Cordoba, Talampaya, La Paz, Miramar e Iguazù

CIRCO dal passato

Novembre-dicembre 2009

Cordoba-La Paz- Talampaya

In Italia l’arrivo della primavera è annunciato dalla famosa rondine sotto il tetto a San Benedetto; qui il mondo è alla rovescia, e le rondini (i balestrucci) a Viña del Mar erano stanziali, si potevano vedere tutto l’anno; qui a Córdoba, invece, sono migratrici. L’altro giorno, durante una delle mie goduriose colazioni, ne ho viste sfrecciare alcune …. ma non credevo ai miei occhi! Saranno anche rondini, ma hanno dimensioni da pollo … beh, forse esagero, ma sono grandi come storni. E poi, chelle so’ fatte tutte nire nire, ma non sono rondoni (un arco alare e coda corta), rondini veraci sono, lo dice il mio libro/bibbia degli uccelli di Argentina e Uruguay; rondinone più cicciosette delle nostre classiche, dalla lunga coda forcuta e pancia bianca; la coda qui è più corta, la biforcazione poco pronunciata. E garriscono, e sfrecciano come le loro cugine europee.

Molto desiderate, finalmente sono arrivate le piogge: abbiamo avuto una infilata di giorni molto padani, con umidità al 100%, pioggerellina di tipo carducciano: la nebbia agli irti colli/ piovigginando sale …; naturalmente qui non c’è il maestrale e il mare non può né urlare né biancheggiare, o se lo fa non possiamo accorgercene, data la distanza da Córdoba; e ci siamo anche goduti qualche bella “scravazzata” con grandine e strade allagate. Immediatamente l’erba ha ripreso a crescere, la bignonia gialla rampicante ha ravvivato gli alberi con i suoi festoni brillanti, e persino la tipa, che lo scorso anno mi era parsa splendida a Buenos Aires e cachettica qui, si è coperta di fiori giallo sole che hanno cominciato a cadere a tappeto sui marciapiedi.

Luciana e io esploriamo nuove scuole di tango: dopo l’Arrabal, il Café de las Artes, la Unión Radical, siamo approdate allo Tsunami. È un vecchio capannone, recuperato ma solo molto parzialmente restaurato. Il bello è lo spazio, più alto e ampio che all’Arrabal, o al Café de las Artes, e con una bella pista in legno per ballare, e che viene tenuta abbastanza pulita, così non ci si impolverano troppo le scarpe, suole e tomaie … e c’è un buon rapporto maschi-femmine, non troppi studenti, e almeno all’inizio, una speciale attenzione a correggere gli errori acquisiti in mesi di lezioni poco accurate; qui i maestri, Susana e Martín, seguono con molta attenzione gli allievi, ai quali non chiedono exploit spettacolari, ma postura corretta del busto, i giusti movimenti dei piedi, e così via.

Ma continuiamo a frequentare anche gli altri posti, magari con meno regolarità, non vorremmo mai perdere i nostri vecchi compagni di classe: Nicolás, il pittore iperrealista, minuto ma con un culto egolalico niente male. Ballare con lui certe volte è peggio di un esame per entrare nel corpo di ballo della Scala. Tre passi e poi tutto da capo, perché la signora fa il passo troppo lungo, troppo corto, troppo anticipato, o salta un passaggio. Esercitare potere sulla dama è prerogativa del macho tanguero (magari anche tànghero), qui forse potenziato dalle sue insospettabili (dato che è biondo con gli occhi chiari) origini lucane (certo normanne) e dal narcisismo dell’artista.

Ma forse sono poco generosa: grazie alla sua pignoleria sono riuscita a imparare certi passi.

E come dimenticare Manuel? Per struttura fisica rassomiglia in modo inquietante alla Pulce di Blake, torso grosso, collo possente: il suo modo di guidare la dama è piuttosto rozzo, a volte ti fa provare le emozioni di uno shaker nelle mani di un barman norvegese.

Allo Tsunami c’è Rodrigo, piuttosto grasso, ma paziente e bravo: ballare con lui è un piacere.

La Mar Chiquita è un posto davvero particolare. È un grande lago salato (6000 km2) con tre affluenti e nessun emissario. È poco profondo, e quindi offre un habitat prezioso per una gran quantità di uccelli. Ospita la maggior colonia di fenicotteri dell’America del Sud, una delle più grandi al mondo. E poi spatole, cavalieri d’Italia, ibis, sterne, pavoncelle …. Ci sono arrivata un venerdì sera tardi, dopo un viaggio di 4 ore in pullman. Mi sono stabilita in un alberghetto della cittadina di Miramar.

