Calati juncu che passa la china

Marisa

Calati juncu che passa la china ( proverbio siciliano:piegati, giunco, che passa la piena)

Venezia, 27 febbraio – 10 maggio 2020

Il Coronavirus è a casa nostra da appena una settimana, e sembra già un’eternità. C’è una gran confusione, perché “forse abbiamo fatto bene, forse abbiamo fatto male, forse gli altri paesi europei non sono scrupolosi come noi, o forse” … Insomma, ciascuno dice la sua, ma nemmeno coloro che dovrebbero informare in modo autorevole sembrano essere d’accordo. Intanto, però, l’Italia viene boicottata come meta turistica – e non solo; gli italiani non possono prenotare vacanze all’estero, e si capovolge addirittura il tradizionale razzismo dei settentrionali verso i terroni: adesso sono loro che non vogliono più i nordici tra i piedi. Questa sembra quasi una nemesi storica, e la terrona che è in me non può che sogghignare con una certa amarezza per questo Coronavirus che sembra vendicare i nostri padri emigrati al nord di cui si narrava coltivassero pomodori o basilico nella vasca da bagno, anziché usarla per lavarsi.

In ogni caso, ci mancava solo questa nuova crisi che si innesta su quella del 2008 da cui non ci eravamo ancora ripresi.

Qui nel Veneto, come in Lombardia, siamo anche senza cinema e teatri; per fortuna le giornate sono piuttosto belle, per cui si può approfittarne per vedere Venezia come era prima dell’invasione del turismo di massa. Non ci salva dalla recessione, ma è bene non lasciarsi scappare i momenti di gioia.

Anche perché non si sa poi come andrà a finire con la nostra permanente crisi politica!

Cominciano a fioccare decine e decine di Whatsapp spesso ironici o addirittura geniali.

Un mese di Coronavirus: siamo sotto assedio, reclusi con permesso di uscire solo per le emergenze – acquisti cibarie, farmacia – autocertificate (il modulo per l’autocertificazione è già cambiato tre volte). Gli spostamenti devono essere limitati all’area circostante l’abitazione (basta passeggiate nella Venezia abbandonata dai turisti). Per chi esce, c’è l’obbligo di mantenere le distanze, almeno un metro, meglio due, e di indossare le mascherine chirurgiche (certuni hanno quelle con le valvole che non so bene come funzionino). Nei negozi si entra uno a uno, si aspetta fuori in file ordinate e mantenendo la distanza di sicurezza. L‘imperativo è lavarsi frequentemente le mani.

La vita è sicuramente cambiata, i mondi distopici di cui abbiamo letto in Cecità di Saramago, La nube purpurea di Shiel e tanti altri romanzi sono diventati realtà.

Moltiplichiamo i contatti telefonici, via Skype e Whatsapp, via e-mail, ci ricordiamo di chi è solo.

Alcune persone sono molto seccate e impazienti. Io ho mandato messaggi con il consiglio di rileggersi Il Diario di Anna Frank, tanto per sottolineare che la nostra è una reclusione di lusso, con ampia possibilità di contatti con il mondo. Perlomeno non dobbiamo evitare i rumori, dato che non ci aspetta nessun campo di sterminio.

In ogni caso, anche adesso che è quasi Pasqua e sembra che l’infezione lentamente perda la sua virulenza, è chiaro che passerà molto tempo, mesi forse, prima di tornare alla vita normale (se mai ci torneremo). Siamo tra l’incudine dell’infezione e il martello del disastro economico. Non solo l’Italia, praticamente tutto il mondo, è la pandemia. Ma noi eravamo già fragili, non avendo mai superato la vecchia crisi. Aspettiamo aiuti anche dall’UE, ma qualsiasi aiuto o provvedimento ci costerà moltissimo. Possiamo solo sperare che gli aiuti vengano usati bene, che non si facciano i soliti pasticci, che il nostro Governo, la UE, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità facciano le scelte giuste, che non ci siano ordini e contrordini: in questa fase è meglio rimandare di qualche giorno i provvedimenti – ma senza indugiare troppo – anziché prendere decisioni avventate.

Vado in bicicletta alla Coop, che si trova in una zona commerciale non lontano da casa mia: percorro la pista ciclabile deserta, vedo gli edifici che ospitano negozi di vario genere, tutti chiusi a parte i supermercati Auchan e Interspar, passo davanti all’OBI, chiuso anche quello. Ma ne proviene sempre una musica, che data la situazione, mi pare spettrale, come i suoni della festa che il protagonista de L’invenzione di Morel sente, sempre gli stessi.

Si è parlato, in questi ultimi tempi, dato che sembrerebbe che stiamo per entrare nella fase 2, di tenere gli anziani a casa fino a Natale. Fino a Natale? E chi sarebbero gli anziani? Muoversi è indispensabile anche per i più vecchi, se ne sono in grado, è salute fisica e anche mentale. C’è stata una levata di scudi generale, Cassese e altri dicono che questa discriminazione sarebbe anticostituzionale. Per me sarebbe anche un furto di vita: più anni hai, meno te ne restano, e farcene passare una parte in reclusione mi sembra criminale.

