PATRIZIA C.

Patrizia C.

Il Cairo

Trovarsi al Cairo, con due valigie da 30 kg l’una, 23 kg di bagaglio in eccesso,  e un organetto, non è cosa da poco. Inizialmente confusa, mi rifugio nel noto (almeno nel mio quartiere) Hotel Flamenco. Rasento la disperazione quando mi rendo conto che la tv dell’albergo non trasmette neanche un canale in lingua italiana. Il Wifi è pessimo: per riuscire a comunicare con il resto del mondo uso il mio cellulare come hotspot.  Finalmente trovo casa…ma l’idea di trasferirmi sola soletta in un appartamento situato nel quartiere più posh di una città che mi è ancora assolutamente estranea mi fa esitare: ora chiedo al Flamenco se vogliono adottarmi…dai…in fondo sono stata bene qui. Ne sei sicura? In fondo sei rimasta chiusa dentro mentre nessuno riusciva ad aprire la tua porta dall’esterno. Ricordi la sensazione di panico? Un impiegato dell’albergo è dovuto saltare sul mio balcone dalla stanza accanto mentre io urlavo “no, non fatelo saltare, vi prego, è pericoloso!” e pensavo:”ecco, se ora lui cade giù dal quinto piano sarà colpa mia …e io mi sentirò in colpa per tutta la vita….e non avrà per me alcun senso restare ancora in Egitto….”. Certo, le incomprensioni  in questo albergo non sono mancate: dopo solo una settimana sono caduta per strada (sappiate che qui camminare sui marciapiedi è quanto di più rischioso/pericoloso possa esserci, un’esperienza per me più adrenalinica del rafting o dello jumping) e dopo aver disperatamente cercato del ghiaccio secco in farmacia – dove nessuno mi capiva – rientro (fiduciosa) al Flamenco, spiego loro  che sono caduta e mi sono fatta male a un piede, e chiedo se, per cortesia, possono portarmi del ghiaccio in camera. Ebbene, dopo almeno due sollecitazioni telefoniche (avrei sicuramente avuto bisogno di maggiore empatia) mi sono vista arrivare una coppetta di porcellana piena di cubetti di ghiaccio, avranno pensato che volessi stordirmi con un cocktail? 

Dopo due settimane, molto riluttante – lo ammetto – mi trasferisco nella nuova casa e nello stesso giorno si annuncia la chiusura delle scuole e delle università, il coprifuoco a partire dalle 19, negozi chiusi; a questo si aggiungono le  notizie non certo incoraggianti provenienti dall’Italia. 

Giorni di angoscia, in cui il disagio, la confusione e, potrei dire, il dolore per la distanza dalla mia famiglia, la solitudine – non conosco nessuno – l’ansia per i miei a seguito delle notizie che arrivano dall’Italia, mi rendono talmente vulnerabile da scoppiare a piangere  – un pianto dolce, un pianto che mi accarezza, un pianto che mi conforta – anche solo al sentire l’odore del caffè o gli amici del Ruggito del Coniglio.

Dei primi dieci giorni nella mia nuova casa ricordo solo la sensazione di non farcela, la solitudine (non volevo parlare con nessuno in Italia perché sarei crollata immediatamente), il sentirmi prigioniera nella mia stessa casa (avrei avuto bisogno di tante cose ma ero terrorizzata all’idea di uscire per andare a fare delle spese ed essere contagiata a causa della totale assenza di misure di contenimento del contagio), la tristezza, la malinconia.

Per mia grande fortuna, la comunità italiana di CNV (Comunicazione NonViolenta) con cui pratico da quasi 4 anni, anche in tempi di Covid ha continuato a darsi da fare e a organizzare degli eventi on line. Prendere parte a gruppi di pratica CNV, mi ha restituito la voglia di rimettermi in gioco, la forza e il coraggio di abbandonare la mia zona di comfort e, piano piano, riuscire a condividere e accettare la mia vulnerabilità. Da lì non mi sono più fermata e ho proseguito, partecipando a corsi di yoga, pratiche di mindfulness e di meditazione, nonché appuntamenti settimanali con compagne di ascolto empatico nel Texas e nel Montana.

Anche il mio organetto (benedetto), ha giocato un ruolo importante in questo mio viaggio di resilienza: ho trovato il coraggio di chiedere al mio vecchio maestro di riprendere, dopo 5 anni, le lezioni via Skype. Abbiamo ricominciato tutto da zero, non ricordavo più neanche una nota, eppure…con pazienza, fatica, ostinazione, determinazione, voglia e nostalgia – dolce – dei concerti, delle danze e della musica che amo, mi sono rimessa in gioco, scrivendo bigliettini ai miei vicini francesi per scusarmi dei miei goffi tentativi di suonare un valzer o una scottìsh.

Il mio organetto, sempre lì sul divano, in attesa, è diventata una presenza rassicurante, il cucciolo che mi aspetta fiducioso, con cui scambiare infinite coccole, e che, con tanta dolcezza, mi rammenta tutti i giorni le cose belle a cui sono legata e che ritroverò al mio rientro in Italia.

A presto, donne con lo zaino!

Patrizia C.

One thought on “PATRIZIA C.

  1. Quando sei partita, ti ho promesso che sarei venuta a trovarti in occasione del viaggio alla scoperta dell’Egitto che sogno di fare fin da bambina e che avevo quasi organizzato per tre volte per poi rinunciare…Questa volta ci si è messa la pandemia a infrangere i miei/nostri piani ma come si dice qui in Francia “c’est seulement partie remise!”.
    Patrizia

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