Dicevo che è un posto speciale, evidentemente qualcosa nell’aria mi ha resa stranamente attraente. Prima di tutto per le zanzare che, nonostante la zanzariera, il repellente e l’aria condizionata, si sono raccolte in adorazione intorno al mio corpo, baciandomi numerosissime volte. Io, ingrata e crudele, non ho esitato a sacrificare le mie ammiratrici non appena me ne offrivano il destro. La mattina il lenzuolo e i muri recavano evidenti tracce dell’ecatombe.

Mi sono alzata, nel corridoio un signore dormiva in poltrona; nella sala da pranzo e alla reception, nessuno, anche se erano passate le sette. La porta, chiusa a chiave. Ho trovato però un’uscita per vie secondarie e ho fatto una prima ricognizione del luogo, prima che il figlio del guardiaparco mi venisse a prendere per andare a fare una (improbabile) escursione. Infatti, si sarebbe dovuti andare via terra a fare avvistamento di fenicotteri, ma durante la notte era piovuto molto, e già sapevo che i sentieri sarebbero stati impraticabili.

Sono rientrata per la colazione (meschinetta) e, mentre leggiucchiavo un po’ di Gadda, è entrato il tizio della poltrona. Mi guarda e viene diritto verso di me, fissandomi negli occhi, e si siede al mio tavolo. E poi tira fuori una voce ancora impacciata dal sonno, o dall’emozione. E mi chiede qualcosa sugli angeli. Si fa dare una biro e mi porge un tovagliolo di carta: un invito a scrivere? Disegno un paio di ali, una spada e un drago: l’arcangelo Michele, dico. Gli scendono lacrime dagli occhi. “Hai energia”, mi dice. Sono imbarazzatissima, non so cosa fare, cincischio, poi mi scuso e vado a prepararmi per il figlio del guardaparco.

Naturalmente l’escursione è saltata, ma ci diamo appuntamento in tarda mattinata per vedere se il tempo permetterà il giro in barca. Cautamente, cercando di sottrarmi alle influenze angeliche, me la svigno, per fare una passeggiata lungo la costa. Il mio magnetismo però non si smentisce, e vengo immediatamente seguita da due cani, uno moro e uno biondo, che tentano anche di leccarmi la mano e mordicchiarmi affettuosamente. Li dissuado, ma non mi sbarazzo di loro; anzi, sulla via del ritorno, la banda raddoppia il numero dei suoi componenti.

La passeggiata mi offre una quantità di incontri: cigni e fenicotteri nella laguna, che si alzano in grandi voli spettacolari quando i miei due amici gli si avventano contro galoppando nell’acqua bassa; una coppia di civette Paquén (Athene cunicolaria) che fanno il nido nelle tane più o meno abbandonate di altri animali; una lepre che scappa a gambe levate inseguita dai miei instancabili custodi, e un discreto numero di pavoncelle che si mettono a strillare non appena mi avvicino, per poi alzarsi girandomi intorno irritatissime, spiegando le bellissime ali nere, brune e bianche.

Il paesaggio è strano perché negli ultimi tempi, a causa della siccità le acque si sono in parte ritirate, lasciando allo scoperto ruderi che sarebbero altrimenti sott’acqua. Si tratta di edifici che furono sommersi durante una grande piena, e che vennero poi dinamitati. Qua e là, scheletri biancheggianti di alberi – credo eucaliptus – e tronchi spezzati di palme, quel che resta dei giardini d’antan. A rendere più sinistro lo spettacolo, un edificio in rovina ma ancora in piedi, al di là dell’arroyo.

A mezzogiorno il giovane Franco Michelutti, stirpe furlana, mi conferma la gita del pomeriggio. Poi, mentre sono di nuovo a zonzo, mi abborda dal suo motorino: sta andando all’Hotel Vienna, e mi offre un passaggio. Accetto volentieri, e scopro che si tratta dell’edificio fatiscente che avevo già notato. Franco mi racconta che il Grand Hotel Vienna era un luogo frequentatissimo negli anni 40 del secolo scorso, soprattutto da tedeschi e croati; ma che, alla fine della guerra, il proprietario se ne andò, portandosi via solo un cofano contenente probabilmente il leggendario vasellame d’oro e d’argento, e cose di valore. Lasciò un custode, che venne tempo dopo trovato morto, avvelenato. Della piscina, la spa, i saloni, l’ospedale e tutto il resto non c’è quasi più traccia. Niente intonaci, solo mattoni sconnessi, e una piccolissima parte malamente recuperata adibita a museo, ma quasi sempre chiusa. Tutt’intorno, mattoni spezzati.