1° maggio: due mesi completi di “confinamento”, e sulla soglia della “seconda fase”, contestatissima da opposizione e anche da certi “alleati”, come Renzi. L’impresentabile sindaco di Venezia, Brugnaro, il prevedibile Salvini che occupa il Parlamento, la presidente della Calabria, che apre bar e ristoranti (ma pochi esercenti accettano l’invito e ancor meno clienti, più saggi di chi li governa), anziché contribuire alla lotta, magari con critiche costruttive, cercano di affondare la nostra nave (il cui nocchiero si sta dimostrando a mio avviso molto responsabile), come lo scorpione che punge la rana che ha accettato di traghettarlo, ma non può vincere la propria natura, e condanna sé stesso insieme alla sua vittima. 

L’isolamento forzato è sicuramente molto difficile; meno per chi ha un giardino. Vedo la coppia del piano terra al di là della strada: la loro bambina, forse di otto anni, gioca con molto gusto con la figlia della coppia che abita sopra di loro, che avrà cinque anni, e tutte e due portano la mascherina, come se fosse parte del gioco.

Per uno strano caso, ho letto Nemesis di Philip Roth che avevo scaricato nel mio lettore e-book qualche tempo fa. Volevo un libro non troppo lungo né impegnativo ma di qualità, ma non ne sapevo niente. E mi sono ritrovata in una ricostruzione, in forma di romanzo, del terribile 1944 quando un’epidemia di polio – il vaccino sarebbe stato trovato nel 1950 – colpì gli U.S. e non solo, e moltissimi bambini ne morirono o rimasero menomati a vita. Ricordo di aver avuto una compagna di scuola e frequentato un ragazzo coetaneo che ne portavano ancora i segni tangibili. E si vedevano in giro molte persone che zoppicavano e dovevano portare un tutore a sostegno della gamba colpita.

Volendo distrarmi con un giallo, mi sono imbarcata in Claire DeWitt e la città dei morti, di Sara Gran, uno stranissimo libro ambientato in una New Orleans post Katrina, una metropoli devastata anche nella sua popolazione, che delinquenza e abbandono giovanile trasformano una specie di Inferno dantesco. Anche in questo romanzo, uno scenario da catastrofe, in questo caso reale. Il racconto di per sé non è un granché, ma la descrizione dello sfacelo della città in seguito all’uragano e l’inondazione, e le loro conseguenze su una fascia sociale già derelitta prima del disastro è veramente molto forte.

Ovviamente il nostro gruppetto che si riuniva per parlare di libri si è temporaneamente sciolto. Ma, dato che la penultima volta uno degli amici ci aveva proposto Il maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi, me lo sono scaricato e l’ho letto. Anzi, siccome il volume riuniva anche Il calzolaio… e Il meridionale di Vigevano, me li sono letti tutti. Una lettura sorprendente, sia per l’argomento, il tono e l’atmosfera, e la lingua scelta da Mastronardi. I tre personaggi sono dei miserabili non solo perché vinti, ma perché non hanno nessuna grandezza né nel bene, né nel male. Vigevano, nei vari momenti (secondo dopoguerra nel primo racconto, immediato anteguerra, guerra e immediato dopoguerra nel secondo, anni Sessanta nel terzo) è una specie di Inferno in cui tutti sono preda del bisogno di – e della corsa ai – soldi, principalmente ottenuti lavorando nell’industria calzaturiera: tutti (tranne il meridionale che è funzionario statale) ambiscono a diventare padroncini, “industrialotti”, utilizzando ogni momento del giorno e della notte, ogni spazio ottenibile nelle loro abitazioni (spesso tuguri). Per arricchirsi sono disposti a qualsiasi nefandezza, nessuno scrupolo a rubare idee, modelli, non pagare il dovuto a fornitori e operai, frodare il fisco. Insomma, i Malavoglia erano vinti onesti, e soprattutto sfortunati; qui sono sporchi, brutti e cattivi. I rapporti di coppia, e persino quelli tra genitori e figli, sono contorti, corrotti.

Nel primo racconto ci sono momenti surreali: il direttore e la sua mania per le “anellate” (l, b, f, fatte a regola d’arte, con precisione), i sogni del maestro, il senso di essere risucchiato da una palude, ricoperto di catrame … Il secondo e il terzo racconto sono espressi in prima persona nel dialetto locale, un lombardo che ha parecchie parentele col piemontese. Strano che il protagonista del terzo, essendo meridionale, si esprima come i locali, pochissimi sono i tentativi di qualche espressione vagamente meridionale.

