Simona, tra “piccole forme” e premio Nobel

Simona P., Agliana, Roma, Parigi

Simona è una “toscanissima parigina”: originaria di una piccola cittadina della pianura pistoiese ha vissuto tra la campagna toscana e due tra le più belle capitali del mondo.

 Fin da piccola ha sentito in sé l’istinto dello spettacolo e della creazione; avrebbe voluto danzare ma una scoliosi l’ha fatta orientare piuttosto verso il nuoto. Diventata istruttrice di nuoto della Federazione Italiana, ha però coltivato la sua passione per le arti nonostante un percorso di studio sul diritto. Laureatasi in Giurisprudenza con una tesi sull’evoluzione del concetto di giustizia nelle tragedie di Euripide, ha integrato elementi quali: gli dei, gli eroi, il destino degli uomini, le prime leggi e la loro evoluzione, il teatro.

 Ma la sua passione è lo spettacolo in tutti i suoi aspetti. Una passione che nel 2000 l’ha portata a trasferirsi a Roma con una decisione presa solo dopo soli tre giorni di stage durante le prove del Macbeth di Marco Bellocchio. Nei cinque anni passati nella capitale, Simona ha fatto di tutto: ha co-fondato una compagnia di teatro di ricerca, ha fatto l’agente artistica, si è occupata di ufficio stampa, ha creato e diretto rassegne e festival multidisciplinari; a volte è anche salita sulla scena, ed è diventata traduttrice teatrale di drammaturgia contemporanea francese. La sua esperienza e la sua ricerca si ampliano con collaborazioni oltralpe: residenze artistiche a Avignone e infine il traferimento a Parigi nel 2012.

Nel tempo Simona si è resa conto che ciò che desidera veramente è creare le sue proprie performance. Prima legate alla scrittura con testi e poesie che chiama “piccole forme” poi in collaborazione con musicisti, come Damiano Meacci, e con artisti visivi, creando poesie sonore che diventano vere e proprie installazioni. Capace di lavorare anche quindici ore di seguito, Simona si considera un’autodidatta, nel giornalismo, nella comunicazione teatrale e nella traduzione. In realtà conosco poche persone con tanti anni di studio e di ricerca alle spalle! Se ha imparato molto “sul campo” accumulando esperienza, una volta trasferitasi a Parigi, la sua insaziabile voglia di conoscere l’ha portata a intraprendere un dottorato di ricerca in arti visive e performative.

Ho conosciuto Simona proprio durante i suoi lunghi anni di studio dottorale e, per me che ora conosco la sua storia personale, lei resta indissociabile dalla figura del suo autore e soggetto di tanti anni di ricerca e di collaborazioni, il premio Nobel della Letteratura Gao Xingjian. Incontrato come traduttrice delle sue opere teatrali e poetiche, Simona ha infatti dedicato la sua tesi di dottorato a questo grande artista. Potrebbe parlare per ore di Gao che considera maestro, amico e autore straordinario. Gao incarna la figura dell’artista totale per il quale la creatività è la salvezza, è una necessità. Internato per cinque anni nei campi di lavoro in campagna durante la rivoluzione culturale, riuscì a trovare il modo di esprimere la sua arte nonostante le condizioni di coercizione e censura. Usò diversi stratagemmi per soddisfare il suo bisogno di comporre anche rischiando la vita: per esempio scriveva di nascosto,avvolgeva i suoi scritti nel nylon e li nascondeva seppellendoli in una buca sopra la quale metteva una grande giara piena di acqua. Censurato in Cina per gran parte della vita, Gao bruciò una enorme quantità dei suoi scritti clandestini: prima di essere spedito nei campi di lavoro, diede fuoco a una valigia di 34 kg di manoscritti tra cui dieci pièce di teatro. Lui racconta che ci mise una settimana per bruciare tutte le sue opere. Quei suoi testi, ridotti in cenere, parlavano di libertà.