Graciela, però, smentisce la versione: da ragazzina è stata qualche volta ospite dell’albergo, il che significa che non è durato così poco.

Ho scoperto poi che sia il Vienna, che l’Eden (di Alta Gracia?), appartenenti allo stesso proprietario, vennero in seguito “acquisiti” dal fratello di Evita Perón …

L’escursione pomeridiana, complice il tempo che sembra essersi miracolosamente rimesso, si fa in un gommone. Ci sono Michelutti padre, Pablo, faccia arrostita dal sole e barbone bianco tra il nostromo e il profeta; il giovane Franco, e una coppia di argentini loro conoscenti. Ci avviciniamo alla colonia di fenicotteri, impegnati in danze nuziali o in voli spettacolari, abbastanza da poterli osservare con i binocoli senza disturbarli. Mai visti tanti tutti insieme, tranquillamente intenti ad alimentarsi pescando nelle acque basse con i grossi becchi, o a passeggiare con andatura elegante, in piccoli gruppi.

Ritorno col pullman, sono a Córdoba poco dopo la mezzanotte. Ma se posso, tornerò per fare l’escursione di terra …

Con Luciana e Raffaella sono stata un fine settimana ai parchi di Talampaya (provincia della Rioja) e Valle de la Luna (provincia di San Juan). Sono praticamente confinanti, ma molto diversi tra di loro. Luciana e io siamo arrivate a San Juan di mattina, dopo un viaggio notturno in Pullman, e con la nostra guida siamo andate a recuperare Raffaella all’aeroporto. La nostra prima sosta è stata al santuario della Difunta Correa. È una “santa popolare”, della cui esistenza mi sono accorta per la prima volta durante il mio viaggio in Patagonia del 2008. Si dice che sia morta di sete attraversando proprio questa zona desertica mentre andava a trovare il marito malato, portando con sé un figlioletto lattante; narra la vox populi che la madre morta continuó ad allattare il piccolo che fu trovato vivo sul suo cadavere. I suoi santuari, animitas in Cile, sono caratterizzati dalla solita cappelletta, immagini, bigliettini, fiori, a volte statuette che la raffigurano morta col piccolo al seno, e offerte soprattutto di bottiglie di acqua, ma anche di altre bevande e cibi.

Il santuario qui vicino a San Juan è impressionante, un trionfo del sincretismo: ci sono immagini sue, della Madonna, e c’è persino una statua di una venere con al collo un rosario e simboli della Difunta Correa.

Le sono devoti i viaggiatori in genere, e il luogo è tappezzato di targhe e ruote di auto. E di lapidi, ex-voto, cappellette … tutta una collina è piena di cappellette, e c’è anche una scala di legno, con baldacchino a protezione dal sole che la gente sale in ginocchio. Non sono stata a Lourdes, ma questo sicuramente è il santuario più santuario che abbia mai visto

È una regione di altopiano molto arida, dall’orizzone vasto; quando siamo arrivate soffiava il vento Zonda, che è caldissimo e solleva nuvole di polvere che resta in sospensione formando una nebbiolina che attenua i contorni delle rocce all’orizzonte. La vegetazione risalta sulla terra rossa, specialmente i cespugli di brea, con i fusti di un verde brillante e i fiori gialli. Dovunque volano dei pappagalli scuri, un po’ più grandi delle cotorras (cocorite) e che vengono qui considerati un disastro perché mangiano tutto quello che trovano (un po’ come i nostri stornelli).

Un’iguana rosa ci ha attraversato la strada: ci siamo fermati per vederla meglio, ma è scomparsa tra i cespugli.

Finalmente abbiamo raggiunto il parco del Valle de la Luna, una distesa di dune grigio pallido, con formazioni di roccia bellissime, con strati di diversi colori tutti piuttosto delicati. Tra queste, quello che chiamano el campo de bochas, il campo di bocce (evidente l’influenza dell’italiano): sono proprio delle palle di roccia, alcune piccole, altre grandi come palloni da calcio e alcune anche più grandi. Emergono lentamente dal sottosuolo e il vento poi le scopre del tutto.