Molti modi gergali o resti di altre lingue o grafie orecchianti il parlato di parole straniere:

Karako (carajo, spagnolo, forse introdotto da ex emigranti in Sudamerica);

Fenik, fenico (Pfennig, dal tedesco, riferito alla moneta durante la dominazione austriaca);

Platare (blaghè, che ricorda il piemontese dal francese blaguer), antrenose (dal francese entraîneuse), savuàr fèr (da savoir faire, idem);

Giubbok (juke-box, dall’inglese), nàit (night, idem).

Mastronardi usa continuamente uscire in forma transitiva, e mi pare una curiosa coincidenza, perché non molti mesi fa c’è stata una discussione accesa proprio su questo argomento, e ci si è pronunciata anche la Treccani. Io ero convinta che fosse un uso unicamente meridionale: né in Veneto né in Piemonte l’ho mai riscontrato, mentre l’autore lo mette in bocca ai vigevanesi. Ma forse si tratta di un lessico famigliare – suo padre era abruzzese – che Mastronardi trasferisce al lombardo locale.

Alla fine dello scorso anno è morta la mamma della mia amica Simonetta. Lei vive nelle Marche, ma la mamma abitava abbastanza vicino a casa mia. Dovendo mettere in ordine l’appartamento, nell’attesa di decidere cosa farne, mi ha proposto di andare a vedere se ci fossero dei libri che mi potessero interessare, prima di darli via. Nonostante io non sappia più dove mettere quelli che ho, non ho saputo resistere, e ho accettato. Me ne sono portata via sette, tra cui i tre di Hans Hellmut Kirst sul caporale Asch e la sua carriera nell’esercito tedesco dagli anni Trenta fino alla fine della guerra: ne avevo letto uno da ragazzina, e la rilettura mi ha dato grande soddisfazione. 

Mai come in questo periodo c’è stata tanta offerta culturale in internet: tutti i musei, le mostre, i giornali si possono consultare con varie modalità. Tra le altre ho trovato bellissimo un film “Two or Three Things I Know about Edward Hopper” di Wim Wenders: ricrea alcuni dei quadri, riproducendo i colori, i mobili, la luce, e immagina che storia potrebbe essere dietro al personaggio. Sicuramente si è avvalso di bravissimi tecnici della scenografia, costumi, luci e fotografia, perché riesce a letteralmente animare i quadri, e gli ambienti hanno le stesse qualità di luce, colore e morbidezza sospesa degli originali. Temo di non aver minimamente dato un’idea del film, ma vi consiglio di trovarlo e vederlo. 

Per fortuna ho due balconi. Sono, ahimè, stretti, ma abbastanza lunghi, e uno dei due fa angolo. Ci ho messo un mucchio di vasi e adesso ho molti fiori: prima della clausura avevo comprato primule, scille, una fritillaria, degli iris in miniatura, delle primule, dei giacinti; e poi sono fiorite le viole e stanno mettendo foglie e boccioli piante che avevo già gli scorsi anni.

Però i peperoncini che ho seminato un paio di mesi fa, seguendo i suggerimenti di un breve video visto mentre facevo la mia ginnastica pro-ginocchio, non sono ancora spuntati. L’idea era di mettere in piccoli vasi rondelle di banana molto matura e di piantarci dentro quattro semini ciascuna, poi coprirle di terra e spruzzarle quotidianamente. L’ho fatto per un mese, senza risultati; ora se ne stanno in balcone e magari tra un po’ mi fanno la sorpresa di germogliare!

Andando in bicicletta alla coop ho visto che sono fiorite le aquilegie al bordo dei campi di fronte al cimitero: fatta la spesa, sulla via del ritorno, ne ho raccolto un bel mazzo.

Damiana, la mia vicina, oltre a fornirmi di tanto in tanto di mazzetti di asparagi dall’orto, mi ha offerto il primo mazzo di mughetti!

Ho avuto la grande soddisfazione di ricevere fotografie da amici che hanno piantato in giardino rizomi di iris che avevo portato via dal mio giardino di Marghera: molti dei miei bellissimi ibridi rosa, lilla, porpora si stanno producendo in fioriture sontuose!

E il 25 aprile ho ricevuto il bòcolo, il bocciolo di rosa rossa che i veneziani, il giorno di San Marco, offrono alle loro donne (mogli, figlie, madri, ecc.): non avevo idea di chi potesse mandarmi un pensiero così simpatico. Sul bigliettino di accompagnamento c’era la firma di Mario. Quando gli ho telefonato per ringraziarlo, ho scoperto che ne aveva mandati in giro a tutte le amiche, per buon augurio anche di prossima liberazione! 

Lingua

Ormai i miei contatti umani sono limitati agli amici che sento al telefono o grazie alle molte possibilità che la rete ci offre, perciò le mie spigolature sulla lingua sono ormai limitate. Tuttavia, ecco qualche perlina:

E’ ormai invalso l’uso della crasi tra Vincere a man salva e Fare man bassa: Vincere a man bassa. Mi rendo conto che le due espressioni sono così simili da poter ingenerare l’equivoco. Ma a man salva significa impunemente, mentre fare man bassa significa rubare (portar via) tutto ciò che è a portata di mano: certo non è raro che chi fa man bassa lo faccia a man salva!