Dall’intervista di Simona:

Vivo a Parigi ma mi sento toscanissima come i miei genitori, “immigrati interni”; dalla campagna di Arezzo infatti si trasferirono negli anni ‘60 per lavorare nelle industrie tessili di Prato. Diventati poi artigiani, sempre nel tessile, furono tra i primi a lavorare le cosiddette pellicce ecologiche, all’epoca chiamate “peluches”. Ricordo che indossavo i “pelliccioni” che sceglievo e mi facevo cucire. Durante gli ultimi anni dell’università, ho lavorato come corrispondente per il quotidiano “ll Tirreno” dalla mia città, Agliana. Mi occupavo di cronaca, ma amavo soprattutto intervistare attori e artisti vari. Fin da bambina sono stata un’appassionata di cinema e di teatro. Finita l’università, cominciai così a collaborare come critica cinematografica anche per la rivista “Carte di cinema”. Mi accorsi però che solo scrivere di teatro o di cinema non mi era sufficiente. La mia vita è cambiata quando, per desiderio e per caso, andai a vivere a Roma. Non fu una decisione ponderata. Ebbi l’occasione di assistere per un week-end alle prove del Macbeth che Marco Bellocchio stava mettendo in scena al teatro India di Roma, con Michele Placido. Mi proposi per fare da assistente volontaria alla regia e Marco Bellocchio accettò. Così tornai a casa in Toscana, feci le valigie e mi trasferii nella capitale. Fu un’esperienza fondatrice.  A Roma iniziai una nuova vita, fatta di incontri, collaborazioni e lavori con artisti sia nell’ambito del teatro di ricerca sia nel campo del cinema e della televisione. Ho fatto parte per sei anni di un collettivo teatrale di ricerca, Il Battello Ebbro, che metteva in scena testi di autori contemporanei, e al tempo stesso ho lavorato per due anni in una delle più grosse agenzie di consulenza artistica italiana, con un ruolo a metà tra l’agente e l’ufficio stampa: gestivo soprattutto quelle che in gergo si chiamano le “comparsate televisive”. Nel 2003, mentre lavoravo come direttore organizzativo per il Festival Quartieri dell’Arte, ho scoperto la drammaturgia contemporanea francese. In Francia vive una parte della mia famiglia, che vi è emigrata negli anni ’50, ma all’epoca avevo delle conoscenze alquanto rudimentali del francese. Accolsi comunque con grande piacere l’invito che mi fu rivolto per tradurre due pagine del testo teatrale “Le Tigre blue de l’Euphrate” di Laurent Gaudé, di cui il festival aveva programmato una lettura scenica. Furono i miei primissimi passi nella traduzione teatrale. Ciò che mi ha portato tuttavia a diventare traduttrice è la lettura di alcune pièce di Fabrice Melquiot. Mi sono innamorata della sua scrittura: ho avvertito la necessità di tradurre i suoi testi nel senso di avere un rapporto unico con la parola di questi autori. Una vicinanza senza intermediari: dare voce e “ricreare” nella mia lingua materna alla lingua straniera dell’altro. Non aderisco infatti all’idea del traduttore trasparente. Credo che il traduttore almeno dal punto di vista linguistico sia un coautore. Non mi sono mai tuttavia identificata in un solo ruolo né in un solo lavoro. C’è stato un tempo in cui tradurre, scrivere come critica teatrale, progettare festival e rassegne, inventarsi nuovi format di interviste ad artisti italiani e francofoni su Twitter, come le mie pioneristiche Twitter_interviste, con traduzioni in simultanea, promuovere artisti, ero ciò che facevo ed ero, mai una cosa sola. Mi è sempre piaciuto molto sperimentare e studiare. Ad un certo punto, otto anni fa, ho sentito l’esigenza di rimettermi a studiare in un modo che definisco “certificato”, e non più solo autodidatta e di trasferirmi a Parigi. Ottenuto un Master in Studi teatrali (Etudes théatrales) all’Université Sorbonne Nouvelle Paris 3, ho poi continuato con un dottorato in arti visive e performative, all’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne in cotutela con l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Nella scuola dottorale di arts plastiques, esthétique et sciences de l’art dell’Università di Parigi, sono vissuta a contatto con colleghi e docenti stimolanti, dei veri “artists-chercheurs” in cui pratica artistica e riflessione sull’arte sono inscindibili. Per quanto abbia ancora grandi difficoltà a definirmi un’artista, inizio a identificarmi con meno pudori nella definizione di artista-ricercatrice.