La sera dormiamo in un albergo a Valle Fértil, dove c’è un piccolo lago artificiale.

La mattina dopo varchiamo il confine della provincia, e siamo nella Rioja, dominio dell’ex presidente Meném. Qui ci aspetta un altro parco bellissimo, quello di Talampaya, le cui formazioni rocciose avevamo potuto osservare in lontananza dalla valle della luna. Predomina la roccia ferrosa, e il colore è rosso, a volte quasi violaceo. E ci sono delle formazioni rocciose gigantesche, che sembrano edifici usciti dalla penna del disegnatore francese Moebius. Ci sono anche delle incisioni rupestri, di animali e di cerimonie. Ma le popolazioni che vissero qui sono scomparse da tempo immemorabile.

Raffaella mi ha anche coinvolta in un altro viaggio: La Paz e il lago Titikaka in Bolivia.

Ho accettato volentieri perché con lei viaggio bene, e perché a marzo lei rientra in Italia, e quindi, per un po’ di tempo non faremo più spedizioni di questo tipo.

La Paz è una città incredibile, che si è sviluppata moltissimo negli ultimi anni, diventando praticamente due città: la parte antica nell’avvallamento che in tempi preistorici era un mare, e la parte nuova, El Alto, dove vivono in casupole due milioni di persone, in prevalenza indios Aymara – la stessa etnia di Morales. Fin dalle prime ore del mattino è rumorosissima, perché ci sono pochissime auto private, ma grandi masse scendono ogni giorno a lavorare nella città vecchia a bordo dei trufis, minibus stipati fino all’inverosimile. A ogni fermata una chola (una india in abito tradizionale), o un ragazzo si sporge fuori della portiera e grida con voce acutissima le destinazioni successive. C’è un continuo brulicare di gente, e una buona parte delle donne indossa abiti tradizionali: un’ampia gonna a volant di colori vivacissimi, anche dorata o argentata, lunga fino alla caviglia e un grembiule che copre tutto il davanti del corpo (sembra che in realtà indossino numerose gonne, una sull’altra); dal cappello di feltro con coppa alta e stretta sbucano le lunghe e folte trecce nere unite al fondo da un nastro, che ricadono sul grande scialle di seta artificiale. Dicono che sia una versione indigena dell’abbigliamento delle dame spagnole.

Moltissime persone esibiscono sfolgoranti sorrisi: crisostomos, hanno denti d’oro, che non vedevo da decenni, e che in Italia usano ormai solo gli zingari.

Il centro storico conserva ben poche vestigia dello splendore coloniale, dato che moltissimi edifici hanno lasciato il posto a grattacieli e altre costruzioni piuttosto brutte che fanno a pugni col poco di bello che è rimasto e che viene privato anche della giusta prospettiva da cui essere visto, come per esempio la chiesa di San Francisco, bellissimo esempio di barocco coloniale.

Sicuramente Morales sta lavorando per migliorare le condizioni di vita dei boliviani, ma la povertà è ancora davvero molta. Abbiamo avuto la fortuna/sfortuna di capitare in questo paese proprio durante le elezioni: Evo è veramente popolarissimo tra la gente comune, che ne parla con tale ammirazione, entusiasmo e affetto da rasentare il culto della personalità. Lo slogan era EVO DE NUEVO, e di nuovo è stato eletto questo presidente indio. Ma, a causa delle votazioni, la città si è bloccata: divieto di circolazione di mezzi privati e pubblici non autorizzati, musei e ristoranti chiusi; il provvedimento, mi è stato detto, si è voluto per permettere a tutti di andare a votare senza timore o indebite pressioni.

L’agenzia boliviana alla quale l’agenzia di Buenos Aires ha affidato il nostro giro ci ha praticamente mollate in una città per la prima volta silenziosa e semideserta, dove però non avevamo niente da fare, visto che di domenica le chiese (uniche cose visitabili) hanno funzioni e quindi non è opportuno girellarci da turisti. La Paz è una città a 4000 metri, tutta a saliscendi, quindi non è nemmeno facile macinare chilometri come si fa in qualsiasi altra. Il tecito (piccolo tè) di coca dovrebbe aiutare a sopportare l’altitudine, ma comunque un blando soroche, sotto forma di mal di testa, mi ha un po’ molestata i primi due giorni.