Poco prima della reclusione per il maledetto Corona, ho sentito una persona dire “Abbiamo ridotto all’ossicino le spese”, che in fondo è un’espressione bella e molto grafica, ma echeggia probabilmente “ridotto al lumicino”, che in realtà vorrebbe dire in fin di vita.

Altro evidente equivoco è Stare sotto schiaffo, che non mi risulta esista, ma che rispecchia anche foneticamente Stare sotto scacco.

E poi, ho sentito ormai abbastanza spesso Prendere (anziché fare) delle scelte, che invece forse richiama Prendere una decisione, oppure è un calco di take a choice.

Venerdì santo: esco a fare una spesa, passo vicino al giardino delle peonie, stanno fiorendo in gran quantità, rosa, bellissime, delicatamente profumate. 

Alle due del pomeriggio fa molto caldo, e la coda al supermercato, al sole, con mascherina e guanti non è comoda, ma stare un po’ al sole è una meraviglia.

Finalmente c’è stato qualche giorno di pioggia, la terra ne aveva un gran bisogno. Intanto sono terminate alcune delle mie fioriture, ma mi sono sbocciati alcuni sontuosi iris: viola notte, porpora, rosa, e poi moltissime piantine grasse cominciano a prodursi in esibizioni strabilianti.

Dal 4 di maggio siamo entrati nella fase due della pandemia. Per me non cambia molto, perché non ho parenti o congiunti da visitare; solo posso, se mi va, uscire dai limiti del comune, e lo farò, in bicicletta, se smette il vento forte di questi giorni. Temo che succederà solo quando ricomincerà a piovere. Per l’economia, l’allentamento del confinamento ha permesso la riapertura di alcune attività, ma ci sono problemi enormi legati alla mobilità: non tutti possono andare a lavorare in bicicletta – sono previsti incentivi per bici e monopattini – e i mezzi pubblici non possono accogliere tutto il flusso. Nelle auto private si può viaggiare solo in due, uno davanti e uno dietro!

Insomma, stiamo muovendo dei primi passi un po’ barcollanti, ma riprendersi da questa catastrofe sarà una faccenda lunga e dolorosa.

Mi rendo conto di essere stata molto confusa in questa circo, ma non ho avuto e non ho voglia di fare la tuttologa, e mi sono soprattutto dedicata, in questi due mesi, al ”mio giardino”.

Non so bene come approfittare dell’allentarsi delle misure di sicurezza, non mi attira molto l’idea di andare a prendere un caffè al bar e vedermelo servito in confezione “da asporto”, idem per il gelato, oppure fare la coda per entrare a comprarmi un paio di pantaloni. Però approfitterò dell’opportunità di muoversi senza limiti di distanza, perfino di uscire dai confini del comune, per farmi qualche bel giro in bici. Ho già visto campi coltivati, distese di papaveri, giardini ben curati e pieni di fiori, persino una povera biscia nera – localmente carbonasso – vittima forse di una bici. Continuerò quest’attività, se non pioverà e se il vento non sarà troppo forte. Diciamo che per fortuna con poche pedalate esco dal centro abitato, e posso togliermi la mascherina.

Ho assistito a una scenetta che ha dell’incredibile. Sto sistemando la mia bicicletta davanti a un negozio di prodotti per computer, in attesa del mio turno. Mi volto, non so perché e vedo un tizio in bicicletta che si china a tirar su dal marciapiedi una borsa identica a una che ho, nera con tracolla. Ci guardiamo, poi lui si mette la borsa a spalla e riparte; vedendo la borsa aperta gli dico “La chiuda, sennò le cade tutto!” Poi entro in negozio, e sto per chiedere le mie cartucce per stampante quando si affaccia una signor anziana “Ha qui la mia borsa nera?”, chiede. ”Questa, la commessa domanda, mostrando uno shopper di tela nera”. “No, una borsetta!” Allora le descrivo la borsa dicendo che l’ha presa un tizio in bici. Lei impallidisce: dentro aveva di tutto, anche i documenti. Mentre le consiglio di correre a fare denuncia, ecco affacciarsi il tizio della bici, che allunga la mano e porge la borsa. I due signori in fila davanti al negozio commentano, e il tizio della bici risponde qualcosa, che uno dei vecchiotti ripete ad alta voce: “Non si ruba durante il Ramadan!”

Ricostruisco la faccenda: la borsa cade alla signora mentre esce dal negozio, il tizio in bici passa subito dopo, vede la borsa, intanto io mi volto e lo vedo mentre la tira su; registro che non è la mia, ne ho una blu saldamente a tracolla; ci guardiamo, lui registra che non è la mia e decide d’impulso di rubarla. Poco dopo, da buon musulmano, si rende conto di star commettendo un peccato imperdonabile, e torna a restituire l’oggetto che lo ha tentato, e spiega il suo gesto ai clienti in attesa.

