ghetto, con spettacoli teatrali e di danza.

Nel 1977, Massimo e io decidemmo di andare a vivere insieme: a lui Venezia non piaceva (avrei dovuto capire subito che non avrebbe funzionato tra noi!), e quindi, con molto dispiacere, lasciai la laguna e tutti i suoi incantesimi.

Per molti anni ho rimpianto la magia delle passeggiate notturne, il silenzio, la bellezza, i giochi dell’acqua. Ma ora non ne ho più tanta nostalgia; o meglio, ho nostalgia della Venezia che ho lasciato, non quella di adesso, con le greggi di turisti che intasano le calli, con le botteghe di alimentari e artigiani sostituite da negozietti e bancarelle di orribili souvenir prodotti in chissà quale periferia del mondo. Purtroppo, solo la pandemia ce l’ha, per qualche mese, restituita. Quando l’emergenza sarà finita, temo che svanirà anche questa meravigliosa pausa.

Marisa

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