Il tè di coca è molto comune, e ci sono addirittura degli strani personaggi nella città alta, che si siedono sulla soglia di piccole tende da campeggio e leggono il futuro nelle foglie di coca, appunto.

I nostri tre giorni e mezzo si sono quindi ridotti a due e mezzo; abbiamo però visitato un’altra “valle della luna”, nei dintorni della città la prima mattina, un’impressionante agglomerato di formazioni rocciose color ocra pallida, anche se la nostra guida aveva fretta di portarci a visitare un ceramista amico suo dal quale abbiamo comprato a caro prezzo alcuni oggetti, e poi un piccolo museo archeologico con parecchi corredi funebri in oro di epoca Huayanacu. Con un’altra e miglior guida abbiamo poi visitato il sito di Huayanacu, ancora quasi tutto da scavare, e il villaggio non lontano, a una ventina di chilometri da La Paz.

Il pezzo forte del nostro viaggio è stata l’escursione al Titikaka, il lago navigabile più alto del mondo; è anche molto esteso, e si divide in due parti, il Menor e il Mayor. Partendo da La Paz siamo stati accompagnati dalle maestose cime innevate delle Ande, tra cui spiccano l’Illimani molto vicino alla città, e il Potosì Huayna: ambedue superano i 6000 metri.

Con un pullmino abbiamo raggiunto uno stretto tra i due e siamo stati traghettati da San Pablo a San Pedro de Tiquiña su una barcaza, una specie di chiatta a motore dall’aria piuttosto malandata; con lo stesso tipo di imbarcazione, solo più grande, si traghettano anche i grossi pullman turistici o di linea. Abbiamo attraversato l’altipiano, che si faceva sempre più verde di man mano che ci si avvicinava al Titikaka: qua e là si trovano gruppetti di casupole di adobe, le abitazioni degli Aymara che lassù coltivano fave e altri legumi, e allevano un po’ di bestiame, tra cui dei piccoli porcelli scuri e pelosi, e dei ciuchini grigi.

Finalmente siamo arrivate a Copacabana, che però non ha niente in comune con quella più famosa di Rio, a parte il fatto che è proprio da questo santuario alla Vergine che tutti gli altri sono derivati. È una Madonna che riscuote grandissima popolarità (ma assai meno della Difunta Correa), e la chiesa, coloniale, a vari corpi, è tutta intonacata di bianco con bellissimi tetti in maiolica colorata. Il paesetto però si riduce a un piccolo mercato più i soliti negozietti e bancarelle di ricordini che vendono le solite cianfrusaglie per turisti pseudoandine o pseudomapuche, in pseudocotone o pseudolana o pseudoceramica, uguali in tutti i paesi che ho visitato finora Brasile a parte. Unici artefatti veramente tipici sono gli oggetti fatti con il giunco locale (totora).

La nostra guida va a recuperare un gruppo di turisti che gli spettano e tutti insieme ci porta in cima al cocuzzolo che domina il lago, dove assistiamo a una taroccatissima cerimonia alla Pachamama che termina con l’offerta di foglie di coca e figurine simboliche di zucchero bruciate e una benedizione con aspersione, officiata da uno pseudoinca con poncho colorato e berretto tipico.

Ma il luogo è bellissimo, la vista sul lago sfolgorante e l’interessante piccolo museo si fanno perdonare il kitsch. Finalmente scendiamo e saliamo a bordo di una lancia dove pranziamo mentre l’imbarcazione si dirige verso l’isola del sole. Il vino boliviano, consigliato dalla guida, è pessimo e viene abbandonato dopo il primo sorso. La giornata di sole rende la navigazione gradevolissima; il lago è enorme, si ha la sensazione di essere sul mare. Arrivati all’Isola del Sole ci fanno trasbordare su grossa una barca di totora, simile a quelle che abbiamo visto nel museo, e le cui antenate avrebbero potuto attraversare l’oceano. Peccato che sotto la copertura di giunco, e nonostante la polena rappresentante un giaguaro ghignante, si indovini la semplice barcaza, e nonostante i due pseudoinca ai remi e la vela issata con una certa enfasi, si senta il rumore del motore. Siccome i nostri compagni di gita sono nordamericani e australiani in gran parte, lo spettacolino non finisce lì: uno dopo l’altro vengono invitati a indossare poncho e berretto e a mettersi al remo, per poter essere fotografati in tale eroica e autentica attitudine dagli amici. Quando lo propongono anche a me, sostengo che mi sono appena andate via le vesciche per aver remato in gondola, e ci tengo ad avere mani senza calli.