Sta chiudendosi la prima settimana della “seconda fase”: domenica mattina, mi sono svegliata presto, sto leggendo e ascoltando la musica, ma mi rendo conto di un suono inconsueto, non può essere la radio, è esterno. Presto attenzione, sembrano campanacci. Capisco, afferro il cellulare, apro la portafinestra: nella strada perpendicolare alla mia, sta passando un gregge di pecore belanti, in uno sbatacchiare di campane e fischi acutissimi di pastori. Sono veloci, tra loro qualche capra, agnellini e capretti, chiude la fila un pastore piuttosto atletico accompagnato da un cane: è la transumanza, passano ogni anno, è un passaggio che mi dà molta allegria e che mi ricorda la mia infanzia a Cuneo, quando un gregge si fermava qualche giorno non molto lontano da casa, e noi andavamo a comprare la ricotta fresca dai pecorai. 

Nella speranza di poter fornire un resoconto più brillante e ottimista della fase attuale, vi saluto e abbraccio tutti.

Marisa

10 maggio

Qui nel Veneto, come in Lombardia, siamo anche senza cinema e teatri; per fortuna le giornate sono piuttosto belle, per cui si può approfittarne per vedere Venezia come era prima dell’invasione del turismo di massa. Non ci salva dalla recessione, ma è bene non lasciarsi scappare i momenti di gioia.

Anche perché non si sa poi come andrà a finire con la nostra permanente crisi politica!

Cominciano a fioccare decine e decine di Whatsapp spesso ironici o addirittura geniali

Moltiplichiamo i contatti telefonici, via Skype e Whatsapp, via e-mail, ci ricordiamo di chi è solo.

Alcune persone sono molto seccate e impazienti. Io ho mandato messaggi con il consiglio di rileggersi Il Diario di Anna Frank, tanto per sottolineare che la nostra è una reclusione di lusso, con ampia possibilità di contatti con il mondo. Perlomeno non dobbiamo evitare i rumori, dato che non ci aspetta nessun campo di strminio.

In ogni caso, anche adesso che è quasi Pasqua e sembra che l’infezione lentamente perda la sua virulenza, è chiaro che passerà molto tempo, mesi forse, prima di tornare alla vita normale (se mai ci torneremo). Siamo tra l’incudine dell’infezione e il martello del disastro economico. Non solo l’Italia, praticamente tutto il mondo, è la pandemia. Ma noi eravamo già fragili, non avendo mai superato la vecchia crisi. Aspettiamo aiuti anche dall’UE, ma qualsiasi aiuto o provvedimento ci costerà moltissimo. Possiamo solo sperare che gli aiuti vengano usati bene, che non si facciano i soliti pasticci, che il nostro Governo, la UE, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità facciano le scelte giuste, che non ci siano ordini e contrordini: in questa fase è meglio rimandare di qualche giorno i provvedimenti – ma senza indugiare troppo – anziché prendere decisioni avventate.

Vado in bicicletta alla Coop, che si trova in una zona commerciale non lontano da casa mia: percorro la pista ciclabile deserta, vedo gli edifici che ospitano negozi di vario genere, tutti chiusi a parte i supermercati Auchan e Interspar, passo davanti all’OBI, chiuso anche quello. Ma ne proviene sempre una musica, che data la situazione, mi pare spettrale, come i suoni della festa che il protagonista de L’invenzione di Morel sente, sempre gli stessi.

Si è parlato, in questi ultimi tempi, dato che sembrerebbe che stiamo per entrare nella fase 2, di tenere gli anziani a casa fino a Natale. Fino a Natale? E chi sarebbero gli anziani? Muoversi è indispensabile anche per i più vecchi, se ne sono in grado, è salute fisica e anche mentale. C’è stata una levata di scudi generale, Cassese e altri dicono che questa discriminazione sarebbe anticostituzionale. Per me sarebbe anche un furto di vita: più anni hai, meno te ne restano, e farcene passare una parte in reclusione mi sembra criminale.

1° maggio: due mesi completi di “confinamento”, e sulla soglia della “seconda fase”, contestatissima da opposizione e anche da certi “alleati”, come Renzi. L’impresentabile sindaco di Venezia, Brugnaro, il prevedibile Salvini che occupa il Parlamento, la presidente della Calabria, che apre bar e ristoranti (ma pochi esercenti accettano l’invito e ancor meno clienti, più saggi di chi li governa), anziché contribuire alla lotta, magari con critiche costruttive, cercano di affondare la nostra nave (il cui nocchiero si sta dimostrando a mio avviso molto responsabile), come lo scorpione che punge la rana che ha accettato di traghettarlo, ma non può vincere la propria natura, e condanna sé stesso insieme alla sua vittima. 

