Il funerale di Néstor Kirchner e di come ho capito cosa fare per salvarmi la vita

Lidia, Pavia- Buenos Aires

               Quando mi sono laureata ho pensato che per salvarmi la vita avrei dovuto fuggire. Ho guardato per l’ultima volta l’orologio da taschino del mio bisnonno Giovanni, lui era stato in Argentina e in Brasile quando si prendeva ancora la nave, e ho comprato un biglietto per Buenos Aires. Era impensabile vivere nel vecchio continente, legata a cattive abitudini, senza aver tentato la fuga. 

In una calda e agitata mattina di agosto sono partita tra le lacrime di parenti che non capivano e gli abbracci di amiche che mi sostenevano. Prima di prendere l’aereo mi ricordo di aver mandato un lungo messaggio ad un ragazzo che amavo. L’avevo visto qualche giorno prima, poi si era scrupolosamente dileguato nella studiata indifferenza di sempre. “Sono eccitata all’idea di uscire dall’involucro che ancora mi imprigiona, e spaventata di ritrovarmi nel giro di poche ore in un mondo dove il diverso è normalità”. La risposta non è mai arrivata: avrei dovuto fare altro.

É stato difficile ambientarsi a Buenos Aires: trovare un lavoro, una casa, degli amici e non scappare di fronte alle prime difficoltà. Poi con naturalezza e senza rimpianti me ne sono andata, mossa dal desiderio di proseguire per la mia strada.

Settembre 2008 – Calle Florida Microcentro Buenos Aires. Mi ricordo di aver telefonato a mio padre da un telefono pubblico-  “Non ne posso più, va tutto male, non è quello che mi aspettavo”. La sua risposta è stata secca e gelida: “Prendi un aereo e torna a casa”. L’ho salutato e mentre appoggiavo la cornetta, circondata da un vortice di sconosciuti, mi sono detta: “ É ora di smetterla di piangere”. Non ho mai preso quell’aereo, non potevo arrendermi così in fretta. Nonno Giovanni ha attraversato l’Oceano con i piedi nell’acqua e non si è fermato. 

Sono tornata in ostello, ho infilato quattro stracci nello zaino e, dopo mesi di viaggio senza meta attraverso il Sudamerica, sono rientrata a Buenos Aires dove ho iniziato a lavorare in una scuola italiana, e a collaborare con un’associazione locale che si occupa di bambini, “El comedor de la Esperanza”.

28 (forse  29, 30 o 31) ottobre 2010 – Barrio La Boca Buenos Aires – Comedor de la Esperanza. Il 27 ottobre 2010 in Patagonia muore Néstor Kirchner, politico argentino e Presidente del Paese dal 2003 al 2007, anno in cui la reggenza passa in mano alla moglie Cristina. Non ho mai avuto una idea chiara sul suo operato, molte notizie contrastanti circolavano sul suo conto: era evidente però che fosse molto amato dal popolo. La camera ardente era stata allestita presso la Casa Rosada e migliaia di sostenitori si erano messi in fila per l’ultimo saluto. 

Il Paese era paralizzato. Credo di non aver mai visto nulla del genere.

Approfittando della chiusura delle scuole, avevo deciso di recarmi al Comedor per terminare un lavoro. Tutto il quartiere si era dato appuntamento in centro. Ero stata invitata ad unirmi a loro, ma avevo rifiutato. Non era la mia storia e lo sapevo, o forse semplicemente avevo bisogno di altri particolari, di una angolazione diversa.

Los collectivos che si muovevano nella direzione opposta erano stracolmi e, quando los porteňos in religioso silenzio avevano ormai occupato strade e piazze, io mi ritrovavo da sola chiusa nell’unica stanza del Comedor. Ma ero libera in direzione contraria: lontana dal rumore, dai pregiudizi, dal non detto, dall’ansia di  dovermi trasformare in un giocattolo in mano ad altri.

Mentre stavo costruendo una barca di cartone che avrebbe permesso a los chicos del barrio di immaginare mondi lontani e di rendersi conto che quando si decide di partire tutto è possibile, ho capito cosa mi rendeva felice. 

Al ritorno ho camminato, avevo bisogno di fare entrare nei piedi e nei polmoni la memoria di quel momento e le emozioni che mi trasmettevano dolcemente le vie e le piazze ormai vuote. Quella era la mia storia: camminare insieme agli altri nel bel mezzo di una avenida segnata dal passaggio di tanti prima di me. 

Nonostante la coda fosse scemata, a visitare le spoglie di Néstor Kirchner non ci sono mai andata, non avrei potuto terminare la giornata in quel modo.

Quando mia madre bambina chiedeva a nonno Giovanni: “Hai ucciso qualcuno quando eri al fronte?” lui non rispondeva. Chissà quanto dolore e che paura ha avuto, ho sempre pensato nel profondo del mio cuore. E che coraggio quando ha deciso di ripartire e poi di ripartire ancora una volta.

Se mi dovessero chiedere se ne è valsa la pena, la mia risposta sarà sempre sì.

Ora ho comprato una casa, tutti hanno bisogno di un’ancora alla quale aggrapparsi, ma i cassetti sono sempre aperti, la valigia è sul letto e l’orologio da taschino sta segnando un’altra direzione e batte forte quando, presa dall’ansia delle faccende  quotidiane, mi dimentico di quelle due date che hanno segnato la mia giovane vita di allora.

Lidia

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