Querce

Maria Antonietta, Bari

Un libro di successo diceva che la vita comincia a quarant’anni. A Maria Antonietta  è capitato intorno ai 50 anni, dopo una vita piena si è reinventata ancora. Rimasta vedova, ha potuto sposare in chiesa l’uomo che era già suo marito civilmente. Non credeva che sposarsi in chiesa volesse dire, oltre che scambiarsi le fedi  davanti ad un altare, cominciare un percorso nuovo, impensabile per lei fino a poco tempo prima. Nella parrocchia  San Marcello che la ospitava, sposa non giovanissima ma piena di entusiasmo, conobbe lui, don Gianni de Robertis e tutto un mondo popolato dagli ultimi della terra. Era il 2015, papa  Francesco aveva  appena invitato i suoi fedeli a portare avanti  progetti concreti, e il parroco aveva  accolto  la sfida.

Don Gianni aveva trovato un appartamento in un quartiere borghese di Bari, San Pasquale, dove la gente di colore si era vista solo nei film e in tivù. In questo appartamento, preso con regolare contratto di affitto ad alto prezzo, venivano ospitati migranti neo-maggiorenni. Maria Antonietta mi racconta in breve il percorso intrapreso insieme ad altri volontari ed io la incalzo a proseguire con la frase: “Fatto ciò?….”

M. Antonietta

“Fatto ciò? Mi chiedi fatto ciò? Non sai quali difficoltà abbiamo affrontato: prendere casa non è stato nulla di fronte all’ostracismo dei condomini, convinti che “si sconvolgerà l’ordine del palazzo”. Chiamammo l’amministratore che ci negò l’autorizzazione ad usare la sala condominiale per le riunioni. Mandammo inviti per l’inaugurazione della casa, ma non giunse nessuno.Arrivarono le proteste, ma, dopo alcuni mesi, incontrandomi per le scale, una vicina mi chiese cosa ne fosse stato degli ospiti delle casa e si stupì nel sapere che, silenzioso e discreto, un ragazzo si era già installato lì da tempo. Noi lavoravamo per accompagnarli verso l’autonomia, loro, seguivano un percorso di studio e lavoro. I ragazzi immigrati, arrivati in Italia da minorenni, una volta raggiunta la maggiore età, vengono lasciati allo sbando, non sanno dove andare, cosa fare e il nostro compito è quello di instradarli, togliendoli da un percorso di devianza.

Il primo ospite, Ibrahim, veniva dal Senegal, era stato raccomandato dal parroco, viveva in una fabbrica abbandonata senza acqua  né luce, si recava alla scuola serale dopo aver riscaldato su una bomboletta l’acqua raccolta ad una fontanella, alcuni compagni di scuola gli lavavano i panni. 

Gli altri ospiti  che  lo seguirono ci  furono segnalati dai servizi sociali che sceglievano non soltanto in base al bisogno o al merito ma ma anche per la  fattibilità dei progetti di studio dei ragazzi da collocare.

Ci barcamenavamo tra difficoltà linguistiche, di tempo per incontrare i referenti, con i quali  c’erano troppe domande e poche risposte, ostacoli per le  differenze di usi e costumi. Mio marito era un sostegno impagabile per i rapporti con ragazzi che, essendo di religione musulmana, spesso non osavano guardare noi donne negli occhi e preferivano interagire con un uomo.

 Ogni ospite  disponeva di un budget per le spese personali e per la casa e  devo dire che essi  imparavano presto a gestire compere e pulizie organizzandosi in turni. Una volta ho insegnato  ad un ragazzo del Bangladesh a fare la spesa partendo dalle cose elementari come imbustare la frutta, usare il carrello, fare la fila alla cassa.  Insegnavamo poi il il tragitto per la scuola serale, l’uso dei mezzi pubblici. Spesso dovemmo gestire diatribe e litigi:  all’interno del gruppo c’è razzismo per chi ha la pelle più nera, usanze tribali per scoprire i colpevoli di piccole infrazioni, punizioni bizzarre.

Molti ragazzi  hanno trovato lavoro, alcuni con il nostro aiuto, altri da soli. Un ragazzo cingalese, dopo aver lavorato con successo presso un parrucchiere è stato sgridato dall’imam che  gli ha ribadito che un uomo non può assolutamente toccare i capelli di una donna. A quel punto abbiamo dovuto fare buon viso a cattivo gioco, rimpacchettare la divisa appena comprata per rispettare i dettami della sua religione.

Dal 2016  abbiamo una casa di proprietà, in comodato d’uso, tre stanze ben sistemate che possono ospitare ben sei ragazzi.

La quarantena seguita alla pandemia di coronavirus ci ha dato una forte batosta, molti ragazzi hanno perso il lavoro, ma noi resistiamo con forza, siamo querce, come il nome dell’associazione, le querce dI Mamre .

L’episodio”Le querce di Mamre, tratto da un racconto della Bibbia , insegna  che la comunione più profonda tra Dio e gli uomini non è tanto di natura culturale, ma conviviale: offrire da mangiare sotto un albero a tre viandanti nel deserto significa la possibilità di un incontro con Dio, più di quanto ciò non avvenga attraverso sacrifici”.

E noi, per gli ultimi della terra, siamo querce.

Maria Antonietta

https://www.facebook.com/associazioneperiplo/

R.

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