L’isolamento forzato è sicuramente molto difficile; meno per chi ha un giardino. Vedo la coppia del piano terra al di là della strada: la loro bambina, forse di otto anni, gioca con molto gusto con la figlia della coppia che abita sopra di loro, che avrà cinque anni, e tutte e due portano la mascherina, come se fosse parte del gioco.

Per uno strano caso, ho letto Nemesis di Philip Roth che avevo scaricato nel mio lettore e-book qualche tempo fa. Volevo un libro non troppo lungo né impegnativo ma di qualità, ma non ne sapevo niente. E mi sono ritrovata in una ricostruzione, in forma di romanzo, del terribile 1944 quando un’epidemia di polio – il vaccino sarebbe stato trovato nel 1950 – colpì gli U.S. e non solo, e moltissimi bambini ne morirono o rimasero menomati a vita. Ricordo di aver avuto una compagna di scuola e frequentato un ragazzo coetaneo che ne portavano ancora i segni tangibili. E si vedevano in giro molte persone che zoppicavano e dovevano portare un tutore a sostegno della gamba colpita.

Volendo distrarmi con un giallo, mi sono imbarcata in Claire DeWitt e la città dei morti, di Sara Gran, uno stranissimo libro ambientato in una New Orleans post Katrina, una metropoli devastata anche nella sua popolazione, che delinquenza e abbandono giovanile trasformano una specie di Inferno dantesco. Anche in questo romanzo, uno scenario da catastrofe, in questo caso reale. Il racconto di per sé non è un granché, ma la descrizione dello sfacelo della città in seguito all’uragano e l’inondazione, e le loro conseguenze su una fascia sociale già derelitta prima del disastro è veramente molto forte.

Ovviamente il nostro gruppetto che si riuniva per parlare di libri si è temporaneamente sciolto. Ma, dato che la penultima volta uno degli amici ci aveva proposto Il maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi, me lo sono scaricato e l’ho letto. Anzi, siccome il volume riuniva anche Il calzolaio… e Il meridionale di Vigevano, me li sono letti tutti. Una lettura sorprendente, sia per l’argomento, il tono e l’atmosfera, e la lingua scelta da Mastronardi. I tre personaggi sono dei miserabili non solo perché vinti, ma perché non hanno nessuna grandezza né nel bene, né nel male. Vigevano, nei vari momenti (secondo dopoguerra nel primo racconto, immediato anteguerra, guerra e immediato dopoguerra nel secondo, anni Sessanta nel terzo) è una specie di Inferno in cui tutti sono preda del bisogno di – e della corsa ai – soldi, principalmente ottenuti lavorando nell’industria calzaturiera: tutti (tranne il meridionale che è funzionario statale) ambiscono a diventare padroncini, “industrialotti”, utilizzando ogni momento del giorno e della notte, ogni spazio ottenibile nelle loro abitazioni (spesso tuguri). Per arricchirsi sono disposti a qualsiasi nefandezza, nessuno scrupolo a rubare idee, modelli, non pagare il dovuto a fornitori e operai, frodare il fisco. Insomma, i Malavoglia erano vinti onesti, e soprattutto sfortunati; qui sono sporchi, brutti e cattivi. I rapporti di coppia, e persino quelli tra genitori e figli, sono contorti, corrotti.

Nel primo racconto ci sono momenti surreali: il direttore e la sua mania per le “anellate” (l, b, f, fatte a regola d’arte, con precisione), i sogni del maestro, il senso di essere risucchiato da una palude, ricoperto di catrame … Il secondo e il terzo racconto sono espressi in prima persona nel dialetto locale, un lombardo che ha parecchie parentele col piemontese. Strano che il protagonista del terzo, essendo meridionale, si esprima come i locali, pochissimi sono i tentativi di qualche espressione vagamente meridionale.

Molti modi gergali o resti di altre lingue o grafie orecchianti il parlato di parole straniere:

Karako (carajo, spagnolo, forse introdotto da ex emigranti in Sudamerica);

Fenik, fenico (Pfennig, dal tedesco, riferito alla moneta durante la dominazione austriaca);

Platare (blaghè, che ricorda il piemontese dal francese blaguer), antrenose (dal francese entraîneuse), savuàr fèr (da savoir faire, idem);

Giubbok (juke-box, dall’inglese), nàit (night, idem).

Mastronardi usa continuamente uscire in forma transitiva, e mi pare una curiosa coincidenza, perché non molti mesi fa c’è stata una discussione accesa proprio su questo argomento, e ci si è pronunciata anche la Treccani. Io ero convinta che fosse un uso unicamente meridionale: né in Veneto né in Piemonte l’ho mai riscontrato, mentre l’autore lo mette in bocca ai vigevanesi. Ma forse si tratta di un lessico famigliare – suo padre era abruzzese – che Mastronardi trasferisce al lombardo locale.