Al ritorno nella capitale andiamo al Mercado de las Brujas, un dedalo di stradine in salita dove si trovano bancarelle, negozietti, bancarelle. Tra i soliti ricordini per turisti si possono trovare delle belle cose in argento o alpaca, tessuti antichi e nuovi di lana di alpaca. Io cercavo degli angeles arcabuceros, tele raffiguranti angeli con archibugio, tipici della scuola di Cuzco: ovviamente riproduzioni. Mi sono fatta scappare un affare di quattro, e quando poi finalmente ne ho trovati altri, il prezzo era ben più alto. Il nome del mercato – bruja vuol dire strega – deriva dal fatto che vi si vendevano – e si vendono ancora – rimedi naturali e “magici”. Vi si vedono piccoli animali disseccati e stranissimi oggetti sulla cui natura ho preferito non indagare.

Il 7 dicembre, mio compleanno, ho invitato Raffaella a cenare nel ristorante panoramico del nostro albergo. La vista di La Paz notturna, con una miriade di lucine che scintillano sui fianchi dei colli su cui cresce, è mozzafiato. Ho scelto un vino cileno che conosco; il giovane cameriere, spaventato dalla cifra che la bottiglia rappresentava, ha cominciato a stapparla al nostro tavolo, ma il tappo gli si è rotto. In ambasce, si è trasferito a un tavolo vicino (per fortuna al ristorante c’eravamo solo noi), e ha cominciato a armeggiare disperato per salvare la bottiglia, cosa che gli è riuscita dopo un po’. Mi ha versato un po’ di vino per farmelo assaggiare, e gliene è caduta una grossa goccia sulla tovaglia. Mi sono sforzata di darmi un contegno. Il vino sapeva leggermente di tappo e ho cominciato a spiegarlo al poveretto: volevo che capisse che non era colpa sua, ma che il vino si doveva rimandare indietro. Raffaella, più saggia, mi ha comunicato a denti stretti che non era il caso. Allora gli ho detto “Está bien, gracias” e ci siamo bevute il vino al tappo, che tra l’altro la notte ci ha svegliate con un bel mal di testa.

Con la collega Antonella di Tucumán e Silvia, una formatrice italiana che ha tenutto un corso di formazione alla loro università, sono stata finalmente a vedere la Estancia La Candelaria: un viaggio di tre ore buone di cui cinquantacinque chilometri su un’accidentatissima e stretta strada sterrata, in un paesaggio aspro ma suggestivo. L’estancia è la più piccola, ma se ne sta appoggiata su un tappeto verde di erba costellata di piccoli fiori rossi e lilla, selvatici; il suo candore spicca sullo sfondo di un limpidissimo azzurro solcato da voli di rondini. Intorno, un silenzio da fuori dal mondo.

Cascate dell’Iguazù

Bene bene, lo Sheraton è un po’ trucho (taroccato): la vasca da bagno doveva essere un po’ deteriorata, e l’hanno riverniciata con lo smalto bianco, come ho fatto io con la mia a Zelarino; è una vaschetta misera misera ….. L’asciugacapelli è nell’armadio, non come quelli che si usano adesso, incorporati nel muro. Avevo chiesto una notte allo Sheraton per avere la vista sulle cascate, ma invece non ce l’ho!!! Speravo di prendermi un aperitivo con la vista, ma tutte le poltrone sono occupate, perché sta piovendo … Un inizio alla Fantozzi? Ma l’arrivo, sorvolando la foresta pluviale, che meraviglia! Verde, verde, verde, un mare, da annegarcisi, specie per chi viene da un paesaggio semidesertico, come quello di Córdoba. E poi, una gran colonna di fumo, o vapore, che si solleva dal verde e va a raggiungere le nuvole basse che fanno da baldacchino alla foresta: e capisci che è la massa di acqua polverizzata delle cascate, e cerchi di immaginarti come possa essere con il sole nella giusta posizione, quanti arcobaleni possa creare. A onta della stanzuccia, e riuscita finalmente ad accaparrarmi a table with a view per l’aperitivo (caipirinha, vista la vicinanza col Brasile; il mojito e il margarita mi sembravano troppo esotici), mi sono sentita generosa e ho invitato una coppia di yankee maturi a condividere con me lo spazio privilegiato; ambedue vestiti (lei in tuta, lui maglietta polo) di rosa corallo. E ora, andiamo a provare la cucina dell’albergo. Poi a nanna, e domani sveglia presto per fare qualche foto mattutina dopo la ricca colazione esotica che già pregusto.

