Marisa

Marisa, Cuneo, Venezia, Santiago, Cordoba

Piemontese ma di sangue misto (madre quasi langarola e papà quasi leccese), veneziana d’adozione, capisco molti dialetti ma non ne parlo nessuno; ho sempre però avuto un grande amore per le lingue: da bambina, per far credere agli amichetti che ne conoscevo alcune, mi esibivo in un gramelot di mia invenzione (inventare era il mio forte: in prima elementare raccontavo ai bimbi della mia classe di essere stata a sciare in Africa!). Ma la fissa delle lingue non mi dava pace: mi fu negato dai genitori di frequentare anche una seconda lingua alle medie, sperimentazione della mia scuola alla quale parteciparono solo alcuni ragazzini di buona famiglia. I miei, meno ambiziosi, temevano che l’impegno sarebbe stato eccessivo. Forse non avevano torto, pur essendo una studente abbastanza brava, preferivo leggere e giocare, e i doveri scolastici li sbrigavo, sì, ma, appunto, sbrigativamente.

Cuneo sperimentava, e era arrivato il liceo linguistico, statale, pilota, con tre lingue. Lo desideravo follemente, ma il papà maresciallo e la mamma casalinga si opposero: col liceo non si trova lavoro, all’università non si può pensare se le bocche da sfamare sono tre. Perché non le magistrali? Giammai! Piuttosto ragioneria, con un sacco di materie tecniche detestabili ma due, dicasi due, lingue straniere! Convinti dal diploma finale spendibile, i genitori si arresero. Sopportai eroicamente la ragioneria, la tecnica commerciale, la dattilografia, la stenografia (non male, però, tutti quei ghirigori) e la calligrafia, per l’ultimo anno in tutte le scuole del regno. Me la cavai degnamente e mi diplomai con voti che mi permettevano il presalario, e allora ottenni anche l’università. Lingue! Ma dove? Ai diplomati dai tecnici ne erano aperte solo tre, ma di gran pregio: la Bocconi a Milano, l’Orientale a Napoli e Ca’ Foscari a Venezia. Mia madre brontolava: “Cosa te ne fai, trovi un impiego, ti sposi e morta là”. Ma al papà pugliese piaceva l’idea di un suo rampollo (un “rampollo femminile”, come nella Cenerentola di Rossini) laureato, e mi sostenne. Insieme ragionammo sulla sede: Napoli, ovviamente, troppo lontana (e forse il babbo la considerava anche un po’ pericolosa); a Milano non avrei potuto fare la pendolare giornaliera; era possibile tornare a casa a fine settimana, ma uno studente perde concentrazione se vive cinque giorni qua e due là (e forse quella grande città poteva presentare qualche pericolo); Venezia, invece, era tranquilla, abbastanza piccola: avrei potuto tornare a casa tre volte all’anno, a Natale, Pasqua e per le vacanze estive, e studiare con tranquillità.

Mamma cedette: appena laureata, tornerà al paesello, la sposiamo, e bon!, ragionava.

Le cose non andarono propriamente così: persi il presalario (ah, il fascino della libertà!), mi misi a lavorare, mi laureai fuori corso e restai a Venezia.

Intanto, avevo conosciuto il teatro: la mia prima parte era di una sola battuta: ”Lo farò, mio buon signore:” in qualità di Margherita, la moglie di Enrico di Navarra in Il massacro di Parigi di Marlowe per il Teatro Ca’ Foscari. Qualche anno più tardi facevo parte de Il Teatro del Doppio, una cooperativa con forse poca arte e sicuramente nessuna parte che si sciolse catastroficamente quando il suo capo, autore e regista nonché mio marito, aveva pensato che una compagnia di teatro potesse anche essere il suo harem. E così finì anche il mio matrimonio.

Ma avevo le mie lingue, che praticavo con amici in giro per il mondo e a scuola, perché insegnavo inglese.  La mia carriera scolastica era cominciata un po’ più tardi del normale: avevo lavorato in albergo, alla Galleria del Leone, dietro Piazza San Marco, dove avevo conosciuto Arman, César, Rauschenberg e molti altri pittori, e infine alla cooperativa libraria di Architettura.

E nel frattempo avevo lasciato Venezia per Mestre, e poi Marghera, e poi di nuovo Mestre, e avevo anche avuto qualche gatto: Minou, Baphomet, Velvet, Luna.

Pochi anni prima della pensione ho fatto il concorso per insegnare all’estero, e sono stata lettrice di italiano per due anni all’università di Valparaíso in Cile, e per quattro all’Universidad Nacional di Córdoba in Argentina. Ho conosciuto in quegli anni delle persone meravigliose, che mi sono state di grande conforto nella difficilissima situazione del mio lettorato in Cile. Ci siamo scambiati l’ospitalità nelle nostre rispettive sedi. Con e senza loro ho viaggiato molto in America Latina, terra meravigliosa che non finisce mai di stupire. 

Dopo la pensione, sono ritornata a Mestre: continuo a viaggiare, in Europa e in Italia, ma non penso a mete lontane, perché anche a pochi passi da casa si possono trovare le meraviglie.

Marisa

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