Alla fine dello scorso anno è morta la mamma della mia amica Simonetta. Lei vive nelle Marche, ma la mamma abitava abbastanza vicino a casa mia. Dovendo mettere in ordine l’appartamento, nell’attesa di decidere cosa farne, mi ha proposto di andare a vedere se ci fossero dei libri che mi potessero interessare, prima di darli via. Nonostante io non sappia più dove mettere quelli che ho, non ho saputo resistere, e ho accettato. Me ne sono portata via sette, tra cui i tre di Hans Hellmut Kirst sul caporale Asch e la sua carriera nell’esercito tedesco dagli anni Trenta fino alla fine della guerra: ne avevo letto uno da ragazzina, e la rilettura mi ha dato grande soddisfazione. 

Mai come in questo periodo c’è stata tanta offerta culturale in internet: tutti i musei, le mostre, i giornali si possono consultare con varie modalità. Tra le altre ho trovato bellissimo un film “Two or Three Things I Know about Edward Hopper” di Wim Wenders: ricrea alcuni dei quadri, riproducendo i colori, i mobili, la luce, e immagina che storia potrebbe essere dietro al personaggio. Sicuramente si è avvalso di bravissimi tecnici della scenografia, costumi, luci e fotografia, perché riesce a letteralmente animare i quadri, e gli ambienti hanno le stesse qualità di luce, colore e morbidezza sospesa degli originali. Temo di non aver minimamente dato un’idea del film, ma vi consiglio di trovarlo e vederlo. 

Per fortuna ho due balconi. Sono, ahimè, stretti, ma abbastanza lunghi, e uno dei due fa angolo. Ci ho messo un mucchio di vasi e adesso ho molti fiori: prima della clausura avevo comprato primule, scille, una fritillaria, degli iris in miniatura, delle primule, dei giacinti; e poi sono fiorite le viole e stanno mettendo foglie e boccioli piante che avevo già gli scorsi anni.

Però i peperoncini che ho seminato un paio di mesi fa, seguendo i suggerimenti di un breve video visto mentre facevo la mia ginnastica pro-ginocchio, non sono ancora spuntati. L’idea era di mettere in piccoli vasi rondelle di banana molto matura e di piantarci dentro quattro semini ciascuna, poi coprirle di terra e spruzzarle quotidianamente. L’ho fatto per un mese, senza risultati; ora se ne stanno in balcone e magari tra un po’ mi fanno la sorpresa di germogliare!

Andando in bicicletta alla coop ho visto che sono fiorite le aquilegie al bordo dei campi di fronte al cimitero: fatta la spesa, sulla via del ritorno, ne ho raccolto un bel mazzo.

Damiana, la mia vicina, oltre a fornirmi di tanto in tanto di mazzetti di asparagi dall’orto, mi ha offerto il primo mazzo di mughetti!

Ho avuto la grande soddisfazione di ricevere fotografie da amici che hanno piantato in giardino rizomi di iris che avevo portato via dal mio giardino di Marghera: molti dei miei bellissimi ibridi rosa, lilla, porpora si stanno producendo in fioriture sontuose!

E il 25 aprile ho ricevuto il bòcolo, il bocciolo di rosa rossa che i veneziani, il giorno di San Marco, offrono alle loro donne (mogli, figlie, madri, ecc.): non avevo idea di chi potesse mandarmi un pensiero così simpatico. Sul bigliettino di accompagnamento c’era la firma di Mario. Quando gli ho telefonato per ringraziarlo, ho scoperto che ne aveva mandati in giro a tutte le amiche, per buon augurio anche di prossima liberazione! 

Lingua

Ormai i miei contatti umani sono limitati agli amici che sento al telefono o grazie alle molte possibilità che la rete ci offre, perciò le mie spigolature sulla lingua sono ormai limitate. Tuttavia, ecco qualche perlina:

E’ ormai invalso l’uso della crasi tra Vincere a man salva e Fare man bassa: Vincere a man bassa. Mi rendo conto che le due espressioni sono così simili da poter ingenerare l’equivoco. Ma a man salva significa impunemente, mentre fare man bassa significa rubare (portar via) tutto ciò che è a portata di mano: certo non è raro che chi fa man bassa lo faccia a man salva!

Poco prima della reclusione per il maledetto Corona, ho sentito una persona dire “Abbiamo ridotto all’ossicino le spese”, che in fondo è un’espressione bella e molto grafica, ma echeggia probabilmente “ridotto al lumicino”, che in realtà vorrebbe dire in fin di vita.

Altro evidente equivoco è Stare sotto schiaffo, che non mi risulta esista, ma che rispecchia anche foneticamente Stare sotto scacco.

E poi, ho sentito ormai abbastanza spesso Prendere (anziché fare) delle scelte, che invece forse richiama Prendere una decisione, oppure è un calco di take a choice.

Venerdì santo: esco a fare una spesa, passo vicino al giardino delle peonie, stanno fiorendo in gran quantità, rosa, bellissime, delicatamente profumate. 

Alle due del pomeriggio fa molto caldo, e la coda al supermercato, al sole, con mascherina e guanti non è comoda, ma stare un po’ al sole è una meraviglia.