In tutti questi anni di formazione ed esperienze ho maturato una mia visione minima della creazione artistica ed ho sentito l’esigenza di portare avanti dei progetti artistici personali. Il mio punto di partenza rimane la parola poetica, che si declina nel gesto e movimento corporeo, coniugandosi con la musica, di preferenza elettronica, il video, l’arte figurativa e digitale. I miei riferimenti per il gesto corporeo sono costituiti in particolare dalla danza butō, dalla contact dance, dalla danza sensibile, che ho iniziato a praticare a Parigi. La mia pratica artistica è multidisciplinare, orientata verso la poesia sonora, la performance, la text art, l’arte installativa, la video arte.

Nel mio processo creativo, il corpo, ad ogni modo, rimane centrale come medium espressivo nel rapporto con lo spettatore o ascoltatore o partecipante. Un corpo sensiente e poroso che si ascolta e si mette in ascolto, entra in risonanza con la natura, con l’ambiente anche urbano in cui è immerso, con gli altri. Essere in risonanza ovviamente non significa essere necessariamente in armonia. È da tali incontri che emerge la parola, che si genera il movimento, il gesto: quando il corpo sente con lo sguardo, con la pelle, e il contatto del vento o un inciampo non sono inessenziali…

La pandemia ha limitato ovviamente molte delle mie attività. Se la solitudine del confinamento ma soprattutto la paura del contagio hanno avuto un impatto anche psicologico negativo, questo periodo di relativo isolamento e “distanza” sta rappresentando anche un’occasione per pensare veramente a ciò che essenziale. E ciò accade in un momento cruciale, perché avevo conseguito il dottorato di ricerca proprio prima della pandemia. Mi trovavo in un momento di transizione. In un certo senso sono un seme che sta vivendo un tempo “costretto” di “messa a dimora” che si sta rivelando però inaspettatamente fecondo per la progettualità e la creatività artistica. All’ombra degli alberi del giardino di casa dei miei in Italia – dove mi trovo ormai da alcuni mesi dopo il confinamento da sola a Parigi – in una sorta di residenza artistica e affettiva sto sperimentando e lavorando a nuove creazioni…

Simona Polvani

Di seguito pubblichiamo due poesie di Simona Polvani: un link ad una poesia sonora “suite poétique pour voix et live electronics e “Girare” , testo poetico e “performato”:

https://1drv.ms/u/s!ArssGQjPO1Uii6VVxNb065092ylWWA?e=USdRi7

suite poétique pour voix et live electronics (2013)

textes et voix enregistrée              Simona Polvani

live electronics                     Damiano Meacci

s_suite  (2013) est une pièce basée sur trois poèmes de Simona Polvani, intitulés Periplo (Périple), La Parola(La parole) et Fuga (Fuite). Ces poèmes sont de petites_formes, à la parole nue, à la limite de l’abstraction ou bien d’une consistance qui touche à la matière vivante. Ils parlent d’une intimité incessante, dans laquelle le corps sensuel est fibre mentale et la sensibilité est un œil de rapace. 

D’un point de vue musicale, s_suites’est développée en suivant, secondant et s’opposant aux textes poétiques. Un parcours sonore ramifié a été construit, tressant des matériaux prédéterminés avec des éléments improvisés. Les éléments sonores concrets et les matériaux électroniques ont été assortis à la voix de l’auteure qui dit ses poèmes et à ces traitements sonores numériques. Le but a été de créer différentes perspectives poétiques liées à la capacité de perception de l’auditeur-spectateur, sur des parcours fortement sensoriels, qui ouvrent l’imaginaire. 

s_suite a été jouée en avant-première dans le cadre de la troisième édition du Festival Comunitario delle Arti Sonore di_stanze, à Rome, en décembre 2013.

P.

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