La foresta è sonora, piena di cicale gigantesche che friniscono (ma forse qui sarebbe opportuna un’altra onomatopea: dicono “ssssiiii, ssssiiii …”), uccelli nascosti che fanno mille fischi e zirli e risate, gocce che cadono dalle foglie, movimenti sospetti, liane come serpenti, fiori – non molti – giganteschi e carnosi; e sopra tutto, il rumore delle cascate, che ti appaiono all’improvviso, prima una parte del gran ferro di cavallo principale, e poi altre cascate secondarie, qualcuna ornata di arcobaleno. E grandi voli di uccelli minuscoli o giganteschi, neri o colorati; e l’acqua polverizzata che si solleva come un gran fumo dal fondo del bacino, dove aspettano le barchette con le quali si faranno le escursioni. Le agenzie funzionano un po’ come vogliono, e io sono troppo distratta, devo imparare: il giorno di Natale non mi hanno messo nessuna escursione. In ogni caso mi sono programmata una visita al parque de las aves (parco degli uccelli), ci andrò con calma la mattina e passerò il resto della giornata nella piscina dell’albergo.

La parte brasiliana delle cascate è una passeggiata di meno di un chilometro e mezzo su un sentiero pavimentato a cemento con ringhiera e vista costante sulle cascate, il cui 75 per cento è in territorio argentino. Bella visione d’insieme, quindi, mentre la parte argentina offre più immersione totale nella selva e anche nell’acqua. Poi si arriva a un mirador finale, con passerella sul bacino dove una parte della cascata precipita. Meno farfalle da questa parte, e poi, al ritorno, sosta a un orribile duty free che non ha niente di interessante, alcoolici a parte.

Passo all´hotel Saint George, discreto, a parte l´umidità che impedisce persino al costume da bagno di asciugarsi, e l´acqua del bagno che viene giù marrone come pipì di bufalo: non è sporca, è il deposito che si forma nei serbatoi, qui è tutto rosso, la polvere delle strade, la terra nelle aiuole, le rocce.

25 dicembre

Trucho trucho il giorno di Natale, tutto chiuso. Sono andata in autobus a la casa da las aves, all’inizio del parco, mi avevano detto che era aperta, invece era chiusa. Allora ho tentato un altro itinerario consigliatomi, e sono tornata in paese, ho scammellato fino al fiume, sciogliendomi nel calore torrido e umido, e ho scoperto che oggi non funzionano nemmeno le barche che fanno il giro del fiume, fino al confine col Brasile, e poi fin dove l’Iguazú si getta nel Paraná. Così mi sono rifatta la scammellata in salita e ho deciso di concedermi un paio di ore nella piscina dell’albergo.

26 dicembre

Gita alle rovine della estancia gesuitica di San Ignacio; in programma anche una visita a una miniera di pietre preziose (altra furbata, come la sosta al poco invitante duty free tra Brasile e Argentina). Ma le rovine dell’estancia sono molto interessanti e suggestive, e naturalmente, mentre la guida ci dà le informazioni storiche e tecniche, il pensiero va al film Mission, le cui vicende si svolgono proprio da questa parte del mondo.

La mattina della partenza rinuncio alla programmata escursione Iguazù Safari, che mi impegnerebbe per quattro ore, appesa a corde, su e giù per gli alberi della selva tropicale e altre amenità turistiche, per poi arrivare in albergo, recuperare la valigia senza nemmeno farmi una doccia e schizzare all´aeroporto, e vado finalmente all´agognato Parque de las Aves, una specie di struttura LIPU argentina dove vengono curati e rieducati uccelli e altri animali che poi, se possibile, si reinseriscono nel loro habitat naturale. Escursione piacevole, seria e interessante anche se non spettacolare.

Ritorno, dopo un viaggio senza sorprese, a Córdoba, dove continua a piovere a intermittenza, e la jacarandá sta sfoggiando una seconda fioritura.

Marisa

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