Finalmente c’è stato qualche giorno di pioggia, la terra ne aveva un gran bisogno. Intanto sono terminate alcune delle mie fioriture, ma mi sono sbocciati alcuni sontuosi iris: viola notte, porpora, rosa, e poi moltissime piantine grasse cominciano a prodursi in esibizioni strabilianti.

Dal 4 di maggio siamo entrati nella fase due della pandemia. Per me non cambia molto, perché non ho parenti o congiunti da visitare; solo posso, se mi va, uscire dai limiti del comune, e lo farò, in bicicletta, se smette il vento forte di questi giorni. Temo che succederà solo quando ricomincerà a piovere. Per l’economia, l’allentamento del confinamento ha permesso la riapertura di alcune attività, ma ci sono problemi enormi legati alla mobilità: non tutti possono andare a lavorare in bicicletta – sono previsti incentivi per bici e monopattini – e i mezzi pubblici non possono accogliere tutto il flusso. Nelle auto private si può viaggiare solo in due, uno davanti e uno dietro!

Insomma, stiamo muovendo dei primi passi un po’ barcollanti, ma riprendersi da questa catastrofe sarà una faccenda lunga e dolorosa.

Mi rendo conto di essere stata molto confusa in questa circo, ma non ho avuto e non ho voglia di fare la tuttologa, e mi sono soprattutto dedicata, in questi due mesi, al ”mio giardino”.

Non so bene come approfittare dell’allentarsi delle misure di sicurezza, non mi attira molto l’idea di andare a prendere un caffè al bar e vedermelo servito in confezione “da asporto”, idem per il gelato, oppure fare la coda per entrare a comprarmi un paio di pantaloni. Però approfitterò dell’opportunità di muoversi senza limiti di distanza, perfino di uscire dai confini del comune, per farmi qualche bel giro in bici. Ho già visto campi coltivati, distese di papaveri, giardini ben curati e pieni di fiori, persino una povera biscia nera – localmente carbonasso – vittima forse di una bici. Continuerò quest’attività, se non pioverà e se il vento non sarà troppo forte. Diciamo che per fortuna con poche pedalate esco dal centro abitato, e posso togliermi la mascherina.

Ho assistito a una scenetta che ha dell’incredibile. Sto sistemando la mia bicicletta davanti a un negozio di prodotti per computer, in attesa del mio turno. Mi volto, non so perché e vedo un tizio in bicicletta che si china a tirar su dal marciapiedi una borsa identica a una che ho, nera con tracolla. Ci guardiamo, poi lui si mette la borsa a spalla e riparte; vedendo la borsa aperta gli dico “La chiuda, sennò le cade tutto!” Poi entro in negozio, e sto per chiedere le mie cartucce per stampante quando si affaccia una signor anziana “Ha qui la mia borsa nera?”, chiede. ”Questa, la commessa domanda, mostrando uno shopper di tela nera”. “No, una borsetta!” Allora le descrivo la borsa dicendo che l’ha presa un tizio in bici. Lei impallidisce: dentro aveva di tutto, anche i documenti. Mentre le consiglio di correre a fare denuncia, ecco affacciarsi il tizio della bici, che allunga la mano e porge la borsa. I due signori in fila davanti al negozio commentano, e il tizio della bici risponde qualcosa, che uno dei vecchiotti ripete ad alta voce: “Non si ruba durante il Ramadan!”

Ricostruisco la faccenda: la borsa cade alla signora mentre esce dal negozio, il tizio in bici passa subito dopo, vede la borsa, intanto io mi volto e lo vedo mentre la tira su; registro che non è la mia, ne ho una blu saldamente a tracolla; ci guardiamo, lui registra che non è la mia e decide d’impulso di rubarla. Poco dopo, da buon musulmano, si rende conto di star commettendo un peccato imperdonabile, e torna a restituire l’oggetto che lo ha tentato, e spiega il suo gesto ai clienti in attesa.

Sta chiudendosi la prima settimana della “seconda fase”: domenica mattina, mi sono svegliata presto, sto leggendo e ascoltando la musica, ma mi rendo conto di un suono inconsueto, non può essere la radio, è esterno. Presto attenzione, sembrano campanacci. Capisco, afferro il cellulare, apro la portafinestra: nella strada perpendicolare alla mia, sta passando un gregge di pecore belanti, in uno sbatacchiare di campane e fischi acutissimi di pastori. Sono veloci, tra loro qualche capra, agnellini e capretti, chiude la fila un pastore piuttosto atletico accompagnato da un cane: è la transumanza, passano ogni anno, è un passaggio che mi dà molta allegria e che mi ricorda la mia infanzia a Cuneo, quando un gregge si fermava qualche giorno non molto lontano da casa, e noi andavamo a comprare la ricotta fresca dai pecorai. 

Nella speranza di poter fornire un resoconto più brillante e ottimista della fase attuale, vi saluto e abbraccio tutte voi, donne con lo zaino.

Marisa

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